Immaginate di incontrare una ragazza in un negozio di giochi a Filadelfia. Immaginate di trascorrere una giornata intera con lei e arrivare a notte fonda. Immaginate di parlare ininterrottamente per tutte quelle ore, della vita, dei sogni, degli amori, dei desideri. Immaginate una connessione profonda che arriva con un solo sguardo. Non ha una grande spiegazione, semplicemente accade, nel presente di quel momento che non si ripeterà più. Immaginate di promettere alla ragazza di far nascere un film da questo spaccato, di provare a rendere in parole, suoni, immagini quelle suggestioni provate. Immaginate di farlo e di seguire l’arco temporale di 18 anni di una relazione, dai battiti che iniziano a sincronizzarsi fino all’impatto con la realtà che rompe la bolla della magia dell’innamoramento. Ecco, questo è il fondo da cui nasce la Trilogia del tramonto di Linklater (Before Sunrise, Before Sunset, Before Midnight), una delle sequenzialità più belle che la storia del cinema abbia mai prodotto e che in questi giorni è tornata al cinema per i suoi 30 anni dal primo capitolo.
Ma questo mese è stato anche il tempo di The Drama, il tanto atteso film con Zendaya e Robert Pattinson, che racconta il crudo quadro della verità e della paura di conoscere davvero l’altro.
Il cinema, in questo senso, ci offre una fotografia di una normalità, anche distruttiva, di una coppia. Nessun orpello, nessun fiocco che dia un tono di romanticismo smielato e troppo irrealistico. La verità, la realtà a un certo punto si impongono, rendendo noi degli osservatori partecipanti che assistono e realizzano il film stesso. Sì, perché per certi versi, al posto di Jesse e Celine o di Emma e Charlie, potrebbe esserci ognuno di noi. E questo lo rende terribilmente vero, annullando la distanza che tipicamente si crea tra il film e la realtà.
Il tempo dell’Innamoramento

“Lo so che ti sembra smielato, ma l’amore è passione, ossessione, qualcuno senza cui non vivi. Io ti dico buttati a capofitto! Trovati qualcuno che ti ami alla follia e che ti ami alla stessa maniera” sono le parole con cui un padre che sta per stringere la mano alla morte si rivolge alla figlia che non conosce l’amore. Continua,”Io non sento il tuo cuore, perché la verità, tesoro, è che non ha senso vivere se manca questo. Fare il viaggio e non innamorarsi profondamente, beh, equivale a non vivere. Ma devi tentare, perché se non hai mai tentato, non hai mai vissuto”. La figlia lo guarda perplessa, consapevole che le parole pronunciate hanno fatto breccia, ma opta per smorzare e far calare la tensione. Nonostante questo, il celebre discorsino di Bill Parrish in Vi presento Joe Black riassume bene la sensazione dell’innamoramento, tipico delle prime fasi dell’amore.
Se volessimo raccontarlo in modo molto più ampio, ma scientifico, potremmo dire che quello che accade nelle prime battute è una sorta di bolla simbiotica che si crea fra soggetti. Io riconosco qualcosa in te e tu in me, ci idealizziamo a vicenda, ci sentiamo separati dal mondo esterno, siamo unici, non riusciamo a vedere le ombre reciproche e viviamo in un respiro che va all’unisono. Poi, piano piano, la coppia matura, la bolla inizia a schiudersi, subentra la realtà, i bisogni reciproci e individuali, l’Io non si fa schiacciare dal Noi e il Noi non si fa schiacciare dall’Io. Nasce l’amore, un sentimento molto più compiuto, complesso e costruttivo – nel senso quasi operativo del termine – della fase precedente. La letteratura è piena di teorie che segmentano le fasi dell’amore (qui abbiamo riportato brevemente la classificazione di Bader e Pearson, 1988) e che vedono per ogni frangente un movimento ben preciso guidato dalla coppia. Per dovere di cronaca, questo bellissimo momento iniziale in cui percepiamo di aver trovato la nostra metà di mela, ha una connotazione anche di natura più biologica ed evoluzionistica (ma che per motivi di spazio e senso di colpa verso una de-romanticizzazione, ci peritiamo di fare, ma sappiate che esiste).
E ora nasce la storia

