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Sin dal suo annuncio, l’attenzione che ha avuto Mouse P.I. For Hire è di quelle per cui la domanda principale è sapere se il risultato finale potrà o meno rispettare le (alte?) aspettative che indubbiamente hanno cominciato a covare nei nostri sogni ideali.

Sulla carta il progetto è di quelli folli: un FPS purissimo, che strizza l’occhio alla frenesia e velocità degli ultimi Doom, andando ad incontrare uno stile estetico cartoonesco da progetto d’animazione Disney in stile Steamboat Willie. I ragazzi di Fumi Games hanno preso una libera ispirazione anche dall’incredibile successo di Cuphead, almeno nella certezza di avere un certo tipo di risposta nel presentare un gioco con un certo stile grafico.

Ma se pensate che Mouse P.I. possa essere un semplice specchietto per le allodole, dove alla sperimentazione estetica, vi sia poco, vi sbagliate di grosso: qui c’è la trasposizione di un denso noir – a tratti violentissimo – dove le sigarette, le armi e il bianco e nero, come lo stesso comparto sonoro, giocano un ruolo fondamentale per calarci perfettamente nella parte del topo investigatore (che beneficia del doppiaggio di Troy Baker).

Mouse P.I. For Hire, un rete di misteri

Una sequenza di gioco di Mouse P.I. For Hire
Una sequenza di gioco di Mouse P.I. For Hire – ©Fumi Games

Il topo detective Jack Pepper, un tempo eroe di guerra, ora è un disilluso investigatore che cerca di sopravvivere nel marcio di una città, Rattopoli, che non è più lo specchio del benessere che lui ricordava. Un caso di persona scomparsa sarà solo la punta del ben più noto iceberg, fatto di intrighi e misteri che crescono e serpeggiano all’ombra della città.

Quando il sole cala e la città viene avvolta dal buio è come entrare in una dimensione parallela, dove la criminalità prende il sopravvento e la legge del più forte è fondamentale per sopravvivere. Jack Pepper non può essere solo un semplice investigatore, deve diventare la stessa ombra minacciosa della città, per farsi strada con tutto il carico di violenza, armi da fuoco, misteri e tradimenti che ne conseguono.

Un racconto a tinte pienamente noir, che non nasconde mai le sue ispirazioni estetiche quanto narrative, riuscendo tuttavia a costruire un prodotto estremamente solido, tecnicamente sporco in alcune situazione, ma pregno di una realizzazione che dimostra tutto l’amore che gli sviluppatori hanno messo in ogni singola scena o animazione.

Dal rosso al bianco e nero

Una sequenza di gioco di Mouse P.I. For Hire
Una sequenza di gioco di Mouse P.I. For Hire – ©Fumi Games

Mouse (o pad) in mano, il gioco dei ragazzi di Fumi Games non nasconde la sua grammatica di base, anche partendo da un base che può trarre in inganno. I primi minuti di gioco infatti sono il più classico degli antipasti, utile più a prendere confidenza con i comandi. Il gioco, nella sua natura ed essenza, inizia poco dopo, con la gestione delle risorse, la possibilità di effettuare dash direzioni (una spinta veloce per coprire una traiettoria), gestione dei punti vita come dei punti armatura.

Poi aggiungeteci dollari sparsi in giro – utili alla fine delle missioni per comprare nuove armi e potenziamenti – e diverse casseforti che tramite un minigioco si possono scassinare, così da attingere al bottino (ancora munizioni, dollari o armatura). L’ispirazione ludica, sin dal primo livello, è quella dei rinnovati Doom, almeno nella modalità in cui, gettati nelle arene o corridoi di gioco, la ferocia con cui veniamo a contatto con i nemici è senza freni.

Siamo mediamente fortunati se i nostri nemici sono armati di pugni o coltelli: uno scatto direzionale basta per allontanarci e organizzare la nostra offensiva, ma gli altri nemici, armati con bocche da fuoco, sono la cosa più vicina all’essere mortalmente letali: la mappa si riempie di proiettili vaganti, le hitbox non sempre sono pulitissime e spesso i punti vita scorrono via esattamente come si lascia un rubinetto aperto.

Quando si pensa di avere una gestione totale dell’azione, ci si rende conto che Mouse P.I. For Hire è un gioco decisamente cattivo, che non può essere affrontato con leggerezza o piena distrazione. Rattopoli è un luogo estremamente violento e gli sventurati che decidono di avventurarsi con mera curiosità, sono i primi che periranno. Dobbiamo utilizzare tutto: munizioni, armi di vario taglio e potenza, barili esplosivi. La delicatezza estetica, con quello stile cartoon che si mescola alla violenza efferata. Se c’è qualcosa che sancisce il matrimonio perfetto per celebrare il gioco è proprio questo contrasto, folle sulla carta, ma dannatamente efficace nel concreto.

Una città piena di segreti

Una sequenza di gioco di Mouse P.I. For Hire
Una sequenza di gioco di Mouse P.I. For Hire – ©Fumi Games

Mouse P.I. For Hire è stata una sorpresa continua, forse anche troppo. Per una volta la gestione degli spazi e dei contenuti avrebbe beneficiato di una direzione ben più curata. Alla conclusione della missione, ritorniamo nel nostro ufficio, che si affaccia in un quartiere che possiamo esplorare in lungo e in largo. Questa è una sorta di HUN di gioco, dove scendere in strada, parlare con altri personaggi, dedicarsi a dei minigiochi, trovare vendor dove spendere soldi in cambio di cannoni da fuoco e così via.

Anche le missioni secondarie si avviluppano nella solita metrica per cui si accettano, per poi venire segnate nell’agenda. Accedere a questo, come gli incarichi principali, avviene tramite lo spostamento di Jack Pepper nella grande mappa della città e oltre. Tramite una cartina stradale, utilizzeremo il segnalino di un’automobile (in pieno stile Indiana Jones per capirci) per spostarci manualmente nei luoghi che vogliamo visitare. Siamo liberi dunque di affrontare le missioni come meglio vogliamo, anche se, forse per gusto personali, questa soluzione porta ad una dispersione maggiore del ritmo di gioco.

Ma se dovessimo valutare l’opera dei ragazzi di Fumi Games, tolti questi difetti che potrebbero tranquillamente rientrare nella sfera del gusto personale, il risultato è decisamente incredibile. Un vero e proprio matrimonio di stile, tecnica ed estetica che restituisce un banchetto prelibato. La sensazione a tratti è strana, anche nel modo vengono gestiti gli scontri (spesso arrivano valanghe di nemici, altre volte due contati), ma c’è una cura ed una passione nella realizzazione che emerge in ogni secondo giocato, e questo vale ogni singola lode spesa qui.

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Classe 1989. Gabriele Barducci scrive di Cinema e serie tv. Dal 2022 è responsabile dell'area videogiochi di ScreenWorld. Comincia a scrivere di Cinema e serie tv nel 2012 accompagnando gli studi in Scienze della Comunicazione presso l'università di Roma La Sapienza. Nel 2016 entra nella redazione di The Games Machine occupandosi anche di videogiochi, mentre dal 2017 è nello staff della rivista di cinema Nocturno.