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Nippon Sangoku è esteticamente incredibile. Non c’è altro modo per dirlo. È una di quelle opere che ti catturano ancora prima di capire dove vogliono andare a parare, ancora prima che la storia inizi davvero. E forse è proprio questo il suo più grande pregio: illuderti.

Tratto dal manga di Ikka Matsuki edito Dynit, l’adattamento anime prodotto da Studio Kafka è un’opera scioccante, narrativamente ambiziosa, in grado di fondere suggestioni storiche e distopiche in un racconto di rara intensità. Una anime che vi spingerà a chiedervi “ma cosa sto guardando?

Una vita normale

nippon sangoku, © primevideo
nippon sangoku, © primevideo

Un Giappone post-apocalittico, segnato dalle conseguenze indirette di una guerra nucleare, collassa sotto il peso di crisi politiche, carestie e disastri naturali. Il risultato è una regressione tecnologica e sociale che riporta il paese a una struttura simile a quella feudale, divisa in tre regni, ma ciò che colpisce davvero non è tanto l’ambientazione, quanto il modo in cui viene introdotta.

Difatti, il primo episodio si presenta quasi come uno slice of life dei più semplici, un contesto quasi contemplativo, dal ritmo lento: un matrimonio, due persone che si amano, una quotidianità fragile ma sincera. Aoteru e Saki non ci vengono presentati né come eroi, né come guerrieri, né individui predestinati a cambiare il mondo: sono civili, due ragazzi che si amano, desiderando una vita fatta di cose piccole, semplici. E basta.

“Io voglio solo vivere una vita normale con te, Saki.”

È tutto qui, racchiuso in questa frase, in quel desiderio squisitamente umano di Aoteru, quasi banale. Il suo desiderio più grande non è il potere, ma una vita con la donna che ama.

La regia lo sa, e gioca proprio su questo contrasto, tant’è che i colori freddi dominano ogni scena: il bianco della neve, i paesaggi immobili, il silenzio che sembra sospendere il tempo, tutti elementi che creano un senso di “sospensione dalla realtà”. C’è una purezza luminosa quasi irreale in queste immagini, come se tutto potesse davvero restare così: cristallizzato.

Ma le cose belle non durano, almeno non qui.

La banalità del male

nippon sangoku, © crunchyroll
nippon sangoku, © crunchyroll

Quando entra in scena la famiglia Taira, tutto cambia di botto. Il bianco candido viene violato senza indugi, e la luminosità lascia il posto al grigiume, ad una patina spenta. Se Aoteru rappresenta l’uomo comune, colto e riflessivo, i Taira incarnano lo Stato nella sua forma più corrotta e violenta, il potere arbitrario, violento, incontestabile. Non esiste giustizia, non esiste un giusto processo, la gente viene uccisa per capriccio. Bastonata, umiliata, mutilata.

Ed è qui che Nippon Sangoku mostra il suo vero volto, perché Saki non accetta tutto questo, non può restare a guardare dinanzi alle angherie di uomini folli e privi di morale. Lei è la vera scintilla dell’episodio, il personaggio che rompe l’equilibrio, che rifiuta di piegarsi, il deus ex machina dell’intera storia. Vorrebbe porre fine a quella follia, eliminare Taira, chiudere il cerchio della violenza. Ma Aoteru? Aoteru no, lui vuole solo vivere, farsi gli affari suoi, lasciare la guerra ai soldati.

E quando Saki si oppone all’ennesimo sopruso legato alle tasse, quando decide di dare una lezione a uno dei membri più disgustosi della famiglia Taira, compie un gesto giusto, ma fatale, esponendosi troppo.

“Il valore non si eredita. Può essere forgiato solo con le tue stesse mani.”

È una frase che pesa tantissimo sulle spalle di un piccolo uomo come l’esattore delle tasse. E Saki, nel suo giovane candore, si scontra frontalmente con una società in cui il potere è solo una questione di sangue, di eredità, di privilegio, di discendenza. Il giorno dopo, non tarda ad arrivare la risposta della famiglia Taira: fredda, definitiva. All’interno di una scatola coperta di sangue.

