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Gli spiriti dell’isola non smettono di sussurrare all’orecchio di Martin McDonagh. E continuano a parlargli di uomini soli, a suggerirgli riflessioni agrodolci sulla vita che ci sfugge tra la dita. Un regista che sa ascoltare il mondo ed è capace di raccontarlo con un tatto tutto suo: amaro, ironico, mai banale. Quattro anni dopo Gli spiriti dell’isola e nove dopo Tre manifesti a Ebbing, Missouri, McDonagh torna in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia con Wild Horse Nine, un grande film che sembra quasi una summa del suo cinema. Perché al centro del racconto c’è ancora una volta una coppia di uomini solitari (come in In Bruges e ne Gli spiriti dell’isola), costretti a riflettere sul senso delle loro misere vite su un’isola (questa volta quella di Pasqua), dando vita a meravigliose e toccanti confessioni come dalle parti di Ebbing.

Il bello dello scrivere dai festival è proprio raccontare l’atmosfera in cui i film si mostrano per la prima volta agli occhi del mondo. E vi possiamo assicurare che Wild Horse Nine è stato accolto da applausi spontanei (no, non li abbiamo contati) e grandi sorrisi soddisfatti una volta fuori dalla sala. Perché McDonagh si riconferma un regista intelligente, che utilizza l’ironia come antidoto per mitigare la profonda amarezza di film come questo. Un film che non racconta solo il tramonto di una vita, ma anche la follia di un paese come gli Stati Uniti. E ci riesce guardando tutto da una prospettiva insolita. Che è quello che, di solito, fa il grande cinema.

L’isola dei musi lunghi

Un frame di Wild Horse Nine
Un frame di Wild Horse Nine – © Searchlight

1973. Santiago. Cile. Due agenti della CIA, Chris e Lee, partono in ritiro verso l’Isola di Pasqua. I due partner, in mezzo a tutta quella natura incontaminata, avrebbero finalmente tempo per rilassarsi, ma il vero motivo che li ha condotti li (non ve lo anticipiamo) non ammette quiete. È quasi una sadica legge del contrappasso, che vede due uomini fare i conti con la propria vita e con le proprie scelte in un luogo dove dovrebbe regnare solo la pace. Questo è Wild Horse Nine (titolo abbastanza ostico), una splendida commedia, che come tutte le grandi commedie cammina su un filo sottile, sospeso tra risate e amarezza.

Lo fa senza mai perdere l’equilibrio, sia esplorando la coscienza di un uomo dalla vita balorda che deridendo il solito atteggiamento prevaricatore, violento e sfacciato made in USA. Il merito di questa armonia è duplice. Da una parte c’è la perfetta alchimia tra un John Malkovich in stato di (dis)grazia (per noi da Coppa Volpi e Oscar immediati) e un Sam Rockwell perfetto nel fargli da spalla, stralunato e riluttante come gli riesce sempre bene. Dall’altra c’è la solita scrittura brillante di McDonagh, che trova l’impasto perfetto tra dialoghi taglienti e frasi commoventi che non sembrano mai intinte nel miele. Una sceneggiatura davvero perfetta, gestita con una regia asciutta (che non rinuncia a qualche guizzo visivo), capace di far ridere, sogghignare e anche intenerire con un’insperata amicizia tra due uomini che per troppo tempo si sono specchiati nelle celebri teste dell’Isola di Pasqua. Musi lunghi e cuori di pietra.

Come nel Far West

I protagonisti di Wild Horse Nine
I protagonisti di Wild Horse Nine – © Searchlight

È curioso come, riducendo fino all’osso gli ultimi tre film di McDonagh, alla fine ci si trovi davanti agli archetipi di uno dei generi più antichi del cinema: il western. La frontiera, la natura incontaminata, gli animali selvaggi, uomini grezzi e violenti da redimere. È il genere migliore per guardare all’America e per provare a capire l’America. Tutto visto e raccontato da un grande autore inglese che, non a caso, spesso si mette a guardarla da lontano. Così Wild Horse Nine ci consegna due americani masticati e sputati dal sistema dei servizi segreti. Due uomini che hanno distrutto tanto e costruito poco. Due persone che hanno avuto bisogno di sentire la puzza della morte per provare ad apprezzare davvero la vita, e ritrovarla anche nelle piccole cose. Ed è incredibile come McDonagh riesca a legare così bene cose così lontane: i peccati originali di una nazione come gli Stati Uniti e la coscienza sporca di un agente della CIA. Succede quando sai scrivere bene i film. A Martin McDonagh succede spesso.

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Nato a Bari nel 1985, ha lavorato come ricercatore per l'Università Carlo Bo di Urbino e subito dopo come autore televisivo per Antenna Sud, Rete Economy e Pop Economy. Dal 2013 lavora come critico cinematografico, scrivendo prima per MyMovies.it e poi per Movieplayer.it. Nel 2021 approda a ScreenWorld, dove diventa responsabile dell'area video, gestendo i canali YouTube e Twitch. Nel 2022 ricopre lo stesso ruolo anche per il sito CinemaSerieTv.it. Nel corso della sua carriera ha pubblicato vari saggi sul cinema, scritto fumetti e lavorato come speaker e doppiatore.