Il nome di Asimov è stato corteggiato dal mondo del cinema per decenni. Mentre il padre dei robot moderni si muoveva dietro le quinte di grandi produzioni come consulente scientifico, come nel caso di Star Trek, i suoi fedeli lettori attendevano con ansia di vedere i suoi mondi approdare sul grande schermo. Se Viaggio Allucinante adattava in suo racconto e Io, Robot condensava in un film le grandi suggestioni del Ciclo dei Robot, le aspettative erano sempre più rivolta alla massima espressione della visione asimoviana: Il Ciclo della Fondazione.
Space opera di ampio respiro, scritta nel corso della lunga carriera di Asimov, il Ciclo della Fondazione non è la classica sci-fi action, ma un complesso e avvincente ritratto sociale di una galassia. Più Dune che Star Wars, se vogliamo, ma ironicamente, proprio come la saga di Herbert, ha segnato in modo sottile l’immaginario della galassia lontana, lontana. Ma essere ispirazione non era sufficiente per un affresco del futuro così ricco, serviva una rappresentazione evidente della dialettica asimoviana, e il cinema ha provato più volte a realizzarla. Ma più che il grande schermo, alla fine, ha potuto la serialità, che grazie ad Apple TV+ si è arricchita con Foundation.
La scommessa di Apple TV+

Una possibilità arrivata in un periodo in cui la sci-fi seriale ha saputo spingersi oltre la sua natura avventurosa e action, confrontandosi con interrogativi più ampi e privilegiando narrazioni più mature. Dal remake di Battlestar Galactica alla maestosità del futuro di The Expanse, il pubblico è stato educato a una visione del futuro più strutturata, che proprio su Apple Tv+ ha trovato casa, con titolo come For All Mankind e Silo.
La dinamica di migrazione di grandi saghe letterarie verso la dimensione seriale anima un acceso dibattito tra gli appassionati, che sempre più spesso criticano come le produzioni seriali tradiscano, a loro avviso, lo spirito originario di opere tanto amate. In questa congiuntura, la scelta del servizio streaming della Mela di dare vita a Hari Seldon e alla galassia creata da Asimov è stata una vera sfida.
Vuoi perché la fantascienza contemporanea, specie cinematografica, ha un grosso debito nei confronti del romanziere americano, vuoi perché la curiosità di avere una sci-fi meno action e più pacata con tempi narrativi rilassati rappresenta sempre una piacevole alternativa a storie iperdinamiche. La nuova vita della sci-fi televisiva, animata dalla propensione alla costruzione di un contesto sociale solido e curato come ottimo strumento narrativo è sempre più evidente, ma con Fondazione si è voluto cercare di portare questo dettaglio a un livello superiore.
La vera minaccia era perdere il focus sui tratti essenziali della saga di Asimov, che per sua natura nascondeva delle insidie che potevano diventare degli inneschi per critiche spietate da parte dei fan puristi dello scrittore, che avranno sicuramente molto da ridire sull’adattamento presentato da Apple. Non si può ignorare come il Ciclo delle Fondazioni abbia profondi legami con altre saghe di Asimov, in primis con il Ciclo dei Robot, e andare a toccare un’architettura così complessa significava rispondere a un interrogativo tutt’altro che semplice: in che punto della cronologia asimoviana iniziamo la nostra storia?
Oltre il fanatismo