La testa di Saki viene recapitata ad Aoteru.

Deus ex machina

nippon sangoku, © prime video
nippon sangoku, © prime video

Ma Saki è il cuore ideologico della storia, non mera vittima dello Stato, e il suo desiderio di ribellione viene ereditato, così come si eredita il potere. Il bianco della neve si sporca di rosso, perdendo il suo candore, la sua purezza. C’è sangue ovunque, ma un Aoteru ancora con occhi impastati dal sonno impiega qualche minuto per comprendere cosa sia realmente accaduto.

Poi realizza l’orrore, eppure non emette un fiato, non urla, non impazzisce dinanzi a quello che tutti definiremmo un vero e proprio trauma. C’è stato solo un click, forse, in tal caso. Il giovane capisce presto che se vuole distruggere i Taira, se vuole davvero cambiare qualcosa, non può agire d’impulso. Deve fare qualcosa di molto più arduo, deve spogliarsi degli abiti da contadino, deve essere calcolatore, giocare secondo le regole del potere, per poi spezzarle dall’interno.

Aoteru fa delle parole le sue armi, usando la logica come scudo, e in pochi minuti ribalta tutto, arrivando a far giustiziare l’esattore responsabile della morte di Saki. Proprio come farebbe uno stratega, proprio come farebbe Sun Tsu. Ma…

“Anche un viaggio di mille miglia inizia con un piccolo passo.”

Non importa quanto tempo ci vorrà, non importa quanto sarà difficile, Aoteru metterà a ferro e fuoco quel mondo, distruggerà ciò che lo ha privato di tutto. Ed ecco che la morte di Saki non rappresenta la fine della sua vita, bensì l’inizio: Aoteru si desta dal torpore di un sonno ideologici durato anni. Il giovane prende coscienza di ciò che realmente è il Giappone alla fine dell’Era Reiwa.

Una realtà non poi così lontana

nippon sangoku, © prime video
nippon sangoku, © prime video

Il contesto, seppur distopico e concettualmente lontano dalla realtà, è un Giappone frammentato, diviso in tre regni dopo il collasso dell’era Reiwa, risultato inevitabile di un sistema che ha sempre funzionato così: potere concentrato nelle mani di pochi, ingiustizia diffusa, un popolo schiacciato.

Concettualmente, abbiamo detto.

In tali condizioni, Saki e Aoteru rappresentano un’anomalia, ma se la donna ha deciso di affrontare il potere di petto, il marito opta per un approccio più subdolo. Un approccio da “signore della guerra” in un anime fatti di contrasti forti, che non lascia spazio al candore iniziale.

Dal punto di vista tecnico, l’anime è semplicemente impeccabile, e lo Studio Kafka costruisce immagini che restano impresse nel cuore e nella mente: la neve, il sangue, il contrasto tra purezza e violenza. In una narrazione che somiglia e richiama a capolavori del Cinema come il discusso Seven (7) di Somerset, il primo episodio ricorda agli spettatori che tutto può cambiare, nel bene e nel male: basta una testa recapitata in una scatola per trasformare un uomo qualunque in qualcuno disposto a cambiare il mondo.

E da quel momento, non si torna più indietro.

Se Nippon Sangoku dovesse mantenere questa intensità, potrebbe diventare uno degli anime più impattanti del 2026: addirittura più di Atelier of Witch Hat. Dunque, che state aspettando? Correte a dargli una chance!

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Napoletana, classe 92, nerd before it was cool: da sempre, da prima che fosse socialmente accettato. Dopo il diploma al Liceo Classico, una breve ma significativa tappa all'Accademia di Belle Arti mi ha aperto gli occhi sul futuro: letteratura, arte e manga, compagni di una vita ed elementi salvifici. Iscritta a Lettere Moderne, ho studiato e lavorato per poi approdare su CPOP.IT e scoprire il dietro-le-quinte del mondo dell'editoria. Dal 2025 scrivo per LaTestata e mi sono unita al team di ScreenWorld in qualità di Capo Redattrice Anime e Manga: la chiusura di un cerchio e il coronamento di un sogno.