A ridosso dell’uscita di The Rip, Matt Damon – protagonista e produttore del film – ha rilasciato un’intervista a uno dei podcast più popolari degli Stati Uniti, quello di Joe Rogan, raccontando il modo di lavorare di Netflix, che del film cura produzione e distribuzione.
Cogliamo l’occasione per raccontare un film (e un approccio) decisamente controcorrente.
Un noir che chiede attenzione allo spettatore

Nel corso dell’intervista, Damon spiega che Netflix pretende che la trama sia chiara, ma soprattutto spiegata e ricapitolata tre o quattro volte durante il film, perché il pubblico della piattaforma tende a distrarsi, a guardare il telefono e a usare la televisione come una radio. Un po’ come accadeva con le soap opera, chiamate così perché potevano essere seguite mentre si lavavano i piatti. Ed è proprio qui che The Rip diventa interessante: il film sembra infatti costruito apposta per ribaltare questa concezione.
Diretto da Joe Carnahan e scritto dallo stesso regista insieme a Michael McGrale, The Rip vede Damon nel ruolo del tenente Dumars e Ben Affleck in quello del sergente Byrne. I due, amici fraterni, entrano in conflitto dopo la morte del capitano Velez, amica dell’uno e compagna dell’altro. I sospetti – alimentati da voci di poliziotti corrotti e traffici di droga e denaro all’interno del corpo – esplodono quando Dumars, Byrne e la loro squadra effettuano un sopralluogo in una casa che nasconde molti più soldi di quanto immaginassero.
Affleck e Damon produttori: la libertà creativa di Artists Equity

Ne viene fuori un poliziesco puro che però spiazza fin dall’approccio: l’azione è rinchiusa in uno spazio quasi teatrale e il film ragiona di ruoli e identità, mescolando l’immaginario di Ed Bunker o Don Winslow con i dialoghi e le tensioni di David Mamet. Non sono i soldi il vero centro del discorso, ma l’integrità umana e la dignità professionale. The Rip si affida alla capacità dello spettatore di seguire l’intreccio, rivelandolo poco a poco, lasciando intuire ciò che si nasconde dietro cenni, ellissi e sguardi, senza ricorrere alla didascalia.
Tutto questo è possibile anche perché Affleck e Damon, affiatatissimi come attori quanto i loro personaggi sono in contrasto, sono i fondatori di Artists Equity, casa di produzione che mette al centro la libertà creativa e una più equa ripartizione economica per sceneggiatori, registi e interpreti. In questo contesto Joe Carnahan – regista solido d’azione, spesso relegato dall’industria a prodotti da “cestone del supermercato” come Copshop o Shadow Force – ha l’occasione di esprimere un talento duro e secco, senza sacrificare l’attenzione per i dialoghi (memorabile l’interrogatorio con i martelli in sottofondo), la credibilità dell’ambientazione e dei meccanismi narrativi, e soprattutto il senso delle immagini.
Luce, buio e penombra: l’estetica inattesa di un film Netflix

Se è vero che il finale risulta narrativamente deludente, la parte action brilla, seppure in modo contenuto. Merito anche del lavoro della seconda unità guidata da Scott Rogers e di Keith Woulard, coordinatore degli stunt: un inseguimento con sparatoria annessa e una sequenza che sembra quasi un rave party armato. Ma soprattutto Carnahan utilizza il set della casa e quello del furgone blindato come spazi per un discorso registico sul buio, sulla penombra e sulla necessità dei personaggi di non farsi inghiottire dalle tenebre.
Per tutta la durata di The Rip, Carnahan e il direttore della fotografia Juan Miguel Azpiroz giocano con fasci di luce che squarciano ambienti oscuri: neon, torce, lampeggianti e semafori creano una tensione estetica e persino simbolica. I colori che mutano sui primi e primissimi piani dei personaggi nel furgone diventano parte del racconto. Non esattamente ciò che ci aspetteremmo da un film Netflix. Merito dell’equità produttiva e del talento, condiviso, di cineasti e interpreti.



