Il nome di Hideo Kojima è senza dubbio tra quelli scolpiti nell’Olimpo del videogioco.
Parliamo, infatti, di un autore che ha contribuito a ridefinire il linguaggio dei videogiochi moderni, non soltanto attraverso intuizioni di gameplay innovative, ma anche grazie a una narrazione capace di interrogare continuamente il medium stesso.
Le sue opere hanno spesso scardinato convenzioni e certezze del settore, lasciando un’impronta indelebile nell’immaginario dei giocatori e influenzando intere generazioni di sviluppatori.

Il tutto, senza mai porsi particolari limiti nell’affrontare temi sociali, politici e culturali di grande attualità, spesso riletti attraverso una sensibilità fortemente crossmediale, in grado di fondere cinema, filosofia e linguaggio videoludico in una visione autoriale unica.
A ben pensarci, basterebbero queste ultime righe appena scritte per parlare del perché Metal Gear Solid 2 mi abbia conquistato così tanto. Eppure, non voglio semplicemente parlare delle tematiche affrontate e del mero citazionismo che ha sprigionato negli anni questo capitolo, ribadito un po’ ovunque da esperti ed affezionati anche in maniera più ampia di quanto riuscirei a fare io.
Piuttosto voglio un po’ raccontare cosa mi ha lasciato scoprirlo “al giorno d’oggi” grazie al Volume 1 della Master Collection recuperata e spolpata, in attesa di poter mettere le mani anche nel secondo volume in piena estate.
A Hideo Kojima Game
Piccola premessa doverosa. A priori della mia scelta nel recente periodo di recuperare la trilogia originale di Metal Gear Solid, le qualità del maestro Kojima le conoscevo già e apprezzavo senza dubbi o tentennamenti.
Le conoscevo perché da piccolo quella stessa trilogia sulle console Sony l’ho vissuta e giocata a sprazzi dagli amichetti dopo la scuola, riuscendo (nonostante la genuinità di un fanciullo) a conquistarmi.
Le avevo approfondite negli anni più recenti leggendo per mera curiosità personale articoli e approfondimenti vari, anche in video, di esperti ed appassionati. Poi conquistato dal suo gameplay così libero per l’approccio stealth, avevo deciso con piacere di tuffarmi direttamente a bomba su Metal Gear Solid V: The Phantom Pain, ignorando totalmente le velleità narrative e possibili collegamenti con la serie.

Infine, come fosse un nuovo inizio, mi ero gettato nel mondo del primo Death Stranding rimanendo affascinato da quel mondo, i suoi personaggi, le storie e ovviamente il gameplay così atipico e volutamente di rottura.
Tutto questo per dire che se sei un videogiocatore, arriva un momento nella vita dove ti imbatti in Hideo Kojima e decidi quanto o meno perseguire (videoludicamente parlando) anche nel suo sentiero, lasciandoti coinvolgere dalla sua visione delle cose.
Per esperienza personale, sono uscito ed entrato dal suo sentiero continuamente, senza preoccuparmici più di tanto, mentre “solo oggi” recuperando questa originale trilogia sento di aver acquisito una maggior consapevolezza.
Meta narrazione ed IA

Parliamo subito dell’elefante della stanza, ovvero ciò che a distanza di anni sul piano narrativo di Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty è stato apprezzato e riconosciuto all’unanimità, scaturendo anche nel sottoscritto un certo stupore.
Nello specifico, mi riferisco alla sua capacità di affrontare con impressionante anticipo temi oggi più attuali che mai: il controllo delle informazioni, la manipolazione della verità e il ruolo dell’intelligenza artificiale nella costruzione della realtà o di come viene percepita e veicolata.
Un meccanismo che, a oltre vent’anni dall’uscita del gioco, richiama inevitabilmente le moderne dinamiche algoritmiche dei social network, delle piattaforme digitali e dei governi contemporanei, sempre più coinvolti nella gestione e nella mediazione delle informazioni.

Ed è proprio qui che la visione profetica di Hideo Kojima colpisce ancora oggi con straordinaria forza: nella progressiva erosione del libero arbitrio e dei principi fondanti delle moderne democrazie, sacrificate in favore di un controllo totale (da parte dei Patriots), invisibile e apparentemente giustificato dalla necessità di mantenere ordine, stabilità e coerenza sociale.
Sapevo benissimo che Metal Gear Solid 2 fosse terribilmente attuale, ma raggiunti i titoli di coda mi sono sentito moralmente ed eticamente preso a schiaffi pensando a quanto fosse avanti e profetico.
A questo punto, per lanciare una provocazione, visto che stiamo vivendo circa vent’anni dopo il presente raccontato in Sons of Liberty spero solo che non dobbiamo prepararci a vivere il terribile futuro di Death Stranding. O forse quello, per certi aspetti, sta già accadendo e non vogliamo accorgercene.
Gameplay e paragoni (s)comodi