Trattandosi di un caposaldo della sci-fi, il Ciclo delle Fondazioni è caratterizzato da aspetti quasi fanatici di venerazione, che si traducono, ovviamente, in una difficile accoglienza da parte degli appassionati. Eppure, non riconoscere a questa serie di aver voluto donare nuova vita a una colonna della narrativa sci-fi, preservandone quanto più possibile lo spirito originale, sarebbe ingiusto.
Foundation, nonostante una ricostruzione architettonica convincente dell’Impero conosciuto nei libri di Asimov, ha mostrato alcune imprecisioni piuttosto marcate, per quanto inevitabili. Come abbiamo imparato leggendo il Ciclo della Fondazione, Asimov stesso ha lavorato a questa saga in modo atipico, tornando in anni successivi a scrivere romanzi prequel, cercando di impostare una continuity che legasse tutta la sua produzione. Modo perfetto per impostare una linea narrativa che partendo dal Ciclo dei Robot arrivasse proprio a concludersi con il Ciclo della Fondazione giocando con il lettore tramite un sistema di richiami e ricostruzione di eventi divenute leggende con il passare dei secoli.
Fondazione sembra aver dimenticato in toto questo aspetto, anzi lo vanifica pienamente. All’interno degli episodi ci sono chiare prese di posizione che edulcorano momenti importanti della cronologia asimoviana, come declinare l’assenza dei robot rendendola conseguenza di una guerra con gli umani, aspetto che ha più attinenza con il Jihad Butleriano di Dune che non con l’opera asimoviana, che da sempre tende ad abbattere il Complesso di Frankenstein.
Perdite inevitabili, che ricordano come il passaggio da un medium dai ritmi più pacati come la letteratura a uno più dinamico e rapido come il cinema, richieda di adattare il linguaggio al mezzo. Nel caso di Foundation, questo si traduce con un focus immediato su personaggi lontani dal protagonista letterario, Hari Seldon, che viene presentato più come una guida spirituale, il grande burattinaio che con la sua psicostoria ha indicato un potenziale cammino dorato per l’umanità futura.
Jarred Harris è un Hari Seldon avanti con gli anni, disilluso e pronto all’inganno in nome del suo presunto ‘bene superiore’. Manca la valorizzazione dei suoi sacrifici e della sua concezione della psicostoria, elemento trainante del Ciclo delle Fondazioni, preferendo mostrarlo come un uomo machiavellico, a tratti fastidioso e supponente nel suo ergersi a guida di una rivoluzione, anziché di una Fondazione che voglia preservare l’umanità.
Evolversi per il futuro

Trasporre fedelmente il Ciclo della Fondazione era pressoché impossibile. La natura dell’opera di Asimov non offre entry point agili da cui avviare una narrazione seriale, complice una complessa serie di rimandi e richiami. La scelta fatta da Goyer e dalla produzione di Fondazione ha una sua liceità, è una mossa necessaria per dare vita a un adattamento seriale che non rimanga vittima del suo fantasma letterario.
Una storia complessa e caratterizzata da una narrazione spesso involuta e complessa, che mal si sarebbe adatta alla nuova grammatica della serialità contemporanea. Serie come The Expanse e Battlestar Galactica hanno mostrato come sia possibile creare universi futuri che consentano una narrazione articolata e solida, e con una materia originaria come il Ciclo della Fondazione questi insegnamenti consentono di sviluppare un universo futuro ricco di sfumature.
Si potrebbe contestare l’idea della trinità imperiale, così come la presenza dell’elemento religioso è un’aggiunta assai lontana dalla visione di Asimov, ma la presenza di nomi noti e la centralità del loro ruolo sembra mostrare una certa attinenza alla storia originale, per quanto adattata a nuovi canoni narrativi.
Cambi di sesso di alcuni personaggi, nuove relazioni sentimentali e parentele totalmente inventate possono sembrare una forzatura, ma sono comunque ricondotte all’interno di confini che tengono presente l’idea generale di Asimov. L’eventuale familiarità dello spettatore con l’opera letteraria consente di colmare alcuni passaggi narrativi poco felici, soprattutto in relazione alla psicostoria. Per quanto citata come la spinta narrativa della serie, la scienza creata da Hari Seldon viene vagamente accennata, rendendola quasi una dottrina mistica cui gli abitanti di Terminus si affidano alla stregua di una fede.
Si perde, in tal senso, la valenza scientifica presente nei libri, ma questa declinazione della psicostoria ben si sposa alle nuove caratteristiche imposte da questo adattamento. La presenza dei poteri di Salvor Hardin e Gaal Dornick, infatti, sembra spingere a una presenza di capacità mentali che nell’opera di Asimov si ravvedevano nel Mulo, presente in epoche future rispetto alla loro. Una concessione che si concede alla produzione di AppleTV+, inserendola in un processo di svecchiamento del concept originale, adattando i tratti salienti della narrativa asimoviana a un nuovo pubblico, quello della serialità.
Un nuovo universo: la scoperta della Fondazione

