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Principessa Mononoke è la prova inconfutabile che i cartoni animati non sono solo per bambini. L’emblema lampante che l’animazione può essere arte, ma anche veicolo di un messaggio profondo (o più di uno). E Hayao Miyazaki si è legato profondamente ad essa più e più volte per comunicare il più nobile fra questi: la speranza di convivenza tra Natura e Progresso. Dopotutto, il fine ultimo del primo Miyazaki è sempre stato quello di esortare gli esseri umani a “fare meglio”, a non gettare al vento la possibilità di vivere in pace con la Terra. Equilibrio, non distruzione. Ma cosa accade quando i personaggi di una storia non sono né eroi, né villain?

Chi verrà a salvarci?

Al di là del bene e del male

E provare empatia per ognuno dei personaggi viene naturale, forse anche perché nessuno di loro rasenta neanche lontanamente la perfezione o l’illibatezza. La natura (gli animali e San) è feroce e guidata dal rancore, mentre gli umani (come Lady Eboshi) sono mossi dal desiderio di arricchirsi, di giocare una parte nella macchina del progresso tecnologico, anche a costo di lottare contro la Natura stessa. E poi c’è Ashitaka.

Ashitaka è uomo, e in quanto tale fallibile. Uccide, per nutrirsi o per salvare i suoi simili, e il suo cuore – malgrado puro – non ripudia del tutto la violenza. Nonostante ciò, la sua è un’anima incontaminata dal malessere, tanto da meritare la fedeltà cieca di Yakkul: quando a quest’ultimo viene detto “va ovunque tu desideri andare”, l’animale resta a vegliare sul corpo inerme di Ashitaka, seguendolo persino dopoe essere stato ferito. Zoppicante, lo accompagna nella sua ultima battaglia.

E in questa lotta tra Natura e Uomo, il “giovane cavaliere” fa un po’ da Galeotto, un mediatore libero, in bilico tra due mondi e incline alla comprensione dell’uno e dell’altro. Forse il personaggio che incarna maggiormente lo spirito e l’ideale miyazakiano, un po’ come il Principe Shuna.

Di contro, a rappresentare un certo tipo di villain (cui siamo abituati) troviamo Eboshi, l’emblema del tranello umano e della sete di potere, disposta a tutto pur di tenere sotto scacco la Foresta del Dio Bestia. Per fabbricare le sue armi, compra le donne destinate al Quartiere dei Piaceri vestendo i panni di una salvatrice, ma in realtà le sfrutta alla fornace, così come fa con i lebbrosi e i reietti. È la sua fame di potere a piantare il seme della collera e rancore in Nago, il dio cinghiale che maledirà Ashitaka.

Nonostante tutto, però, il suo vero nemico non è la foresta, né le bestie che la abitano: sono gli esseri umani stessi, i samurai. Nonostante appaia sempre sicura di sé, Eboshi si lascia manipolare comunque dagli uomini che la circondano, in particolar modo dalla gilda dell’ombrello di carta, che – come lei – non ha a cuore il destino della gente della fornace, tanto da usarli come esca nell’ultima battaglia.

Ma le donne di Eboshi sono i veri “eroi” della storia: forti, sfrontate, combattono i samurai mentre gli archibugieri sono al fronte a lottare per la testa del dio bestia. Fedeli alla loro signora, prestano aiuto anche ad Ashitaka, consapevoli – in cuor loro – di dover aiutare il giovane, un mix di sentimenti contrastanti che condizionerà anche il personaggio più interessante dell’intera opera: San.

Mononoke Hime, la figlia brutta e adorabile di Moro

Anche detta Mononoke Hime (Principessa Spettro), San è la “figlia brutta e adorabile di Moro”, il dio Cane. Abbandonata dagli umani in fasce, la giovane lupa non è un personaggio del tutto avulso alla violenza, anzi. Lei racchiude in sé la bestialità della natura, la parte più primitiva di essa, quella a metà tra Ashitaka e Eboshi: lei ripudia completamente gli umani e non si fa scrupoli a scegliere una delle sue bestie divine. Eccezion fatta per Ashitaka. La dualità dell’anima di San, tuttavia, è specchio della contrapposizione tra i due mondi: lei, mezza umana, mezza bestia.

