Serviva un ribelle del fumetto come Warren Ellis per trasformare la Città degli Angeli nella più sordida, violenta e oscura prigione che l’America potesse ospitare. Per Carpenter era stata New York il luogo perfetto per rinchiudere i peggiori criminali degli States, quasi vent’anni dopo Fuga da New York – e dopo che lo stesso Carpenter ci aveva sfidate a fuggire anche da L.A. – Warren Ellis concepisce Los Angeles come il perfetto buco di mondo in cui rinchiudere le più pericolose spie del mondo. Persone come Desolation Jones, protagonista dell’omonimo fumetto firmato da Ellis, riproposto da saldaPress nella sua collana Maèstro.
Tramite questa etichetta, l’editore di Transformers e Invincible sta compiendo un recupero di opere seminali di autori cult, spesso dimenticate, vuoi per motivi anagrafici vuoi perché si ha la tendenza a dimenticare quanto il successo e la potenza di un artista sia il culmine di un percorso professionale articolato. Una regola aurea, cui non si sottrae nemmeno un nume tutelare dei comics come Warren Ellis.
Warren Ellis, il radicale ribelle

Il nome di Ellis è legato a cult come Transmetropolitan, Planetary, Authority, visioni lisergiche e dissacranti con cui il buon Ellis si è attestato come narratore radicale, in cui la sua visione del mondo si è tinta di irriverenza e slanci folli, trasformati in un perfetto strumento di spietata critica al mondo contemporaneo. A volta, anche con inquietanti previsioni del futuro.
Una cifra stilistica impeccabile, precisa e inconfondibile. Capace anche di insinuarsi in un contesto più vincolante come il Marvel Universe, dove Ennis è ricordato con il suo Iron Man: Extremis, story arc sul Vendicatore Dorato, in cui supportato da Adi Granov getta le basi di una rivoluzione di Tony Stark, poi arrivata anche nel MCU con Iron Man 3.
Il rischio di una vena narrativa così specifica, improntata a un linguaggio spesso volgare e a tratti sin troppo sperimentale in un contesto in cui l’innovazione è spesso tarpata, ha presentato il conto a Ellis. I grandi cult citati non sembrano aver motivato sufficientemente un pubblico che col tempo pare avere dimenticato come la sua voce graffiante e impenitente non dovesse rimanere legata a vincoli imposti da major o brand – come la sua interpretazione di James Bond – ma dovesse esser accolta come tale: una rottura col sistema.
Complicato trasmettere questa vis narrativa con un pubblico che – dopo i primi anni duemila – pare aver perso focus su questo tratto di Ellis, che nel frattempo firma dei piccoli gioielli dimenticati come Injection (205) e la delirante avventura di Michael Jones (2005), pubblicata da Wildstorm.
Desolation Jones, prigioniero in terra straniera

Michael Jones è un agente segreto britannico arrivato a fine corsa. La sua carriera nell’MI6 ha le ore contate, distrutta da una scarda diligenza nei confronti delle missioni e un attaccamento alla bottiglia al contrario portato avanti con grande impegno. Di fronte alla scelta tra il venire abbandonato dalla Corona e il cercare una redenzione attraverso la sperimentazione volontaria di progetti segreti, Jones sceglie la seconda strada, diventando una cavia umana.
Un momento di svolta, che non porta a una redenzione agli occhi dell’MI6, ma alla sua definitiva discesa all’inferno. Rovinato e spezzato da questi esperimenti, Jones diventa una pedina sacrificabile, un imbarazzo di cui disfarsi. E quando spia non è più utile, viene spedita a Los Angeles, il confino per coloro che devono essere dimenticati.
Jones entra rapidamente nel meccanismo di questa società, utilizzando le proprie capacità mettendosi al servizio del migliore offerente come investigatore privato. Un ruolo che lo porta a scavare nel torbido di una città che di angelico non ha più nulla, al punto che il suo ultimo caso coinvolge nientemeno che un ex-generale che lo ingaggia per recuperare il suo oggetto più prezioso: un film porno con protagonista nientemeno che Adolf Hitler.
L’inizio della fine di Ellis

Leggendo Desolation Jones, non si può fare a meno di ripensare a come ci sia un momento preciso che segna uno spartiacque nella carriera di Ellis. Pur mantenendo tutte le peculiarità del suo lavoro, la parte migliore della sua produzione rimane a cavallo dei due millenni. Transmetropolitan, Planetary chiudono il ‘900 per Ellis, mentre le collaborazioni con le major del fumetto sono il suo nuovo percorso.
Il suo linguaggio sboccato, irriverente, inserito nella narrativa aspramente critica e violenta che lo aveva reso un autore radicale lo allontana dalle meccaniche del fumetto supereroico mainstream, avvicinandolo a realtà minori più aperte al suo estro. In questo momento, Desolation Jones prende forma, ma rimane in un certo senso vittima della visione di Ellis. E della sfortuna, considerato che gran parte del materiale iniziale va letteralmente in fumo.
Potremmo vedere in questa sfortunata congiuntura l’origine delle fragilità di Desolation Jones, ma la verità è che siamo davanti a un progetto di ampio respiro rimasto vittima di un finale prematuro. Sin dalle prime battute delle avventure di Michael Jones si intuisce come Ellis stia costruendo un racconto sfaccettato, in cui i vari tasselli saranno posizionati con i giusti tempi. L’ispirazione ai racconti polizieschi stile Ellroy è evidente, quasi un noir psichedelico in cui Ellis si diverte a mescolare i generi.
Una promessa intrigante, un primo passo che avrebbe dovuto ingolosire i lettori lasciando sospesi diversi interrogativi – soprattutto sul protagonista – le cui risposte erano idealmente nei capitoli successivi. Si percepisce la solita struttura compressa ed ermetica delle ambientazioni, pronte a svelarsi lentamente all’occhio del lettore, ma con Desolation Jones questo gioco tipico della narrativa di Ellis viene meno per un piccolo dettaglio: non ci sarà mai un secondo arco narrativo.
Ellis è sempre lui

E forse è un bene. Desolation Jones è decisamente una storia di Ellis, forse anche troppo. Tutti i temi cari allo scrittore britannico sono evidenti – devianze sessuali, weird sciene e personaggi spezzati – ma iniziano a mostrare segni di prevedibilità, come se il loro eterno ritorno avesse infine spezzato l’incantesimo di Ellis. Da un lato, anche se sottotono Ellis ha sempre un carisma tale che si viene assorbiti in una storia in cui batture intrise di acida ironia, situazioni paradossali e intrecci di segreti assorbono il lettore, ma non si può fare a meno di accusare quella ripetitività che contraddistingue l’ultima produzione di Ellis, in cui brillano Trees e Injection. Anch’essi, tuttavia, condannati a una fine mai giunta.
Ancora più triste pensare che Desolation Jones è disegnato da J.H. Williams, consacrato dal Promethea di Moore. La sua collaborazione con Ellis gli consente di scatenarsi con tavole libere, in cui si mescolano flashback in sfumature di grigio e inserti nelle tavole che sembrano schegge di follia.
Recuperare la lettura di Desolation Jones vuol dire avere una chiara visione di come il fumetto a cavallo tra i due millenni fosse un territorio inesplorato per la creatività di visionari come Ellis, quando non era più sufficiente crogiolarsi dei successi pregressi. Per una casual reader, quest’opera potrebbe essere un folle, delirante divertissement sui noir.