Giocando praticamente in successione i tre capitoli della saga mi è stato più semplice, sotto certi aspetti, paragonarli e arrivare alla conclusione della personale preferenza, senza tentennamenti, per Metal Gear Solid 2.
In primis, mi ha sorpreso molto di più il passaggio tecnico dal primo al secondo capitolo rispetto a quello dal secondo al terzo. Vuoi perché nel primo caso c’è anche un passaggio generazionale dalla PlayStation 1 alla PlayStation 2, ma devo ammettere come anche la gestione dell’intro in maniera più cinematografica è riuscita a coinvolgermi maggiormente rispetto a quanto vissuto poi sui primi minuti di gioco in Metal Gear Solid 3.
In egual misura, mi ha stravolto in positivo la profondità e immediatezza dello stealth nelle varie aree con Raiden, dove tra magazzini e corridori angusti bisognava studiare con precisione le ronde dei vari nemici per impedire l’attivazione degli allarmi.
Di contro, se proprio dovessi trovare un difetto, avrei voluto fosse dato maggior spazio ai personaggi femminili di Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty. Nello specifico ai “nemici” Olga e Fortune.
La prima apprezzabile fin dal prologo con Snake e poi a sprazzi con Raiden nelle motivazioni che la spingono a combattere, dubitando di alleati e nemici fino all’ultimo perché spinta dalla vendetta.
La seconda perché ho l’impressione sia stata enfatizzata e centellinata volutamente nelle apparizioni dallo stesso Kojima per conferirle un’aurea di superiorità (almeno apparente) incredibile.

Dalle inquadrature e le musiche dedicate nelle cutscene che la ritraggono, al suo modo di parlare e porsi con i nemici, nell’estenuante ricerca di una fine che combattimento dopo combattimento non sembra arrivare mai.
Come non apprezzare poi, parlando proprio del gameplay dedicato, le varie boss fight e tutti i nemici introdotti con le rispettive ideologie? Impossibile non rimanere coinvolti pensando alle emozioni vissute in prima persona.
Dulcis in fundo, tutta la sequenza del finale, dalla macro-sezione action supportato da Snake, fino alle varie scoperte narrative menzionate che portano allo scontro (esageratissimo) contro i Metal Gear, concluso poi con la battaglia finale contro Solidus e le sue ideologie. Un tornado di emozioni che travolge e conquista tra cambi di ritmo e di prospettiva.
Nel bene e nel male, grazie

Ma quindi, apprezzando così tanto questo secondo capitolo, cosa ho imparato nel bene e nel male?
Ho imparato che a Kojima piace un po’ trollare e mettere in difficoltà i giocatori quando meno se lo aspettano. Le sessioni delle bombe con Fatman a tempo ne sono un chiaro esempio (fino al caos finale nella sua boss fight).
Senza dimenticare le aree dedicate alla distruzione degli attivatori degli ordigni sul ponte di Shell2, con l’ausilio di binocolo e fucili da cecchino al limite dello stress per tentare di centrare obiettivi minuscoli e, in alcuni casi, persino in movimento.
Speravo, inoltre, di non dover più rivivere il dolore alle dite causato dalla tortura di Ocelot nel primo Metal Gear Solid. Per poi faticare, con molteplici game over, proprio sullo stritolamento di Solidus nelle sessioni finali di gioco nel medesimo e terribile meccanismo.

Ho apprezzato molto più del previsto l’evoluzione del personaggio di Solid Snake, vivendolo come mero supporto esterno, così come delle motivazioni che spingono Otacon ad andare avanti con ipropri ideali ed aiutare proprio Snake.
Ho imparato come Hideo Kojima sfrutti ogni personaggio, dialogo e snodo narrativo per alimentare riflessioni e parallelismi con la società contemporanea, spesso lanciando critiche dirette e tutt’altro che velate verso politica, informazione, guerra e cultura di massa.
Dietro le sue storie non c’è mai soltanto intrattenimento: ogni elemento diventa il pretesto per mettere in discussione il presente, gettando benzina sul fuoco di temi scomodi e affrontandoli senza particolari filtri o compromessi.
Ma, soprattutto, ho imparato che forse non mi basta aver raggiunto una volta i titoli di coda per capire il vero messaggio dietro Metal Gear Solid 2 e che mi mancano dei pezzi.

Chi è davvero il nemico che combattiamo? Perché una volta scoperta la verità dietro il sistema di controllo dei Patriots e le simulazioni vissute da Raiden e dal giocatore, con tanto di rottura della quarta parete, mi sono più sentito in linea al comportamento di Solidus e a giustificarne le ambizioni.
Davvero i Patriots nell’universo di Metal Gear realizzato da Kojima sono il male minore? Conviene lasciare spazio alle IA senza preoccuparsi o dare voce al libero arbitrio continuando anche a prendere decisioni sbagliate? Chi può decidere cosa è giusto e cosa non lo è, prendendosi anche la responsabilità della scelta?
Rigiocherò sicuramente Metal Gear Solid 2 per capire meglio questi aspetti narrativi enfatizzati nella seconda metà dell’avventura, ma non vedo l’ora di approfondirli recuperando anche il suo vero successore a tempo debito. In attesa di quel Metal Gear Solid 4 che dovrebbe finalmente togliere tutti i miei dubbi, a conti fatti, continuo a rimanere affascinato dalla portata del secondo capitolo, tanto nel gameplay quanto nella narrazione.