Ma la principessa cela un marchio invisibile, una maledizione pari a quella del giovane Ashitaka: lei è figlia della foresta, e perirà con essa, come Moro rivelerà al giovane cavaliere. Eppure, la bestia in cuor suo auspica una vita migliore per sua figlia, una vita – magari – al fianco di Ashitaka. Se solo lui sarà “in grado di salvarla”.
Sul capo dei due pende una minaccia costante, lo spettro di un destino apparentemente ineluttabile, infelice certamente: entrambi umani accolti dalle bestie divine, in grado di vivere in armonia con la natura, ma pur sempre appartenenti ad una razza malvagia di per sé, votata alle armi e alla distruzione.

Non tutto ciò che è sacro è benevolo

A questo discorso circa la natura dell’essere umano potremmo ricollegare facilmente anche quello riguardante le creature che popolano l’opera di Hayao Miyazaki. “Non è tutto oro quel che luccica“, e non tutto ciò che appare “immacolato” è immune all’oscurità.

De facto, uno degli aspetti più affascinanti di Principessa Mononoke è proprio il profondo legame con due elementi cardine: folklore e spiritualità nipponica. Come gli affezionati sapranno, l’universo immaginato dal regista affonda le proprie radici nello Shintoismo, che considera ogni elemento della natura dotato di una propria essenza spirituale. In parole povere, montagne, fiumi, alberi e animali non sono considerati meri montagne, fiumi, alberi e animali (auto, case, libri, fogli di giornale), bensì manifestazioni di forze sacre: quelli che comunemente chiamiamo kami. Attraverso questa visione spirituale del mondo, il regista ha potuto dar vita a boschi e foreste, abitate da spiriti e divinità che incarnano e lottano al contempo per il delicato equilibrio tra uomo e natura, trasformando antiche leggende in una riflessione sulle nostre responsabilità nei confronti dell’ambiente.

Ed uno spettatore potrebbe ritrovarsi a concepire queste creature spirituali, oserei dire divine, quali portatrici di bontà, armonia e pace. Nulla di più lontano dalla realtà: come per gli esseri umani, anche gli iconici – e inquietanti – kami del film sono pronti ad uccidere per fame o per protezione, ma al contempo disposti ad aiutare i meritevoli. Troviamo dunque i Kodama, dei piccoli spiriti bianchi informi, né benigni né maligni, che custodiscono il bosco e accompagnano il viaggio di Ashitaka. Nella tradizione popolare giapponese essi sono associati alle anime degli alberi più antichi, tant’è che la loro presenza è considerata segno di prosperità dell’ambiente, mentre la loro scomparsa annuncia un imminente degrado.

Il dolore in grado di alterare la purezza

Il titolo stesso del film richiama, poi, a una figura radicata nelle credenze popolari da secoli. Il termine mononoke attribuito a San indica genericamente spiriti inquieti o forze oscure generate da emozioni distruttive quali l’odio, il rancore e il desiderio di vendetta, forze in grado di corrompere persino le antiche divinità della foresta. Non a caso, assistiamo alla discesa negli inferi del cinghiale Okkoto, il più saggio degli spiriti cinghiale, progressivamente consumato dalla rabbia nei confronti dell’aggressione umana al loro territorio.

A dimostrazione di quanto la violenza possa alterare anche la sacralità, l’innocenza. Il dolore ha il potere di modellare gli animi più puri.

E quando questo rancore raggiunge il suo culmine, i kami si tramutano in Tatari-gami, spiriti maledetti avvolti da una massa oscura e tentacolare che rappresenta materialmente il loro rancore, in grado di assimilare e contagiare chiunque li ostacoli. O maledire chi gli infliggerà il colpo di grazia. Perché, sebbene la trasformazione di Nago nel Demone della Maledizione, sia stata causata dalla ferita inflitta da un proiettile di ferro proveniente dalla Fornace di Eboshi, è Ashitaka a porre fine alla vita dello spirito. Quel proiettile infetto diventa l’emblema dell’intervento umano che spezza l’equilibrio tra uomo e natura, l’idillio della foresta, ed ecco che la divinità – consumata dall’odio – si trasforma in nemico.

Né buoni, né cattivi, bensì dotati di emozioni molto più umane di quanto potessimo immaginare prima della visione.

