Squadra che vince non si cambia. In parte. Con il secondo ciclo di episodi di The Pitt abbiamo un quadro completo della situazione riguardo alla gestione del cast — fisso e variabile, new entry e piacevoli conferme. Nel Trauma Medical Center di Pittsburgh i freddi corridoi del pronto soccorso sono un viale continuo di persone: casi lievi, casi estremi, qualcuno ci lascia un sorriso, altri ci mettono davanti all’inevitabile fine che ci rende tutti umani — la morte.
A farne i conti sono spesso i medici, i giovani specializzandi dall’animo puro che devono ancora prendere le distanze e le misure con il proprio luogo di lavoro. Perché di questo parliamo: una missione umanitaria mossa da un giuramento medico, ma pur sempre di lavoro si tratta, e se non si riesce a tracciare una linea di sopravvivenza, il crollo è lì, a tenderci la mano e lasciarsi fagocitare dall’oblio.
È quello che è successo al dottor Robby alla fine della prima stagione: anni di esperienza e una tensione accumulata che esplodono in un pianto a dirotto davanti all’ennesima crisi sanitaria o al corpo esanime di un bambino. È un po’ come corrodersi l’anima un poco alla volta, svuotarsi fino a diventare un involucro privo di sentimenti.
Dieci mesi dopo

La seconda stagione di The Pitt si sposta dieci mesi dopo la fine della prima. È il 4 luglio e il Paese è nel pieno dei festeggiamenti, ma l’imprevisto è di casa nel pronto soccorso: un attacco hacker rende gli strumenti digitali inutilizzabili, un ospedale vicino si ferma momentaneamente veicolando i pazienti al Pitt, e l’incursione degli agenti dell’ICE terrorizza pazienti e medici.
A differenza della grande e singola crisi che ha tenuto banco in tutta la prima stagione, qui l’eterno turno di quindici ore vive di vari momenti di emergenza che innescano le classiche reazioni tra tutti i personaggi, intersecandosi anche con il più brioso — e a tratti più interessante — turno notturno. Tutti uniti per affrontare una giornata che non sembra finire mai.
Il punto d’interesse per questo ciclo di episodi è ancora il dottor Robby, al suo ultimo giorno di lavoro prima di una lunga pausa. Niente cambio di ospedale, pensione o rassegnazione: si è preso mesi di aspettativa. Entra così in gioco la figura della dottoressa Baran Al-Hasmini, che lo affiancherà nel turno per convalidare il passaggio di testimone e prendere le redini del gruppo di soccorso. Bastano però poche puntate per capire che non tutto è chiaro e limpido come il dottor Robby vuole farci credere.
Dentro di lui cresce un malessere che ha avuto origine durante la crisi del Covid-19. Quanto accaduto negli ultimi dodici mesi non è altro che lo strascico di una ferita aperta da tempo. Nella crisi della prima stagione e nel non detto di questa seconda si nasconde l’eterna realtà che chi indossa un camice spesso fatica a esprimere: i medici, quelle persone pronte a salvarci la vita nei momenti di crisi, sono esseri umani, e come tali possono crollare.
Team Langdon

Per quanto la caparbietà e il sangue freddo del dottor Robby siano il cuore dello show, sono le persone che ha attorno a mostrarne le sfumature. In particolare, il rapporto con il suo ex golden boy, il dottor Langdon — allontanato per problemi di dipendenza — che torna ora con una calma zen invidiabile.
Dove Langdon cerca di redimersi, con una postura morale che lo allontana dalla spavalderia che lo aveva contraddistinto in precedenza, vediamo un uomo cambiato, dedito al recupero e alla vocazione del suo lavoro. Lo scontro con i vecchi colleghi — in particolare la riluttanza della Santon a lavorare con lui — è la rappresentazione di una corda pronta a spezzarsi.
La volontà è tutto, ma la pressione è enorme. Langdon vuole rientrare nella cerchia di Robby, ma quest’ultimo vede in lui una duplice sconfitta: il pupillo è caduto nella dipendenza e nell’abuso di farmaci, e Robby si rende conto di aver fallito anche lui come mentore. Una situazione emotiva che non aiuta un’anima perennemente in crisi: quando parla di andare in vacanza, forse intende qualcosa di molto più definitivo.
Per chi ha costruito l’intera propria esistenza emotiva e quotidiana tra quelle quattro mura del pronto soccorso, il mondo fuori potrebbe non bastare più. E vedere la morte in anziani, uomini, donne e bambini rende quella vita sempre più insignificante. Un involucro svuotato di ogni sentimento.
Combattere la solitudine

Il dottor Robby è solo in mezzo a tanta gente. La dottoressa King, che ha dedicato la vita alla sorella autistica, scopre che quest’ultima ha un fidanzato — mentre lei no. Langdon si sente rifiutato mentre cerca di farsi accettare nella sua riabilitazione. La seconda stagione di The Pitt è anche un grande arco narrativo sui fantasmi interiori e sulla solitudine. Come un’entità capace di turbare chi gli sta accanto, Langdon pesa su Robby e sulla Santon con la sola presenza, caricandoli di un’ansia difficile da reggere.
Mostrare questa fragilità nei protagonisti è una scelta narrativa decisamente peculiare, che centra tutti i suoi obiettivi. Pensateci: The Pitt era magnetica non per l’espediente — tutt’altro che originale — di far coincidere ogni episodio con un’ora reale di lavoro, ma per averci accolti dentro una macchina ben oliata. Per pochi minuti alla settimana potevamo fidarci ciecamente di quelle persone pronte a tutto, che mettevano esperienza e dedizione al servizio del paziente. Quasi ci sarebbe venuta voglia di sentirci male pur di farci visitare da loro. La seconda stagione fa il gioco opposto, ripartendo dalla crisi del dottor Robby.
Quelle persone sono esseri umani: alcuni sbagliano diagnosi, portando certi pazienti a interventi tempestivi e altri a una morte improvvisa. Non si tratta di colpe, ma di quanto il corpo e la mente riescano a rispondere sotto pressione. Al secondo giro di boa, The Pitt conferma pregi e pochi difetti. È davvero uno di quei prodotti che potrebbe durare per più di dieci stagioni senza perdere smalto, proprio grazie alla facilità con cui intercambia i protagonisti, ne ridimensiona alcuni e ne promuove altri. Un prodotto malleabile, terribilmente in sintonia con il nostro quotidiano, capace di guardare all’attualità per costruire trame convincenti e rendere ogni ora di lavoro un vero e proprio campo di battaglia.
