La vasta terra di Ezo è teatro principale di Ghost of Yōtei, nuova fatica dei ragazzi di Sucker Punch, che dopo Ghost of Tsushima rielaborano elementi e stilemi che hanno reso il successo del titolo per riproporli in un sequel ambientato circa trecento anni dopo le avventure di Jin, per presentarci una storia ridimensionata almeno nell’incipit: una giovane donna, Atsu, cerca vendetta verso i sei uomini che anni prima hanno sterminato la sua famiglia.
Perfettamente in linea con la migliore narrazione orientale, Ghost of Yōtei ci propone una storia di vendetta, mettendo in mostra le difficoltà di una crociata solitaria, aprendosi a scenari narrativi inediti che spingono tanto Atsu quanto il videogiocatore a rivedere la matrice delle nostre azioni da un punto di vista diverso, mettendo anche in dubbio il valore stesso della vendetta.
Da diversi anni gli sviluppatori sotto casa Sony hanno preso una tacita regola nel realizzare Tripla A. Dove e quando funzionano, specialmente in sede di critica e ottime vendite, da quella solida certezza deve costruirsi il franchise. Così è stato con Spider-Man 2 o Death Stranding 2: On The Beach, giochi incredibili per resa e grammatica di gioco, che ampliano quanto di buono già visto e fatto dai capitoli genitori.
Ghost of Yōtei segue questa linea perfettamente, inserendosi in un’evoluzione tecnica quanto estetica, ripulendo il gioco da tante piccole imperfezioni, coinvolgendo il videogiocatore con un’esperienza unica finalizzata al divertimento, mentre ci appassioniamo alle gesta di questa nuova protagonista.
Se Ghost of Tsushima era un titolo decisamente ambizioso nella presentazione del tessuto narrativo, Ghost of Yōtei potrebbe trarre in inganno con quella che si presenta come una semplice storia di vendetta, ma non fatevi distrarre dalle premesse: ogni percorso di questa natura, incontra nella sua strada delle tappe intermedie dove c’è spazio per modellare motivazioni e ideali dietro la vendetta, perché per ogni fantasma che intraprende questa strada, c’è una scia di sangue che sporca la terra di Ezo, già fortemente compromessa da clan feroci, in attesa dello shogunato.
Ghost of Yōtei, la strada della vendetta

Da che esistono, le storie di vendetta sono quelle che più ci appassionano, dall’hard boiled violento fino a cornici più raffinate e di spessore, da John Wick a Il Conte di Montecristo, da Max Payne a The Last of Us – Parte II, tutto ciò che compone queste storie prendono forma da un sentimento di odio che muta con il progredire degli eventi, con il confrontarsi dell’inevitabile realtà di quello che ci si sta lasciando alle spalle.
Avete mai giocato Hotline Miami? Parallelo lontanissimo da Ghost of Yōtei, ma nella psichedelica costruzione delle azioni di gioco, quando avremo finito la missione, siamo chiamati ad uscire dall’edificio e fare a ritroso la strada percorsa poco prima. I corpi a terra e le pennellate di sangue sui muri sono una testimonianza di quello che è successo una manciata di minuti prima. Esattamente come in un film di Scorsese, c’è un certo grado di aberrazione e fascinazione per la violenza perpetuata. Una roba che potrebbe far arrossire anche un Bret Easton Ellis del periodo d’oro.
Atsu percorre la sua strada, lei muove la spada contro il nemico, ma siamo noi a premere quei tasti, a dare un senso di responsabilità nel portare avanti quella vendetta. Atsu si muove tra equipaggiamenti diversi, tra cui tante e diverse maschere, le stesse che lei riconosce nei nemici a cui da la caccia, etichettati con appellativi che attingono dal folklore giapponese. Questa è la storia dell’Onryo – lo spirito della vendetta – contro i Sei di Yotei.
Passato e Presente

Un bel quadro deve avere anche un’ottima cornice e se questa si realizza in una struttura di gioco ben consolidata già dal titolo precedente e tirata a lucido, resa più frizzante, veloce e divertente, anche il dipinto brilla della stessa qualità. La terra di Ezo è un incanto per occhi e orecchie: colori vivi che non passano inosservati, terre floride di fiori o gelide, colpite da un autunno bucolico o da un silenzio rilassante in riva ad un fiume.
Atsu non è davvero un demone, ma deve comportarsi come tale e le sue fragilità vengono fuori nei momenti dove può permettersi di mostrarle. Nelle fonti di acqua calda, dove riposarsi, pensare e provare a recuperare i pezzi di un passato distrutto. Ghost of Yōtei infatti è un titolo che parla molto del confronto tra passato e presente, di come il passato – e i diversi punti di vista di chi ha vissuto un evento traumatico – riesca a forgiare una visione del tutto personale del senso di vendetta. Un falso ricordo, un evento distorto, piccolissimi dettagli possono fare la differenza.

Atsu più che demone della vendetta è un fantasma tormentato che non riesce ad andare avanti, legata al suo passato, alla sua famiglia barbaramente uccisa e a questa vendetta che la logora dall’interno. Il confronto con altri personaggi che aiuteranno Atsu nella sua avventura, alcuni di questi estremamente importanti per il confronto diretto delle sue azioni, amplieranno notevolmente il già generoso tessuto narrativo. Quella che sembra una semplice vendetta, diventerà un evento più grande dove ognuno sarà preda della furia di Atsu, ma non tutti hanno gli stessi obiettivi e la stessa giovane protagonista dovrà far conto dell’onore di persone a lei care che potrebbe ferire.
Ghost of Yōtei conferma la bontà del progetto partorito da Sucker Punch, con un titolo estremamente solido nella proposta di gioco come nel convincente contesto narrativo. Una vera gioia per occhi e polpastrelli.