Quando finisce l’innamoramento, allora nasce l’amore. Questo, come abbiamo già sottolineato, è concepito dalla disillusione dell’idealizzazione dell’altro, che non è più così perfetto, così magico. Chiaramente non si tratta di uno svelamento vero e proprio, perché alla fine dei conti la persona è sempre stata così, non è cambiata – in linea di massima, perché non è del tutto vero; esistono coppie, per esempio, che si muovono su meccanismi di difesa reciproci che vedono da una parte una formazione reattiva e un diniego e dall’altra quello che oggi chiameremmo love bombing, per cui niente di più di un bisogno di conquista narcisistico che permette al singolo di non toccare il proprio vuoto interiore attraverso l’oggetto che ha una funzione specifica. Tolti i dovuti asterischi, però, quello che accade è che la luna di miele finisce, il proprio sistema di attaccamento emerge, le personificazioni anche e si instaura un legame che fonda le sue radici nel modo di amare personale e individuale, lasciandosi andare anche alla libertà di poter essere sé stessi.
Non solo. Se pensiamo a una relazione matura che verte a costruire, allora, subentrano anche eventuali figli e appagamento individuale, che comportano uno spostamento di libido su altro, trascurando la parte relazionale. Questo si denota molto bene, ad esempio, in tutte quelle coppie genitoriali che dimenticano di essere prima di tutto una coppia coniugale, in cui tutto ruota attorno alla costruzione, mettendo a latere il nucleo fondante. Trasformarsi in un genitore, in questi casi, significa uccidere una parte di sé, favorendo solo la funzione materna o paterna e compattando la propria identità attorno a quel nucleo.
Amarsi incondizionatamente

Quando nasce l’amore vero, la passione e l’istinto cedono il posto a intimità e impegno reciproco che deve essere alimentato affinché possa durare (questo non significa che la passione si spenga, ma che non sia il motore di accensione principale). Ma cosa accade, invece, quando finisce?
Il cinema è colmo di storie d’amore che nascono e terminano, di narrazioni in cui ritrovare pezzettini di sé. Pellicole che mettono insieme frammenti reali o distopici, legami con persone distruttive, anime gemelle che si ritrovano o si perdono, macchine che sostituiscono, dilemmi sociali che impediscono. L’elenco è ovviamente infinito, perché l’amore è il motore principale di ogni cosa. Non esiste vita senza affetto, senza relazione, senza desiderio di trovare qualcuno con cui condividere. Ritrovarsi ancora e ancora in una mano che sfiora o in uno sguardo di intesa. E il cinema lo mette in scena ogni volta. Ciò che però aggancia di più è chiaramente quello che pone davanti il verosimile.
The Drama, uscito da pochissimo nelle sale, nella sua formula esplosiva per certi versi (soprattutto nelle battute finali) ci mette davanti al quesito dei quesiti: conosciamo davvero la persona con cui decidiamo di trascorrere il resto della nostra vita? E soprattutto, siamo pronti ad accettare incondizionatamente qualsiasi parte di essa? Questo perché, di base, amare una persona significa denudare l’individuo della sua funzione. Non amiamo qualcuno perché questo risponde a bisogni individuali specifici, perché ha un ruolo ben delineato, altrimenti, esaurita la sua essenza, lo cambieremmo con un’altra persona capace di farlo in egual misura, se non maggiormente (questo è un po’ frutto di un amore narcisistico, in cui l’individuo assume un senso in base a ciò che restituisce). Se provassimo a chiederci perché amiamo una persona, probabilmente, non saremmo capaci oltre a un tot di rispondere davvero.
Non esiste una ragione specifica. Esiste e basta, si sente e questo non trova buone ragioni. Ma amare, allora, implica una condizione d’animo di accettazione dell’altro per quello che è. Lo spirito di sofferenza che muove una ragazzina a pensare di far fuori un’intera classe sarà indubbiamente emerso in qualche misura nella relazione di The Drama. Tuttavia, un conto è accettare un dolore silente e anche distruttivo che però viaggia sottopelle, un conto è il concretizzarsi di qualcosa che potenzialmente ci fa sentire in pericolo. Fin dove arriva la disponibilità?
Perdere l’amore

