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Salire sul palco dell’Ariston con un cognome che pesa come una leggenda non è cosa da poco. Tredici Pietro lo fa nel 2026, debuttando in gara al Festival di Sanremo con “Uomo che cade”, un titolo che già racconta molto del suo percorso umano e artistico, come accaduto con la canzone del suo collega Dargen D’Amico. Dietro quello pseudonimo c’è Pietro Morandi, nato in una delle famiglie più celebri della musica italiana ma deciso, fin dall’adolescenza, a costruirsi una strada propria. Il suo viaggio non è stato lineare: crisi personali, silenzi, cadute profonde e un lungo lavoro su se stesso hanno segnato la sua crescita. Oggi Tredici Pietro è un artista che ha scelto di trasformare le fragilità in materia narrativa, rivendicando un’identità autonoma e consapevole.

Pietro Morandi nasce a Bologna il 9 agosto 1997. Cresce in un ambiente dove la musica è di casa, ma invece di seguire le orme del pop paterno sceglie il rap come linguaggio espressivo. Frequenta il liceo classico Minghetti, esperienza che gli fornisce un retroterra culturale che affiora nei suoi testi, spesso introspettivi e personali. Il nome d’arte “Tredici Pietro” nasce da una doppia radice: “Tredici” richiama il gruppo dei suoi migliori amici, mentre “Pietro” è il nome scelto dai genitori. È una dichiarazione d’intenti: separare l’uomo dall’artista, il figlio dalla voce che scrive e canta.

Il debutto arriva nel 2018 con “Pizza e fichi”, un brano ironico e spiazzante che attira subito l’attenzione e lo presenta al pubblico come qualcosa di diverso rispetto all’immaginario legato al suo cognome. Negli anni costruisce un percorso coerente, tra EP, album e collaborazioni, che lo aiutano a scrollarsi di dosso l’etichetta di “figlio d’arte”. Tra i progetti più significativi ci sono “Assurdo”, “X questa notte”, “Solito posto, soliti guai” e soprattutto “Non guardare giù”, lavoro in cui affronta apertamente il suo momento più buio. Anche il singolo “Big Panorama” segna una tappa importante: nel videoclip compare il padre, in una rappresentazione simbolica di un confronto necessario e liberatorio.

La vita privata di Tredici Pietro ha avuto un peso determinante nella sua scrittura. Per sette anni vive una relazione intensa con una ragazza che affronta seri problemi di salute mentale. Nel 2020 decide di trasferirsi a Milano anche per starle accanto. La città, però, si rivela un ambiente difficile: ritmi frenetici, pressione sociale, necessità di “essere fighi” e sempre presenti. In quel contesto si sente fuori posto, inadeguato. Quando la relazione finisce, nel febbraio 2024, il colpo è durissimo. È il periodo del “tilt”, come lo definisce lui stesso: burnout emotivo, smarrimento, comportamenti autolesionistici e uso improprio di psicofarmaci nel tentativo di anestetizzare il dolore. Non parla di droghe nel senso stereotipato del termine, ma di medicinali usati nel modo sbagliato.

Un ricovero per motivi di salute – di cui preferisce non entrare nei dettagli – diventa il punto di svolta che gli fa prendere coscienza della gravità della situazione. Un aspetto significativo è che né il padre né la madre erano a conoscenza fino in fondo di ciò che stava vivendo. Pietro ha raccontato di aver tenuto nascosto il suo malessere per non caricarli di ulteriori preoccupazioni. Il lavoro su se stesso, l’analisi e una nuova consapevolezza lo aiutano gradualmente a uscire dal buio. Oggi si dice più equilibrato e aperto alla possibilità di un nuovo amore, ma con maggiore riservatezza rispetto al passato.

Il rapporto con il padre è uno dei nodi centrali della sua storia. Essere il figlio di Gianni Morandi è un privilegio enorme, ma anche una sfida quotidiana. Per anni Pietro ha vissuto quel cognome come un peso, quasi uno svantaggio, temendo il paragone costante e il giudizio degli altri. Ha raccontato di essersene andato di casa appena maggiorenne proprio per cercare la propria strada nel rap senza sentirsi schiacciato dall’eredità paterna. In “Big Panorama” mette in scena simbolicamente questo conflitto: uno dei “demoni” con cui fa i conti è proprio la figura del padre, un passaggio che definisce liberatorio. Col tempo, però, la percezione cambia.

Oggi il rapporto è colmo di stima e affetto: Gianni rappresenta insieme una protezione e un’ombra, una figura mitologica difficile da eguagliare, ma non più da rifiutare. Il debutto al Festival di Sanremo 2026 con “Uomo che cade” assume così un valore simbolico potente. Non è solo l’arrivo su uno dei palcoscenici più importanti d’Italia, ma il punto di incontro tra eredità e autonomia, tra fragilità e forza. Tredici Pietro non rinnega le proprie cadute: le mette al centro della sua musica. Ed è proprio in questa esposizione sincera delle debolezze che costruisce la sua identità artistica, dimostrando che essere “il figlio di” può essere solo l’inizio di una storia molto più complessa e personale.

Ai microfoni di RaiPlay, Tredici Pietro ha spiegato che la canzone nasce da una consapevolezza maturata sulla propria pelle: non esiste un vero punto di partenza né uno di arrivo, esiste soltanto il percorso. È lì che si concentra tutto, nel tragitto fatto di errori, scoperte e tentativi. L’“uomo che cade” di cui canta è qualcuno che inciampa, si rialza, ricade e si rimette in piedi ancora, in un ciclo continuo. Non una teoria astratta, ma un’esperienza vissuta in prima persona. La prima serata del Festival di Sanremo ha visto non solo la partecipazione di Tredici Pietro, ma anche la presenza di Michele Bravi, che aveva messo su un siparietto comico prima dello spettacolo, ma anche di ospiti d’eccezione quale Gianna Pretesi, la centenaria che ha commosso l’Italia (scatenando critiche sui social per lo strafalcione della regia del festival).

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Figlia degli anni 2000. Amante del cinema fin da quando vide Pride & Prejudice per la prima volta. Laureata in Lettere Moderne, continua a scrivere di cinema sperando di farlo per sempre.