Londra. 1969. Due uomini camminano lungo Fleet Screen. Una strada molto particolare. Perché, se poggi le mani sull’asfalto di quella via, puoi sentire delle vibrazioni. No, non è merito della metropolitana londinese, ma delle rotative che stampano i principali tabloid britannici. Quasi tutti, infatti, hanno la loro sede proprio su Flee Street. I due uomini sono Rupert Murdock e Larry Lamb, e stanno per cambiare il mondo. Oppure, forse, lo hanno solo capito prima degli altri. Nell’anno dell’approdo sulla luna e delle rivoluzioni studentesche, Murdock propone a Lamb di abbassare lo sguardo verso il basso e cambiare ambizioni. Basta giornalismo sofisticato: “Diamo alla gente qualcosa di nuovo”.
Non serve essere colti. Basta solo essere popolari. E vendere più di tutti gli altri quotidiani inglesi. Inizia così Ink, il nuovo film di Danny Boyle che apre il concorso della Mostra del Cinema di Venezia 2026. Un ispirato biopic tratto dall’omonimo spettacolo teatrale James Graham, tutto basato sull’incredibile ascesa del tabloid The Sun, che sotto la guida di Lamb è diventato il giornale più venduto al mondo. Un’ascesa tanto inesorabile quanto amara, visto che racconta tanto del nostro tempo dominato dall’ego, dalla frenesia e dal sensazionalismo a tutti i costi. Come se i raggi di quel Sun sorto negli anni Sessanta fossero arrivati, intatti, fino a noi. Bruciandoci la pelle e accecandoci gli occhi.
Senza un perché

Il buon giornalismo (almeno quello di una volta) si basa sulla sacra regola delle “5 W”. Ogni articolo scritto come si deve, infatti, deve raccontare il cosa (What), il chi (Who), il quando (When), il dove (Where) e, soprattutto, il perché (Why). Danny Boyle mette subito le cose in chiaro, ignorando l’ultima W. Il perché non è stato invitato. Le motivazioni che spingeranno il The Sun verso l’apice di un successo spietato e impietoso non gli interessano. O meglio, sono inutili da cercare, visto che il mondo cambia senza un perché preciso, spesso dominato dal caso e del caos. Un effetto caotico che Boyle inietta nel film stesso, scosso da un montaggio serrato, dialoghi taglienti e inquadrature sbilenche, come a suggerire che le cose si stanno incrinando.
Quella di The Sun è una storia di successo solo se ti fai accecare dalle vendite e dall’ambizione, ma in realtà è davvero l’inizio della fine. Perché è tra le pagine di quel tabloid che l’informazione si fonde con l’intrattenimento, dando vita a quell’infotainment che oggi domina le nostre vite. Quello che si nutre di clickbait, presunta leggerezza che nasconde superficialità e alimenta un pubblico senza spirito critico. Guidato dall’intuito di Lamb (a sua volta ispirato dal cinismo di Murdoch), il giornale inizia a capire le esigenze della gente, che cercano sempre più disimpegno in anni di grande benessere (tra gli anni Sessanta e Ottanta). Sono anni in cui prende vita un giornalismo sempre più vuoto e frivolo, dove gli intellettuali sono considerati una minaccia e ogni forma di deontologia viene sacrificata sull’altare delle vendite. Tutto raccontato senza sconti, dritto e diretto come un titolo scandalistico urlato in prima pagina.
Sole spento

È curioso come, dopo aver diretto un film post-apocalittico come 28 anni dopo, Boyle sia andato controcorrente, girando un film pre-apocalittico. Senza mai essere retorico, Ink ci mette davanti a uno scenario sociale talmente cinico da essere deprimente. Una società che ha trasformato il suo boom economico in un elogio perpetuo della patina. Ed è così che l’oroscopo è diventato sacro, la cronaca nera simile alla soap opera e le vite degli altri così importanti per nostre sempre più vuote. Il de-merito è tutto di due uomini famelici che, non a caso, immaginano i loro successi (e le loro rivalse) mentre sono seduti a tavola a mangiare. Murdock e Lamb non hanno cambiato la società. L’hanno capita e carpita. Hanno colto la vertigine del capitalismo e l’hanno cavalcata fino all’ultimo articolo. Con la coscienza sporca di inchiostro hanno avuto la lungimiranza di capire una cosa fondamentale: le persone, quando leggono un giornale, non vogliono aprire finestre sul mondo. No. Vogliono solo specchiarsi in cerca di una mediocrità rassicurante. Perché solo così possiamo sentici in pace con le nostre esistenze. Adesso, aprite qualsiasi social, e provate a non sorridere davanti ai raggi di quel sole spento che ha raggiunto.
