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Stephen King apre La lunga marcia con una frase di John Fitzgerald Kennedy: incoraggerei ogni americano a camminare il più spesso possibile, perché camminare è più che salutare, è divertente. Subito dopo arriva Bob Dylan, a ricordarci: La pompa non funziona perché i vandali hanno manomesso la manovella. Due epigrafi perfette e allo stesso tempo spietate per un romanzo che prende il primo gesto riconoscibile della vita di un uomo, come camminare, e lo trasforma in una condanna a morte. Per parlare di The Long Walk – Se ti fermi muori, arrivato nelle sale italiane il 23 aprile 2026, bisogna allora fare un passo indietro. Non per sterile obbligo filologico, ma perché La lunga marcia è uno di quei libri in cui Stephen King sembrava già raccontare molti dei suoi fantasmi futuri.

Scritto durante gli anni dell’università e poi pubblicato nel 1979 sotto lo pseudonimo di Richard Bachman, il romanzo mostrava già una delle sue idee più feroci, dove l’orrore nasce da un sistema che chiede ai ragazzi di sacrificarsi e li applaude mentre cadono. In IT, molti anni dopo, King avrebbe messo questa intuizione in parole definitive: “i veri mostri sono gli adulti”. In La lunga marcia, quei mostri sono già lì, in divisa, fucili in mano, ai bordi della strada, pronti a chiamare ordine ciò che è soltanto massacro. “Fanculo la Lunga Marcia. Fanculo il Maggiore”.

Bachman vs King

Stephen King - la lunga marcia
Stephen King – @Adler Entertainment

Bachman, del resto, era anche questo. Non solo una maschera editoriale, non solo il trucco con cui King poteva pubblicare romanzi più liberi dalla sua etichetta di scrittore horror-soprannaturale, bensì una penna più esistenziale. I romanzi firmati Bachman, infatti, sembravano spesso libri di serie B, con premesse più semplici – ma il minimalismo, se sfruttato bene, è sempre la coercizione più forte. E qui la scelta è la più semplice di tutte: camminare o morire. Siamo in un’America distopica, governata da un regime militare e sorvegliata dal Maggiore, figura monolitica e grottesca, quasi un parente stretto del Generale Abbot immaginato da Jeff Lemire in Sweet Tooth.

Ogni anno un gruppo di ragazzi partecipa volontariamente alla Lunga Marcia, senza che il film, come il romanzo, senta mai davvero il bisogno di spiegarci il motivo dell’insana voglia di dirigersi verso una morte certa. Nel libro il gruppo di temerari era di cento, nel film diventano cinquanta. Devono mantenere un’andatura costante. Chi rallenta riceve un’ammonizione, alla quarta, viene eliminato. Fucilato sul posto, sotto gli occhi dell’intera nazione. Fino all’ultima esecuzione, quella “perfetta” (come viene ripetuto più volte come un gong) compiuta davanti a un pubblico in delirio, come se due ragazzini che si stanno giocando la vita fossero finiti all’overtime di una gara 7 delle Finals NBA.

Camminare per sopravvivere

Garraty e McVries
Una scena del film – @Adler Entertainment

La lunga marcia ha una trama con una premessa così scarna, così ridotta all’osso, da sembrare quasi impossibile da trasformare in cinema. Facile pensarla così all’annuncio: “Dio, che noia dovrà essere”; ragazzi che camminano, ragazzi che muoiono, fine. Eppure Francis Lawrence, sulla sceneggiatura fedele di JT Mollner, trova una forma possibile proprio accettando la natura essenziale del materiale di partenza. The Long Walk non prova a mascherare il suo congegno, né a renderlo più elegante di quanto sia. Lo prende per quello che è, solo un racconto di sopravvivenza, un death game ante litteram (o forse sarebbe meglio dire un’anti-parabola feroce su una nazione che ha fatto del conflitto una virtù, della competizione una liturgia e della morte dei giovani uno spettacolo).

La questione della verosimiglianza con la realtà va tolta subito di mezzo. Ovviamente è assurdo pensare che dei ragazzi (ma chiunque, in realtà) possano camminare per giorni senza fermarsi, senza dormire, senza fermarsi nemmeno per pisciare, direbbe De Gregori, ma fare le pulci a questi espedienti narrativi significherebbe fraintendere il patto del film.

