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Partiamo dalla fine. Siamo in auto, di ritorno da Berlino, dove abbiamo partecipato alla Michael Jackson Global Fan Celebration. Evento internazionale organizzato da Universal per il lancio di Michael, il tanto agognato biopic su Michael Jackson che (dopo essere stato rimandato di un anno) finalmente arriva al cinema il 22 aprile. Siamo al volante, sulla strada per tornare a casa, mentre canticchiamo e ci dimeniamo in modo abbastanza sgraziato, consumando la playlist “This is Michael Jackson” su Spotify. Billie Jean, Thriller, Beat It. Tutto a volume spropositato. Partiamo dalla fine per raccontarvi l’effetto che fa vedere Michael. Immediato e schietto: ti gasa e ti fa venire tanta voglia di riascoltare (e rivedere) Michael Jackson in tutto il suo patinato splendore. Il suo falsetto, le sue movenze quasi aliene, il corpo molleggiato, quasi posseduto dal Dio del pop, che sembra nato per andare a tempo di musica. Tutto il pacchetto “Michael Jackson: icona pop” e i suoi effetti collaterali inevitabili, insomma.

Il risultato post-proiezione (avvenuta tra centinaia di fan in delirio) è questo, perché Michael è un grande film celebrativo. Un grande atto di amore e riconoscenza nei confronti di un’icona mondiale, scritto e girato (da Antoine Fuqua, il regista di Training Day) per illuminare ricordo di un gigante della pop culture. Una star che ancora oggi, a quasi vent’anni dalla sua morte, attira una platea di fan di ogni età e genere. Ancora trasversale nel suo potere mediatico (e musicale), nonostante tutte le ombre che lo hanno seguito per buona parte della sua carriera. Ombre che in Michael sono totalmente assenti. Come se quel talento fosse troppo più grande e più forte di qualsiasi accusa. Non per volontà degli autori (che inizialmente avevano inserito varie controversie nel film), ma per una clausola legale che ha costretto la produzione a rimuovere ogni riferimento alle accuse di pedofilia. Da qui nasce un film pieno di luce, che preferisce celebrare l’artista invece di interrogare l’uomo.

Cosa non c’è

Jaafar Jackson in Michael
Jaafar Jackson in Michael – © Universal

Premessa importante per inquadrare bene il film: cos’è questa storia del cavillo legale? Nelle intenzioni degli autori, Michael sarebbe iniziato e finito con delle sequenze ambientate nel 1993. Anno in cui Jackson fu accusato per la prima volta di abusi su minori dal padre dell’allora 13enne Jordan Chandler. Le scene in questione sono state girate e montate, prima che l’Estate of Michael Jackson (l’ente legale che gestisce il patrimonio di Jackson) ha scoperto (con colpevole ritardo) una clausola presente nell’accordo stipulato con la famiglia di Chandler all’epoca. Una clausola che vieta di raccontare la storia del presunto abuso (o citare il nome del ragazzino) in qualsiasi tipo di opera cinematografica. Un vincolo che ha costretto gli sceneggiatori a riscrivere l’inizio e la fine del film, costringendo registi e cast a tornare sul set per quasi un mese per delle inevitabili riprese aggiuntive. Intoppo che, come dicevamo all’inizio, ha costretto Universal a rimandare il film di un anno (da aprile 2025 ad aprile 2026).

Raccontare tutto quello che non può esserci in Michael non è solo “pruriginoso gossip da dietro le quinte,” ma fondamentale per capire come approcciarsi al film. E come gli autori hanno deciso di svoltare il loro racconto di Jackson. Non potendo addentrarsi in zone grigie, Michael si è trasformato in una grande festa per i fan. Una vera e propria origin story quasi supereroistica che celebra il talento e l’animo puro di un predestinato. Un film in discesa, dove la carriera di Jackson è una specie di piano inclinato diretto verso l’inevitabile successo planetario. Unica eccezione? Il padre-padrone di Michael, il vero antagonista del film. Uomo anaffettivo e soverchiante, che ha creato in Jackson una reazione uguale e contraria. Laddove il padre dava solo cattiveria con modi brutali, lui ha cercato di infondere amore e gentilezza nella sua grande valvola di sfogo: la musica.

Cosa c’è

Una scena di Michael
Un frame di Michael – © Universal

Si scrive Michael, si legge Jackson. Perché nel film il lato più personale e intimo della star è davvero molto abbozzato, affidato a una scrittura assai superficiale (con dialoghi molto frettolosi e didascalici) e a personaggi senza troppo spessore, più simili a funzioni narrative (il cattivo, l’alleato, il confidente e così via). Fuqua ha preferito soffermarsi sulla star, sulla patina, sulla confezione. Di fatto Michael è un film di performance, tutto basato sull’incredibile prova di Jaafar Jackson. Nipote di Michael (figlio del fratello maggiore Jermaine Jackson, ex membro dei Jackson Five), Jaafar è l’anima di tutto il film (e il senso stesso dell’operazione) Impressionante nel ricreare le movenze, le espressioni e la voce dello zio. Come posseduto da Michael, Jaafar trasforma tutto il film un incessante saggio di bravura (aiutato anche dall’ottimo lavoro fatto col trucco e i costumi).

Ecco perché sembra di essere davvero dentro il video Thriller, con un defunto che torna in vita grazie a un film. Un film che assomiglia a un grande jukebox cinematografico, una carrellata di momenti iconici (video, esibizioni, salite, poche cadute) tutta dedicata al primo decennio di carriera di Jackson: dagli esordi con i Jackson Five fino all’uscita di Bad nel 1987. Gli anni Novanta, come detto, non sono stati invitati per ovvi motivi. Quello che resta, invece, è un cinema onesto. Perché Michael non si presenta in modo diverso dalla grande celebrazione autoreferenziale (e dedicata ai fan) che è. Un cinema che si serve del potere della musica per esaltare un fenomeno assoluto grazie a un altro fenomeno assoluto. Perché quella di Jaafar Jackson è un’operazione di mimesi che fa impallidire qualsiasi Rami Malek. Un tributo di un nipote verso lo zio, che racconta tanto di quanto siano lunghe certe ombre. No, non sono accuse. Sono solo eredità.

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Nato a Bari nel 1985, ha lavorato come ricercatore per l'Università Carlo Bo di Urbino e subito dopo come autore televisivo per Antenna Sud, Rete Economy e Pop Economy. Dal 2013 lavora come critico cinematografico, scrivendo prima per MyMovies.it e poi per Movieplayer.it. Nel 2021 approda a ScreenWorld, dove diventa responsabile dell'area video, gestendo i canali YouTube e Twitch. Nel 2022 ricopre lo stesso ruolo anche per il sito CinemaSerieTv.it. Nel corso della sua carriera ha pubblicato vari saggi sul cinema, scritto fumetti e lavorato come speaker e doppiatore.