Difficile comprendere quanto possa essere debilitante per una persona sorda non comprendere pienamente ciò che le sta avvenendo intorno. Il cinema negli ultimi anni ha provato a rendere questa situazione “tangibile” anche per il grande pubblico, basti pensare a The Sound of Metal (2019) o a una commedia che ha fatto scuola quale La famiglia Bélier (2014) – con tanto di remake hollywoodiano e italiano, rispettivamente CODA – I segni del cuore (2021) e il recente Non abbiam bisogno di parole (2026).
Eppure, per quanto più o meno attinenti ad affrontare il dramma, nessuno di questi ha avuto il coraggio di osare fino in fondo, di sfiorare anche solo marginalmente l’approccio di intensi documentari come Paese del silenzio e dell’oscurità (1971) o – sempre francese, guarda caso – Nel paese dei sordi (1992). Il silenzio degli altri, qui oggetto di analisi, arriva dalla Spagna e (almeno in parte) prova a dire qualcosa di nuovo sul tema, lontano da carinerie e facili divagazioni retoriche.
Il mondo che verrà

La storia vede protagonista Ángela, che lavora l’argilla ed è sorda dalla nascita. Aspetta una figlia da Héctor, che a differenza sua è udente e per amore ha imparato perfettamente la lingua dei segni, con la quale comunicano nella loro quotidianità. La gravidanza si porta dietro di sé una domanda fatidica e insidiosa, ovvero se la bambina sarà sorda o no: le percentuali sono esattamente fifty-fifty, e il futuro padre spera quanto mai che sia in grado di sentire. Un desiderio che Ángela forse condivide meno, per la paura della distanza che potrebbe venirsi a creare con la piccola.
Piccola che viene alla luce perfettamente in salute: da allora, nella neo-mamma qualcosa si rompe. Rivolge ovviamente tutto il suo amore verso Ona (questo il nome scelto), ma giorno dopo giorno si sente sempre più inadeguata e il suo stesso rapporto con Héctor rischia di incrinarsi col passare del tempo. Ritrovare l’equilibrio prima di raggiungere il punto di non ritorno sarà tutt’altro che semplice…
Genesi ed evoluzione

Nel 2021, Eva Libertad girò un cortometraggio di dodici minuti dal titolo Sorda con protagonista sua sorella Miriam Garlo – entrambe usano pseudonimi, ecco il perché dei diversi cognomi. La storia era semplice nella premessa, ma in poco meno di venti minuti riusciva a veicolare un messaggio di importanza sociale per nulla banale e scontato. Da quell’abbozzo candidato al Premio Goya 2023 è nato Il silenzio degli altri, diretta evoluzione in un lungometraggio di un’ora e mezza che espande la storia di Ángela nell’arco di una gravidanza che porta in superficie tutto ciò che una coppia mista, sul piano sensoriale, non aveva ancora trovato il modo di dire ad alta voce.
Miriam Garlo è affetta da sordità anche nella vita reale e questo rende l’esperienza maggiormente realistica, con sguardi e compromessi che sono frutto di quanto da lei vissuto direttamente sulla propria pelle, dando un senso di autenticità a un dramma per nulla banale sul peso delle barriere e su come abbatterle. Una scelta che ha fatto centro, dato che la pellicola ha vinto al festival di Berlino il Panorama Award, ossia il riconoscimento da parte del pubblico, su cui la storia ha quindi fatto facilmente centro.
Spegnere il mondo

Il tutto senza cedere a un pietismo esasperato, ma trasportando di peso lo spettatore nell’ordinario affrontato da questa neo-mamma che deve ritrovare se stessa proprio nel momento più bello della sua vita. Il timore di essere inadeguata, il distacco con quel mondo che invece tutto sente – a cominciare proprio dalla sua dolce metà – e il rischio di ghettizzarsi in un ambiente di suoi simili si fanno avanti nel prosieguo della narrazione, pronta a intercettare via via nuovi umori, ad aprire nuove ferite ma anche a infondere rinnovate speranze.
L’ultima mezz’ora, nella quale i rumori esterni vengono spenti anche per noi che stiamo davanti allo schermo, permette un’identificazione quasi totale con quello che Ángela prova ogni singolo istante: entriamo metaforicamente nel suo mo(n)do di vivere, ne comprendiamo appieno la frustrazione ma anche la forza e il coraggio – certo, per necessità, ma sempre impegno enorme rimane – di andare avanti anche (e soprattutto) quando la diversità rischia di isolarti. E Il silenzio degli altri, una volta tanto, si rivela un titolo italiano efficace, capace di sintetizzare al meglio la metafora esistenziale dietro tale assunto.
La voce del silenzio

Il silenzio degli altri è un dramma intimo e profondamente umano che affronta la sordità senza trasformarla in semplice strumento di commozione o in una lezioncina edificante per un pubblico che vuole sentirsi gratuitamente impegnato e solidale. La regista Eva Libertad ha provato a mostrare il peso invisibile dell’isolamento e della paura di non essere abbastanza, prendendo spunto dall’esperienza di sua sorella per costruire un racconto delicato e mai accomodante, dove la maternità diventa terreno fragile di incomprensioni, desideri inespressi e distanze emotive che il linguaggio, da solo, non sempre riesce a colmare.
La forza de Il silenzio degli altri risiede proprio nella sua verosimiglianza, amplificata da una messa in scena semplice ed efficace, che nell’ultima parte riesce a trascinare lo spettatore dentro il silenzio di Ángela, trasformando l’assenza di suono in esperienza sensoriale e psicologica. Un film che evita scorciatoie melodrammatiche e trova nel quotidiano tutta la complessità di un’esistenza costretta continuamente a negoziare con un mondo pensato per chi può sentire. ma senza darsi mai per vinti.
