Con “AI AI”, Dargen D’Amico torna all’Ariston di Sanremo 2026 dopo brani che hanno lasciato il segno come “Dove si balla” e “Onda Alta”, quest’ultima al centro di un acceso dibattito pubblico per il suo messaggio politico sull’integrazione. Anche nel 2026 l’artista non rinuncia a parlare del presente, ma cambia prospettiva: meno denuncia diretta, più analisi. Il risultato è una canzone ritmata, ironica e anticonformista che si candida a diventare uno dei tormentoni del Festival, pur affrontando un tema complesso come l’intelligenza artificiale.
Il titolo è il primo elemento da interpretare nella canzone, già protagonista della prima serata di Sanremo 2026. “AI” è l’acronimo di Artificial Intelligence, ma ripetuto diventa “Ahi!”, un’esclamazione di dolore. È un gioco linguistico tipico dello stile di Dargen: leggero in superficie, profondo nel significato. Quel “AI AI” è un grido d’allarme verso il futuro hi-tech. Come ha spiegato lo stesso artista, esclamiamo “ahi” per un dolore che, se non curato, diventa cronico. La tecnologia, oggi, non è più solo uno strumento: entra nella produzione musicale, stimola la creatività, ma solleva una domanda cruciale: vogliamo davvero che la creatività diventi appannaggio delle macchine? Nel testo si alternano immagini quotidiane e riflessioni simboliche. L’Italia viene descritta come “uno stivale da diva che si fa il bagno nell’olio d’oliva”, un ritratto ironico ma affettuoso del Paese. Subito dopo, però, compare un riferimento etico: “Darai da bere a chi è straniero ma ha le stesse vene”, richiamo evangelico che parla di accoglienza e uguaglianza. Dargen intreccia così identità nazionale, religione, società e attualità.
I riferimenti culturali arricchiscono il brano. Quando canta che “la festa vola come Nureyev”, cita Rudolf Nureyev, uno dei più grandi danzatori del Novecento, simbolo di leggerezza e perfezione artistica. Quando nomina “Carlos Raposo”, allude a Carlos Henrique Raposo, noto come il “calciatore che non giocò mai”: un’immagine che richiama l’inganno, l’apparenza, la costruzione di una realtà fittizia. Due figure lontanissime tra loro che però parlano entrambe di performance: quella autentica e quella simulata. Un parallelo che si lega perfettamente al tema dell’intelligenza artificiale e della realtà manipolata.

Tra i versi più incisivi emergono immagini di forte impatto: “Mi bagnavo nel mare però ne uscivo sporco” descrive un mondo in cui ciò che dovrebbe purificare finisce per contaminare. È una metafora potente della rete e dei social: strumenti nati per connettere che spesso generano smarrimento. Anche il verso “Ama ciò che non ti piace, è la chiave per la pace” propone una soluzione paradossale ma profonda: accettare il diverso, convivere con ciò che ci mette a disagio, imparare a dialogare con l’alterità — che sia un’altra persona o una macchina. Il ritornello insiste su un rapporto instabile: “Mi dici vieni qui e poi te ne vai”. Può sembrare una storia d’amore frammentata, ma può essere letto anche come il rapporto tra uomo e tecnologia: promessa di connessione (“vieni qui”), improvvisa assenza (“bye bye”), perdita di contatto (“ho perso il tuo contatto, me lo ridai?”). La dipendenza digitale diventa emotiva.
Nella parte finale, il sogno “reale” in cui si viaggia “senza toccare” rappresenta un’esistenza virtuale, globale ma disincarnata. Si gira il mondo, ma senza esperienza fisica. È il paradosso dell’era digitale: massima connessione, minima presenza. Quando canta “A me mi ha rovinato la rete”, Dargen ironizza ma lancia un messaggio chiaro: la rete ha cambiato destini, identità, scelte di vita. Musicalmente, il richiamo al tardo anni ’70 non è casuale. Quello fu il periodo in cui la musica elettronica iniziava a diffondersi: la macchina entrava nella creazione artistica. Oggi viviamo un passaggio simile, ma su scala più ampia. Allora erano sintetizzatori; oggi sono algoritmi intelligenti. Il brano crea quindi un ponte tra due epoche di trasformazione tecnologica.
In sintesi, “AI AI” non è un attacco alla tecnologia, ma un’analisi dei nostri dubbi. Dargen D’Amico mette al centro l’essere umano, con le sue paure e contraddizioni, chiedendosi cosa accadrà quando la macchina prenderà sempre più spazio. Quell’uomo, come ha dichiarato, è lui stesso. E, indirettamente, siamo tutti noi. Va ricordato che Dargen non è l’unico cantante a essersi esibito durante la prima serata del Festival di Sanremo. Con lui ci sono stati anche Tredici Pietro, che nasconde un passato poco conosciuto, e Michele Bravi, che ha fatto parlare di se per il siparietto comico prima dell’esibizione. Ma non sono mancati gli ospiti d’eccezione, come la centenaria Gianna Pratesi, o gaffe che non sono passate inosservate.



