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Quando un artista abituato a scrivere canzoni di denuncia sceglie una filastrocca per raccontare la guerra, il risultato non può essere scontato. Con “Stella Stellina”, presentata in gara al Festival di Sanremo 2026, Ermal Meta firma uno dei brani più intensi della sua carriera. È una canzone che parte da un gesto intimo – una ninna nanna cantata alla figlia – e si trasforma in un racconto universale di perdita, infanzia spezzata e speranza ostinata. Definita dall’artista “umana e non politica“, porta però al centro dell’Ariston una delle ferite più dolorose del nostro tempo: la guerra a Gaza vista con gli occhi dei bambini.

Il punto di partenza della canzone è personale: la figlia Fortuna, un anno e mezzo, e la celebre filastrocca per bambini che ogni genitore conosce. Cantandola alla sua bambina, Meta racconta di aver pensato alle immagini provenienti da Gaza: video di disperazione, macerie, famiglie distrutte. Da questa associazione nasce il nucleo emotivo del brano. La “stella” non è più soltanto un elemento della ninna nanna, ma diventa un faro nella notte, un simbolo di guida e di luce in mezzo alla paura.

Nel testo, l’immagine centrale è quella di una bambola ritrovata. Il narratore immagina di trovarla tra le rovine, come se appartenesse a una bambina che non c’è più. I versi evocano un’assenza che pesa: “Non basta una preghiera per non pensarci più”, “Non ci sei più tu”. La notte che si avvicina non è solo quella del cielo, ma quella della guerra. La preghiera e la rabbia, suggerisce la canzone, non bastano a riportare in vita chi è stato ucciso. La bambina non ha un nome preciso: non è la storia di un singolo caso, ma il simbolo di tutte le bambine palestinesi morte nel conflitto. In questo modo il dolore diventa collettivo, quasi ancestrale.

Alcuni passaggi ampliano ulteriormente la prospettiva. Quando il testo parla di “fiori in un cortile con le pietre intorno” e di una vita durata “come le farfalle…un giorno”, l’infanzia viene rappresentata come fragile e bellissima, ma tragicamente breve. Meta si mette anche nei panni di un abitante di Gaza che pensa di fuggire da una terra che non lo vuole più, ma non sa dove andare: tra muri e mare, l’orizzonte è chiuso. È un riferimento alla condizione di chi vive intrappolato, sospeso tra il desiderio di salvezza e l’impossibilità di lasciare la propria casa.

Pur toccando un tema attuale e divisivo, il cantautore insiste sul fatto che il suo non è un discorso politico in senso stretto. Parla di esseri umani, non di schieramenti. Sottolinea che la guerra, tecnicamente, è uno scontro tra due eserciti, mentre qui a pagare sono soprattutto civili e bambini. La scelta di raccontare tutto attraverso una filastrocca ribaltata crea un forte contrasto emotivo: un linguaggio dolce per descrivere una realtà durissima. È questo il “significato nascosto” del brano: usare l’innocenza per smascherare la brutalità.

Dal punto di vista musicale, “Stella Stellina” mescola sonorità latine e balcaniche, richiamando anche le origini albanesi di Meta. Questa fusione crea un’atmosfera sospesa, quasi da ninna nanna adulta, che accompagna un testo carico di immagini simboliche. La stella è speranza, la notte è paura, la bambola è memoria, la primavera attesa è il desiderio di pace. Il fatto che sia il primo Festival vissuto da padre cambia radicalmente lo sguardo dell’artista.

La paternità rende più acuto il confronto con la vulnerabilità dei bambini nel mondo. Attraverso questa canzone, Meta invita il pubblico a guardare la realtà dalla prospettiva dei più piccoli, ribaltando il punto di vista abituale degli adulti. Il messaggio finale non offre soluzioni politiche né slogan: suggerisce piuttosto un esercizio di empatia. La “stella” che guida nella notte è la coscienza di chi ascolta, chiamato a non voltarsi dall’altra parte davanti alla sofferenza innocente.

La vera protagonista di “Stella Stellina” è una bambina senza nome, ma forse porta tutti i nomi: Aysha, Amal, Layla, Nour, Hind…che importa? Forse niente, forse tutto. Figlie di nessuno, figlie di tutti. Ermal Meta ha voluto rendere omaggio a queste vite spezzate facendo cucire i loro nomi sui propri abiti, scritti di suo pugno. Tra questi spicca AMAL (أمل), un nome arabo che significa “speranza”, un termine che evoca fiducia, ottimismo e desiderio verso il futuro. Semplicemente, Ermal Meta.

Ermal Meta non è l’unico a usare la musica come specchio della realtà; anche il significato della canzone di Tredici Pietro riesce a toccare corde profonde con uno stile unico, così come i testi di Dargen D’Amico, che spesso nascondono riflessioni sociali taglienti dietro ritmi incalzanti. Nonostante il flop di ascolti, il Festival promette di sorprendere e di intrattenere con siparietti e gaffe involontarie anche nei prossimi giorni.

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Figlia degli anni 2000. Amante del cinema fin da quando vide Pride & Prejudice per la prima volta. Laureata in Lettere Moderne, continua a scrivere di cinema sperando di farlo per sempre.