Dopo tanto parlare, il finale di Stranger Things è arrivato davvero. Abbiamo pazientato il più possibile affinché tutti potessero recuperarlo, affinché tutti potessero arrivare alla fine del viaggio e chiudere i raccoglitori. Abbiamo cercato di mettere ordine fra i ricordi, lasciando le emozioni da parte per razionalizzare ciò che è accaduto negli ultimi episodi (e nel lunghissimo finale). Ogni fine porta con sé malinconia per ciò che è stato, un vuoto che resta come una ferita che fatica a guarire. C’è tristezza per un’opera che, nel bene e nel male, ci ha accompagnati per quasi dieci anni. Stranger Things non potrà essere dimenticata tanto facilmente: con lei è cambiato lo streaming, è cambiato il mondo intero. Un fenomeno analogo a quello di Game of Thrones, seppur maggiormente connotato alla sfera social e giovanile.
Ci sarà un prima e un dopo Stranger Things. I fratelli Duffer sono partiti con una piccola produzione che omaggiava Dungeons & Dragons e gli anni ‘80: quattro ragazzini in un seminterrato, pronti a vivere l’avventura più grande delle loro vite. Oggi quei ragazzini sono diventati grandi, come i loro autori, e hanno salutato gli anni ’80 per scoprire nuovi inizi oltre la fine. Sarebbe sbagliato lasciarsi travolgere dalla nostalgia: occorre riflettere sul perché un colosso come Netflix abbia deciso di chiudere la serie in questo modo, sull’impatto inevitabile di tutta la cultura dell’hype che ne ha influenzato ogni spunto creativo, sul peso della cross-medialità nella società di oggi. Il modello Netflix, lanciato per certi versi proprio con Stranger Things, che si ritorce contro la sua stessa opera madre.
I dubbi su quest’ultima stagione necessitano di ulteriore chiarezza: Stranger Things non è mai stata un’opera di fantascienza pura, né un’avventura piena di scontri all’ultimo sangue. Non ha mai voluto esserlo. Stranger Things è sempre stata una coccola a chi ha vissuto un tempo dove tutto sembrava possibile, il viaggio di ragazzi pronti a lasciarsi alle spalle uno dei periodi più belli della loro vita. Quella fine, per quanto giusta, non ha convinto fino in fondo.
Il vero problema di Stranger Things 5

I fratelli Duffer si sono approcciati alla quinta stagione con la consapevolezza di chi può giocare sul sicuro e la pressione di chi sa di non poter sbagliare. Mettere insieme questi due fattori significa dover ragionare attentamente su ogni singolo aspetto, ogni singolo personaggio. Abbiamo un problema con le storie: non riusciamo più ad accettare che qualcosa vada diversamente da come ce lo aspettiamo, quando lo desideriamo davvero. Guai a divergere o a osare con la narrazione: un prodotto di questa portata non può permettersi di scontentare i fan – o almeno così sembra. Purtroppo viviamo in un mondo in cui, volenti o nolenti, non si può accontentare chiunque. Per questo i Duffer hanno preferito muoversi sul filo delle emozioni, esagerando nel reiterare certe dinamiche nonostante l’enorme mole di tempo a disposizione.
Il risultato è stato un grosso preludio, più pesante che coinvolgente, verso il gran finale. Se la prima parte della quinta stagione era riuscita a procedere a passo spedito, lasciando anche intuire tra misteri e curiosità che il male stesse agendo per davvero (il senso di pressione era più che percettibile), la seconda parte ha preferito concentrarsi sul dare spiegazioni o elucubrare su elementi già noti. Peccato che i Duffer non siano stati mai dei talenti fenomenali in quanto a worldbuilding e scrittura d’insieme: la serie ha subito il contraccolpo di anni di rimaneggiamenti, finendo per rielaborare diversi elementi del proprio universo nel tentativo di rendere ancor più centrali le relazioni tra i personaggi.
Il desiderio (o l’ansia) di spiegare

Missione compiuta solo a metà, perché persino certi dialoghi didascalici sono apparsi confusi per gli spettatori: gli showrunner hanno cominciato a inondare i media di spiegazioni e giustificazioni off screen, dando l’impressione che forse per spiegare davvero bene certe cose ci sarebbe voluto di un’altra stagione. O forse di altre penne. Che piaccia o meno, una serie tv non è una campagna di D&D: le domande a storia conclusa possono dare più contesto e più soddisfazione, ma una serie non può lasciare tanti elementi nebulosi (neppure se all’orizzonte sono già in cantiere un paio di spin-off).
Ritmi troppo dilatati, sezioni completamente sconnesse, retcon e stratagemmi narrativi che cambiano le carte in tavola da un momento all’altro: gli americani definirebbero Stranger Things 5 “all over the place”. Eppure, al di là del suo andamento altalenante, Stranger Things si chiude con un abbraccio sincero grazie a un’ultima ora che (come pochissime altre opere contemporanee) è riuscita a catturare il cuore degli spettatori. Si sa, quando qualcosa si ama morbosamente, i desideri si trasformano in ossessioni. Nessuno voleva davvero che la storia finisse, tantomeno che la storia finisse male. Questa morbosità ha portato troppo scompiglio, tanto nella narrazione, quanto nel racconto del fenomeno oltre lo schermo.
Il sapore agrodolce della fine

Per quanto la sua conclusione sia degna di questo nome, Stranger Things 5 verrà ricordata come una stagione tirata troppo per le lunghe, priva di mordente dove occorreva davvero (anche solo per giustizia verso le passate stagioni). A uscirne peggio, paradossalmente, è la Undici di Millie Bobby Brown, che pur attorniata da un cast quanto mai impegnato a portare a casa una degna chiusura per la serie (da menzionare un eccellente Jamie Campbell Bower) si è ritrovata in scena con un personaggio monocorde, quasi involuto e interpretato in maniera eccessivamente passiva.
Gestire la fine delle cose è difficile per tutti, ma bisogna imparare a lasciare andare. Per questo quei 40 minuti finali non sono soltanto ciò che serviva alla serie per salutare il suo pubblico, ma ciò che serviva a tutti coloro che vi hanno preso parte per chiudere un capitolo delle loro vite insieme a noi. Salutiamo Stranger Things con l’amarezza di chi rivedrà presto altre storie a Hawkins e dintorni, ma con il cuore pieno di bei ricordi per quei ragazzi: la classe dell’84 e i loro amici, quelli che hanno cambiato per sempre quello schermo che da piccolo si sta facendo sempre più grande.