La fine di una relazione è come un lutto e le varie fasi di separazione dall’oggetto comportano un circuito di stati emotivi simili. Non accettazione, rabbia, solitudine, nostalgia, frustrazione. A questo, si aggiungono diversi coming out e cambiamenti di assetti oggettivi e soggettivi che possono provocare anche vissuti di difesa e proiezione massima di colpa. Qualcosa di simile a “non posso accettare il fallimento che mi sta distruggendo e l’unica cosa che posso pensare per difendermi è rigettare la colpa verso l’altro, affinché possa distruggerlo e punirlo”, in una non accettazione della propria responsabilità e un dolore che prende la forma dell’uccisione (metaforica) dell’altro.
Ma prima di arrivare alla fine, tendenzialmente, le coppie si misurano con la crisi. Recuperando un bellissimo articolo di Minolli (che potete trovare facilmente anche su internet), la crisi intesa come un passaggio parte solitamente da uno dei due soggetti, il quale accumula nel corso del tempo frustrazione, rabbia, rancore, desideri e bisogni inespressi o non accolti e che a un certo punto sfocia in qualcosa di diverso. La base potrebbe essere allora la ricerca di quell’innamoramento di un tempo ormai perduto, in cui rientrare in una bolla di idealizzazione, sintonizzazione massima, unione simbiotica e desiderio passionale. La vitalità parte da lì. Ma nè la comprensione, nè il rifiuto aiuteranno il passaggio alla digestione della ferita, in quanto atti passivi.
Sarà l’elaborazione dei bisogni spingenti, annessi al cambiamento della coppia, che potranno riamalgamare, nell’intreccio fra il bisogno di recuperare un dolore da una parte e l’accettazione di un bisogno dall’altro. Altrimenti, il rischio è che la parola al servizio non sia più un simbolo, ma qualcosa da evacuare per eliminare, diventi un agito distruttivo che non contiene più.
La parola

La Trilogia di Linklater è uno spaccato di 18 anni insieme. Un matrimonio, una famiglia, un sogno, una o più fragilità che fanno capolino. I film romanticizzano da sempre l’amore, insegnano cose che nella realtà non accadono, trasmettono sensazioni enfatizzate per cogliere la nostra parte sognante. Ne avevamo parlato in passato di questo, del pensare al cinema come un sogno collettivo che smuove elementi beta trasformandoli con una funzione alfa (lo avevamo accennato a proposito dell’horror, suona strano, ma il principio è il medesimo). Ma quando lo schermo si avvicina alla realtà, allora elimina la parte sognante – nel senso non psicoanalitico, ma più in veste romantica – e fa emergere una fotografia con cui identificarsi e sentirsi partecipi. La Trilogia propone un climax di sogno che va verso un realismo spietato, mosso da un dialogo costante di due voci che crescono insieme, si impastano creandone una sola – quella della storia – e non dimenticandosi mai dell’unicità individuale.
La linearità del tempo, dentro un setting “chiuso”, circoscritto a un luogo specifico in cui la parola diventa trasformativa, si impregna di un’emotività reciproca divenendo evocativa. Molto diverso, per esempio, dalla parola di The Drama, che separa, mina la coppia e la fa diventare veicolo di incertezze e fantasie distruttive. L’orecchio che ha subito il trauma e non sente, allora, è l’icona per eccellenza di quel rapporto: meglio non sentire delle volte, per mantenere un equilibrio. Non troppo distante dalla parola distruttiva, in questo caso che svela qualcosa dell’altro nascosto dalle difese inconsce, che permea il campo di Storia di un matrimonio.
Ma la parola è sempre al centro della relazione, anche quando è vuota. Pensiamo a Her, l’amore verso una macchina che produce suoni, ma di cui manca un corporeo, un vissuto, un’anima e quindi necessariamente cadente. Dentro il protagonista risuona, crea un sembiante di legame, ma nella realtà dei fatti è qualcosa che non pesca nell’inconscio di una persona e quindi non può essere messa al servizio di un legame (qui sarebbe interessante riflettere sulle innumerevoli chat che esistono con l’AI e di cosa questo scaturisca). Ciò che conta, però, è che al centro della relazione c’è sempre una parola che rende l’immagine di un sentire più profondo accanto al contatto con l’altro e che nel caso della Trilogia permette di ricucire lembi di pelle dell’intimità fra i protagonisti e ritrovare la bolla da cui tutto ebbe origine.
Perché il lavoro dei due protagonisti è quello di non cancellare i problemi, non compiere un’operazione luttuosa individuale, ma congiunta, che porta alla digestione di ferite e accettazione di fallimenti.
