Forse non c’erano grandi speranze sul monsterverse, ma è un’ottima notizia sapere che una parte così importante della cultura popolare sia viva e vegeta nelle sagge mani di Apple TV+. Quando fu annunciata la prima stagione di Monarch: Legacy of Monsters nessuno aveva idea che si potesse realizzare un drama dalla spiccata componente emotiva in un universo dominato da Godzilla, King Kong e creature straordinarie. In un sol colpo, lo show targato Apple ha saputo allontanarsi con forza dai tipici elementi del disaster movie (pur mantenendone alcuni echi, quantomeno nella spettacolarità di certe scene) e farsi strada con un personalissimo mix che fonde azione, intrighi, soap e mostri giganti. L’obiettivo è apparso chiaro sin da subito: raccontare storie di uomini in un mondo difficile, dimostrando che i cuori sono più forti di qualsiasi avversità – e che, per trovare i veri mostri, forse bisognerebbe guardarsi allo specchio.
Le prime puntate avevano convinto tutti, ricevendo apprezzamenti da pubblico e critica, ma ora che sono passati due anni e il colosso Apple ha ottenuto maggiore spazio anche in Italia non c’è occasione migliore per recuperare uno show che ha tutto per stupire. Non è esagerato parlare di Monarch come di un affare di famiglia: al centro della produzione spiccano Kurt Russell e suo figlio Wyatt, che interpretano lo stesso personaggio in diversi periodi temporali. Due monoliti che ancorano la narrazione tra passato e presente, intrecciandosi vicendevolmente man mano che la narrazione prosegue. Il loro è il personaggio che forse più degli altri può rappresentare il dramma di vivere a metà tra due mondi, spettatore attivo di un affare di famiglia interno alla serie stessa.
Perché i mostri sono tra noi, ma non nel modo in cui immaginiamo: scelte, errori e conseguenze dominano un racconto che incespica un po’ troppo, ma che trova sempre il modo di restituire intrattenimento, coinvolgimento e spettacolo ad altissimo budget.
La danza delle creature

Potrebbe non piacere a tutti l’idea che i mostri non si vedano poi troppo spesso (soprattutto perché è sui personaggi che la serie vuole concentrarsi), ma l’effetto sorpresa a ogni loro apparizione restituisce quel senso di tensione misto a estasi che ha da sempre caratterizzato le avventure cinematografiche di queste creature meravigliose. La prima stagione rifletteva le sensazioni dello spettatore attraverso i personaggi, costretti a destreggiarsi tra creature sempre più pericolose. Quel senso di impotenza, di puro terrore ha subito diversi cambiamenti sia per via degli sviluppi narrativi, sia per scelte prettamente creative: Monarch parla soprattutto di una famiglia e del suo legame (o eredità, per l’appunto) con le creature, perciò non vuole giocare sul sicuro.
Ogni sequenza con i Kaiju viene quindi studiata nel dettaglio, più che per garantire la massima spettacolarità, per rappresentare al meglio la caratterizzazione delle creature e le loro interazioni con i personaggi. Lo spettacolo stesso diventa un elemento narrativo, mentre i tafferugli tra uomini si alternano tra mistero, azione e dramma. Sono soprattutto le sequenze che vedono protagonisti i personaggi del passato a tenere le redini emotive del racconto. Tuttavia, se nella prima stagione molte leggerezze passavano in secondo piano, visto quanto ci fosse ancora da rivelare, i nuovi episodi mettono in luce tutte le criticità dei personaggi più giovani e alcune fragilità in fase di scrittura che troppo spesso rischiano di trascinare il racconto verso derive semplicistiche o eccessivamente melò.
Per fortuna, gli autori sono attenti a colmare eventuali lacune tra colpi di scena e momenti toccanti con una narrazione orizzontale che riesce a restituire il senso di un mondo pieno di sorprese pronte a essere scoperte. L’arrivo di Kong, in particolare, porta a farsi un’idea ben più chiara sulla natura dei mostri: non sono loro il vero nemico, del resto, ma ogni volta che appaiono a schermo lo show raggiunge vette di qualità elevatissime. La resa delle creature è con molta probabilità fra le migliori di sempre, e il legame che si instaura tra le caratteristiche di ciascuna di esse e lo spettatore aiuta a costruire i tasselli di un puzzle meravigliosamente concreto. Tutto con un messaggio molto chiaro, quasi lapalissiano a un certo punto della narrazione: i mostri, per quanto spinti dagli istinti, sono sempre migliori di noi.
Un cuore grande

Vale la pena soffermarsi sulla componente drammatica dello show: Monarch è piena di intrighi governativi, giochi di potere e macchinazioni, ma il suo vero punto di forza emerge quando è il cuore a parlare. Che si tratti di un amore incompiuto, di un legame spezzato dal destino o di un sogno che non si potrà mai realizzare, la serie riesce a farsi amare (e a rendere i suoi personaggi davvero centrali) quando si ricorda che in quella “legacy” c’è il cuore dell’intero progetto. Generazioni a confronto (con i giovani guidati da Anna Sawai) in un dialogo continuo tra ciò che era (o sarebbe stato) e ciò che è. Il coraggio di accettare che non sempre tutto il progresso è positivo e che anche le scelte peggiori possono avere dei risvolti inattesi.
Monarch non ha paura di sbattere in faccia la verità ai propri personaggi, né di fare lo stesso con lo spettatore. Non avrà una straordinaria complessità strutturale, ma non ne ha bisogno per raggiungere il proprio obiettivo: libera da qualsiasi intento moralista o dozzinalmente ambientalista, la serie Apple riesce a raccontare la complessità in modo semplice, quasi immediato. Monarch è riuscita così a inserirsi tra correnti e voci diverse che si sono divertite a giocare nello stesso mondo, ma che forse non hanno mai compreso quanto valore si celi anche dietro le storie di mostri. È vero che il focus deve sempre essere su di noi, inguaribili romantici e diabolici protagonisti. Ma è anche vero che non servono giganti per far grande una storia. A volte bastano grandi cuori, capaci di abbattere anche le barriere dello spazio e del tempo per tenere insieme ciò che resta.



