Pur essendo stato accolto inizialmente come un’opera minore, Cars – Motori Ruggenti resta uno dei titoli più discussi della filmografia di casa Disney Pixar. Nel corso degli anni, la pellicola di John Lasseter si è rivelata un’opera più stratificata di quanto sembrasse alla sua uscita nelle sale. Perché Cars, in fin dei conti, è riuscito a emergere come un racconto sorprendentemente intimo sul tempo che scorre e sull’identità.
Un’opera che ha saputo anticipare inconsapevolmente alcune nostre ossessioni del presente, dando alla storia di Saetta McQueen un peso emotivo diverso, più maturo. A vent’anni dalla prima mondiale, allora, vale la pena chiedersi come mai Cars sia un prodotto audiovisivo così iconico.
Una storia classica che acquista profondità nel tempo

La struttura narrativa di Cars è sulla carta estremamente semplice. Abbiamo un protagonista talentuoso e arrogante che è costretto a fermarsi e a confrontarsi con una realtà diversa, portato a rimettere in discussione le proprie priorità. Inizialmente, il campione delle corse americane viene giudicato dalla stampa e dal pubblico per il suo essere veloce: un vero modo di esistere, più che una qualità. Quando Saetta arriva a Radiator Springs questa mentalità viene ridimensionata: il film costringe il protagonista, e con lui anche lo spettatore, a confrontarsi con la lentezza, la quale diventa, man mano che la storia va avanti, uno spazio in cui si costruiscono legami e in cui ridefinire se stessi. Si tratta di un arco di trasformazione molto classico, ma proprio per questo efficace.
Il punto di forza della storia sta nel modo in cui il film costruisce questo cambiamento. Infatti, il percorso di Saetta Mcqueen, che ha la voce di Owen Wilson, non è immediato né forzato: passa attraverso relazioni, fallimenti e momenti di stasi che danno peso alla sua evoluzione. In un contesto culturale come quello di oggi, ossessionato dalla velocità e dalla produttività, il messaggio sembra ancora più incisivo. Cars parla del valore della lentezza, del prendersi tutto il tempo necessario per capire chi si è davvero: un tema che nel 2006 poteva risultare semplice, ma che oggi, invece, risuona con una forza diversa.
La potenza dell’azione

Quando si parla di animazione, di solito regia e montaggio non sono elementi tenuti molto in considerazione. Eppure, uno degli elementi più sottovalutati di Cars è la costruzione delle sequenze di gara. John Lasseter adotta una regia sorprendentemente realistica, con inquadrature basse, spesso all’altezza dell’asfalto, che simulano il punto di vista delle auto e ampliano la percezione della velocità.
A differenza di molti film d’animazione recenti, che tendono a frammentare l’azione con montaggi frenetici puntando sul caos e l’eccesso, Cars mantiene sempre un forte senso dello spazio. Lo spettatore non è mai disorientato: sa sempre dove si trovano le auto, chi è in vantaggio, quali sono le distanze e come è strutturata una pista. La regia comincia nel fare una panoramica generale, per dare l’idea allo spettatore del luogo in cui si svolge l’azione, e successivamente ci catapulta tra le auto che sfrecciano a tutta velocità.
L’azione non è mai fine a sé stessa, perché ogni sequenza di corsa riflette lo stato d’animo del protagonista: inizialmente domina l’istinto e quindi il ritmo è molto frenetico, ma col tempo la guida diventa più consapevole, quasi relazionale. In questo senso, la velocità non è solo spettacolo, ma anche un’estensione del personaggio.
Il confronto tra vecchio e nuovo

Il film sulle auto della Pixar arriva in un momento in cui gli Stati Uniti vivono ancora l’illusione della incessante crescita economica, della velocità come simbolo di successo e di un progresso destinato a non fermarsi mai. Il film di John Lasseter, infatti, mostra un paese in cui tutto corre verso il nuovo, che accantona ciò che appartiene al passato. Non è un caso che il film metta in contrapposizione le grandi autostrade che collegano la città di inizio film alla California e il mondo isolato di Radiator Springs.
Le highways che danno titolo a una delle migliori canzoni della pellicola diventano il simbolo di un’America sempre più rapida e impersonale, mentre la cittadina isolata rappresenta tutto ciò che quel modello economico e culturale rischia di lasciare indietro, ossia quello fatto di piccole comunità rurali, identità locali e vere relazioni umane. In questo senso, Cars intercetta inconsapevolmente una tensione che sarebbe poi esplosa negli anni successivi con una malinconia che nasce dalla percezione di un mondo che sta scomparendo per via dell’accelerazione economica e culturale.
Ed è proprio qui che Cars perde qualsiasi parvenza di banalità, perché dietro al racconto sportivo e l’estetica colorata il film parla di una modernità che avanza così velocemente da trasformare il passato in qualcosa di irrilevante. Ed è forse per questo che il film appare oggi più profondo di quanto sembrasse nel 2006, perché quella sensazione di smarrimento davanti a un progresso troppo veloce è diventata, nel frattempo, ancora più riconoscibile.