Al netto delle sue origini letterarie, Foundation, è una serie fantascientifica ad altro budget che mostra di avere appreso alcune lezioni dai grandi esponenti della serialità. David S. Goyer ha ritratto su Apple TV+ una galassia futura in cui l’umanità sembra avviata inesorabile verso l’entropia, condannata da una genia di imperatori cloni che mal comprendono quali siano le vere problematiche di un dominio che si estende su milioni di mondi.
La nascita di una scienza, la psicostoria, in grado di elaborare modelli sociali futuri altamente probabili diviene per il potere una minaccia, un pericolo che vede nel suo ideatore, Hari Seldon (Jared Harris), un potenziale capopopolo da osteggiare. Ma anziché renderlo un martire, eliminandolo fisicamente, i tre imperatori decidono di esiliarlo ai confini dell’universo, su Terminus, dove viene ironicamente concesso all’uomo di sviluppare la sua scienza. Se fosse davvero in grado di realizzare quanto sostiene, allora l’Impero saprà dove trovare un’arma di controllo delle masse, in caso contrario la lontananza di Seldon dal centro socio-politico dell’Impero ne agevolerà l’oblio.
Questo contrasto tra il dispotico potere e la ricerca di un’altra via è uno dei tratti fondamentali di Fondazione. Il dualismo è parte integrante di questa serie, che offre una ricchezza di contrapposizioni, come scienza e fede, che animano il racconto. Per dare vita a questa dinamica, vengono mostrati numerosi personaggi, una schiera di volti e personalità che, in alcuni momenti, rischia di confondere lo spettatore meno attento.
L’essenza di Foundation

Fedele al concetto di space opera, infatti, Foundation si prende i propri tempi per definire questo universo futuro, non solo con uno spettacolo visivo indubbio, fatto di pianeti brulli e inospitali in opposizione al brulicante mondo-capitale, ma anche dando a ogni personaggio la possibilità di evolversi, seppur in modo piuttosto rudimentale.
Il tempo è l’essenza di Foundation, sapersi ritagliare momenti unici per costruire la personalità dei personaggi, mostrando la loro coesistenza con un ambiente in costante evoluzione, raccontato con ampi sbalzi temporali che, a volte, rischiano di confondere lo spettatore meno attento. Ma questa complessità è parte integrante della bellezza di Fondazione, il raccontare come una concatenazione di eventi, prevedibili o sorprendenti, possa guidare l’umanità nella sua evoluzione.
Dove Foundation non manca di affascinare sin dal primo momento è nell’impianto visivo. La galassia futura viene ritratta in modo accorto, esaltando l’opulenza della corte imperiale contrapponendola al resto della galassia. Un distacco che viene valorizzato non solo mostrando i diversi mondi, ma anche nel ritrarre diversi settori dello stesso Trantor, il mondo capitale. Un’attenzione ben focalizzata, nella sua semplicità, che preferisce puntare a una visione spartana che, specialmente per i mondi periferici, valorizza la sfida della sopravvivenza, come scelta in opposizione all’opulenza decadente dei mondi centrali.
Fondazione è una serie sci-fi ammaliante, fatta di imponenti scenografie da peplum, ma sufficientemente consapevole da non lasciarsi spaventare da soglie d’attenzione deboli. Il marchio di fabbrica di Apple TV+ è evidente, la volontà di raccontare per rispetto dei concetti e della storia stessa, con un’altezzosa sincerità che consente di vivere un’esperienza umana e cerebrale di grande fascino.



