L’onore è un’arma a doppio taglio. Ma un cavaliere si distingue soprattutto da quello, al di là di titoli e nomee. In un mondo marcio come quello creato da George R. R. Martin, pochi avrebbero immaginato che potesse esserci spazio per speranza e bontà. La cruda morale dell’autore si abbatte costantemente su chi sembra troppo “giusto” per un mondo come quello di Westeros, ma nella sua bibliografia c’è sempre stata un’eccezione a confermare le tristi leggi del suo crudo universo. La storia di un cavaliere errante e del suo piccolo scudiero, un duo bizzarro e inatteso che ha saputo cambiare quel mondo senza neppure volerlo. Niente orpelli, niente sotterfugi politici nelle stanze del potere. Soltanto un omaccione in cerca della sua strada e un ragazzino che non può fare a meno di legarsi a lui.
Il cavaliere dei sette regni è sempre stata apprezzata come l’opera più accorata uscita dalla penna di Martin, quasi come un bagliore di luce tra storie sempre più crudeli. La storia di Dunk ed Egg punta tutto sulla sostanza, quasi a volersi opporre contro ogni tendenza: non è di certo una commedia, ma accoglie l’ironia e la gentilezza anche in un contesto spietato e ostile. L’avventura del cavaliere errante e del suo scudiero è sporca, ma proprio per questo più pura, e il suo adattamento su HBO a opera di Ira Parker ha saputo conquistare tutti proprio per questa sua unicità. Il mondo si fa piccolo, meno pretenzioso, anche meno angosciante all’apparenza, ma soprattutto più genuino.
Dunk potrebbe essere chiunque, ma sente che qualcosa di grande lo aspetta. E il bello è che, puntata dopo puntata, lo fa credere anche a noi.
Aria fresca

Basta una prima occhiata per capirlo: i tempi dell’epica sono lontani, troppo distanti per poter sentire le trombe squillare. Le aspettative non potrebbero essere più basse per una nullità uscita da Fondo delle Pulci e ritrovatasi a inseguire i sogni di un cavaliere. Eppure (e qui arriva la prima rivoluzione di Martin) anche un uomo insignificante può diventare grande. A knight of the seven kingdoms alterna una sana ironia a un racconto sempre più intenso, condito da emozioni forti e legami meravigliosamente rappresentati a schermo. Un’altra rivoluzione: dove Game of Thrones e House of the Dragon sguazzavano in un mare di complessità, Il cavaliere dei sette regni si immerge nei particolari di un racconto piccolo, semplice – e forse, proprio per questo, più umano.
In un mondo martoriato e stanco, dove i draghi sono soltanto vessilli di uomini privilegiati, nessuno vuole più restare a guardare. Forse ci volevano proprio le (dis)avventure di un cavaliere simile per scaldare il cuore di un pubblico quasi anestetizzato alle opere di Martin. Probabilmente manca quel senso di magnificenza delle opere cugine, ma non manca l’attenzione per la messa in scena: HBO mostra tutti i suoi muscoli anche nei particolari, alimentando un crescendo artistico e registico impressionante in una manciata di episodi (sei appena). Intimità diventa la parola chiave: basterebbe pensare ai protagonisti (perfetti) scelti per la serie, un ex giocatore di football e un ragazzino che non hanno paura di mostrarsi fragili, di volersi bene, di dimostrare che compassione e gentilezza possono ancora esistere – persino a Westeros.
Il destino di un cavaliere

Questa serie non vuole essere una pillola contro il cinismo martiniano, perché anche di fronte ai giusti il mondo resta crudele. Per gli spettatori può però essere un toccasana, la riprova che l’eroismo (quello puro) ha ancora spazio – ed è giusto che ne abbia. Non sorprende che proprio le avventure di Dunk ed Egg siano quelle a cui lo stesso Martin è più affezionato: hanno più cuore della maggior parte delle sue opere, e lo dimostrano in modo completamente diverso, spontaneo e disinteressato. Perché sì, le storie dal basso piacciono sempre un po’ di più, ma sono le storie come questa che ricordano l’importanza di bontà e gentilezza anche in tempi oscuri. In questo senso, la contemporaneità dello show è disarmante, per non dire fondamentale.
Nonostante le basse aspettative e la perplessità di gran parte del pubblico, tutti hanno capito come apprezzare il gigante buono e il piccolo principe. A prevalere sono la tristezza per la fine degli episodi, ma anche l’entusiasmo per l’inizio di un viaggio che potrà dare tanto al pubblico e a HBO stessa, che ha accettato il rischio e ha avuto ragione. Se essere buoni è una scelta, allora vale la pena rischiare.
Il cavaliere dei sette regni si rivela un racconto d’amore e fantasmi, di memoria e ardore: tutti sentimenti rappresentati lontano dalle convenzioni, tra i pesi di un passato difficile e la paura per un futuro ancora da scrivere. Ma è nel superamento di quella paura per l’incerto, un po’ come accade a noi spettatori, che si possono trovare nuove strade. Proprio come questa serie, che ha scelto la sua con coraggio, senza preoccuparsi di ciò che è, né di ciò che sarà.