Super partes: lo Shishigami e il dio bestia

Ma un altro tipo di dualità viene incarnata dalla figura simbolo dell’opera, una creatura che è personificazione sia della vita che della morte: lo Shishigami, il Dio della Foresta. Di giorno simile a un cervo dal volto umano, di notte gigantesco Camminatore, il Dio Bestia richiama i Daidarabotchi, colossali esseri mitologici ai quali il folklore attribuisce la formazione di montagne, vallate e laghi.

Ed è qui che vi volevamo: perché, a differenza degli altri spiriti della foresta, che manifestano emozioni e prendono parte al conflitto tra uomini e natura, questa divinità rimane estranea a ogni forma di giudizio morale. Non si schiera con gli esseri umani né con gli animali, in quanto incarnazione della natura nella sua forma più assoluta, una forza che esiste al di là dei conflitti. Più simile al Dio della nostra Bibbia.

Al suo passaggio, la vegetazione germoglia e – al contempo – appassisce, ritornando alla terra, possiede il potere di guarire, ma anche di porre fine alla vita di un kami. Il tutto senza agire secondo le convenzioni del bene e del male, bensì seguendo il naturale corso dell’esistenza di ognuno di noi. Nascita e dissoluzione, vita e distruzione, proprio come accade nel momento culminante del film: Eboshi decapita il dio bestia, spinta dalla volontà di dominare la natura. Grave errore, poiché il corpo della divinità, privato di una sua parte fondamentale, si trasforma in una massa oscura che annienta ogni forma di vita sul suo cammino, senza alcuna distinzione di razza.

E quando Ashitaka e San restituiscono la testa al Dio della Foresta, l’equilibrio viene ristabilito e la vita torna a germogliare. La divinità, però, scompare e, con essa, l’idillio e la magia della foresta. “Non è più come prima“, e non lo sarà mai: adesso sta agli esseri umani convivere con un ecosistema fragile e instabile. Ed ecco che attraverso lo Shishigami, dio né benevolo né vendicativo, nel finale Miyazaki tenta di renderci parte della manifestazione dell’equilibrio tra creazione e distruzione, rammentandoci che la vita può continuare solo quando l’uomo riconosce di essere parte integrante di questo ciclo e non il suo padrone.

Non vi sono buoni o cattivi, solo anime in pena

Nessuno verrà a salvarci. Come avrete potuto constatare, non vi è un vero e proprio “buono” in questo film, sono tutti colpevoli (inconsapevoli o meno) e tormentati, in maniera diversa, persino l’integerrimo Ashitaka. Nessuno dei protagonisti, umani o divinità, ha perfettamente ragione, nessuno è puro e, come cita l’opera stessa, dentro ognuno di loro si trova un demone. Differentemente dalla protagonista di un altro capolavoro Ghibli, ovvero Nausicaa, personaggio totalmente positivo, quasi fiabesco, e il contrasto spiazza lo spettatore.

Ma ciò accade perché Principessa Mononoke non è una fiaba, non si spaccia per racconto moralmente condivisibile, non ha il compito di farci empatizzare con i protagonisti e odiare Eboshi, né di rifilarci la solita lezioncina disneyana. Principessa Mononoke è espressione della lotta perenne e violenta tra natura e uomo, una guerra destinata a concludersi con un pugno di mosche in mano.

Dopotutto, come diceva il buon Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia

È tutt’altro che facile dire se la natura si sia dimostrata per l’uomo una madre generosa o una spietata matrigna.

Né benevola, né malevola, né giusta, né ingiusta. Imprevedibile e libera, come l’animo umano.

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Napoletana, classe 92, nerd before it was cool: da sempre, da prima che fosse socialmente accettato. Dopo il diploma al Liceo Classico, una breve ma significativa tappa all'Accademia di Belle Arti mi ha aperto gli occhi sul futuro: letteratura, arte e manga, compagni di una vita ed elementi salvifici. Iscritta a Lettere Moderne, ho studiato e lavorato per poi approdare su CPOP.IT e scoprire il dietro-le-quinte del mondo dell'editoria. Dal 2025 scrivo per LaTestata e mi sono unita al team di ScreenWorld in qualità di Capo Redattrice Anime e Manga: la chiusura di un cerchio e il coronamento di un sogno.