The Long Walk non racconta una prova atletica, bensì un Paese in cui l’inerzia è diventata obbedienza e fermarsi non è più un diritto, ma una colpa da punire. Se ti fermi sei fuori. Una ruota del criceto trasformata in luna park. In questo senso, il film guarda all’America del passato per parlare dell’America di oggi. Non serve trasformarlo in un bignami sul presente, perché il punto è molto più in profondità, cercando di mettere in scena un immaginario americano che sembra tornare sempre alle stesse ferite: l’eroismo come sacrificio, la disciplina come prepotenza, la bandiera come anestetico per uno stato febbrile, quasi terminale. È chiaro che c’è qualcosa di bellico nella marcia di questi cinquanta adolescenti, anche se non siamo in guerra – o forse proprio perché la guerra, qui, è stata interiorizzata nei corpi dei ragazzi.

Dalla carta al cinema

The long walk scena
Una sequenza de La lunga marcia – @Adler Entertainment

La scelta più interessante dell’adattamento, però, è un’altra. Se il romanzo era chiuso nella personale percezione di Ray Garraty, il partecipante numero 43, il film prova a collettivizzare il racconto, spostando la narrazione dallo sguardo di un solo protagonista a una voce più corale. Cooper Hoffman, figlio di Philip Seymour Hoffman e qui al primo vero ruolo centrale dopo il Gary Valentine di Licorice Pizza, resta il centro emotivo, soprattutto nel rapporto con McVries. Ma The Long Walk diventa progressivamente un film sul gruppo, e, ancora una volta, su uno dei tratti più riconoscibili dell’immaginario di King: l’amicizia.

Un saggio sui legami che nascono dove dovrebbe esserci soltanto rivalità, sulla tenerezza imprevista tra ragazzi non ancora adulti che il meccanismo vorrebbe trasformare in concorrenti, nemici, corpi da superare, e che invece, passo dopo passo, cominciano a riconoscersi come compagni della stessa condanna. Non c’è vera fuga, forse rimane soltanto una forma di resistenza emotiva, una piccola comunità costruita dentro una macchina pensata per distruggerla. In filigrana, viene quasi naturale pensare a Stand by Me. Anche lì c’erano dei ragazzi, una strada, ma un solo corpo morto ad attenderli alla fine del viaggio. Ma se Rob Reiner raccontava la fine dell’infanzia come una ferita tenerissima, Lawrence la trasforma in una marcia funebre a cielo aperto. In Stand by Me i ragazzi andavano a cercare un cadavere e trovavano, insieme, il primo vero contatto con la morte. In The Long Walk, il cadavere cammina accanto a loro fin dall’inizio.

Sfregi e difetti

Maggiore in The long walk
Una scena di The Long Walk – @Adler Entertainment

Il limite del film nasce dalla stessa chiarezza che lo rende efficace, perchè Lawrence costruisce un’opera tesa, essenziale, ridotta all’osso, ma anche inevitabilmente monocorde. Il meccanismo è fortissimo, e proprio per questo lascia poco spazio alla deviazione, all’ambiguità, alla sorpresa emotiva. Si cammina, si crolla, si muore. Senza poter rallentare nemmeno per piangere. Il film intensifica, stringe, accumula, ma non sempre riesce a cambiare passo. Quando arriva al giro di boa, sembra aver già sparato alcune delle sue cartucce migliori. Eppure sarebbe ingeneroso negare a Francis Lawrence il merito principale di essere riuscito a fare davvero un film da La lunga marcia.

The Long Walk resta sporco e crudele. Conserva lo spirito nativo di Bachman, quella semplicità quasi volgare che nasconde una ferocia profondissima. Gente che cammina. Gente che muore se smette. Tutto qui. Ma dentro quel “tutto qui” c’è un’intera idea dell’America. Un’America povera, esausta, militarizzata, ancora innamorata dei propri rituali di grandezza. Una (grande) nazione che promette un premio impossibile a chi accetta di perdere tutto e che continua a gridare “avanti” anche quando non c’è più nessun posto dove andare, se non, arrivare alla fine. Continuare a camminare per non morire. Perché alla fine della corsa, The Long Walk non è soltanto la storia di una marcia, ma rimane la metafora di un Paese che non sa fermarsi e che forse, proprio per questo, non sa più come salvarsi.

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Nicola Bartucca (Latina, 19 agosto 1996), graphic designer e copywriter nel settore pubblicitario, affianca da sempre al lavoro creativo una profonda passione per il cinema e la narrativa, in tutte le loro forme e declinazioni. Ha frequentato la Molly Bloom Academy di Roma e collabora con Schermi Magazine e ScreenWorld, occupandosi di cinema e cultura pop. "A occhi aperti" è il suo esordio letterario, una raccolta di racconti ambientati negli Stati Uniti, in uscita a marzo 2026 con Edizioni La Serra.