Del resto, i sogni sono sempre stati al centro delle opere di Werner Herzog. Lui, tra i grandi esponenti del Nuovo Cinema Tedesco degli anni Settanta. Folle sognatore e autore di una filmografia che ha fatto della visione, quella allucinata, quella impossibile, la propria cifra. E non è un caso che la sua ultima fatica Bucking Fastard, presentato in concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia, ritorno del maestro tedesco al cinema di finzione sette anni dopo Family Romance, LLC, si apra proprio con una dedica a colui che della materia grigia, tra le sue logge nere e i suoi cortocircuiti, ha saputo esplorarne i meandri più profondi: David Lynch.
Riprendendo la storia delle gemelle Chaplin, un caso di cronaca che negli anni ‘80 riempì le pagine dei tabloid britannici, Herzog sembra proprio riconoscere un debito nei confronti dell’universo lynchiano (ci sono però altri riferimenti cinematografici: Shining di Stanley Kubrick, su tutti), senza però riuscire davvero a trovare l’ispirazione giusta, smarrendo di fatto quella bussola che gli ha sempre permesso di camminare in bilico tra follia visionaria e rigore stilistico, tra finzione e documentario, senza mai perdere l’equilibrio e cadere.
Tra finzione e documentario

Dicevamo, la storia riprende un caso di cronaca che ha saputo far parlare molto di sé negli anni Ottanta. Quella delle gemelle Chaplin – nel film diventano Jean e Joan Holbrooke, interpretate da Kate e Rooney Mara – di York, nate nel 1943, che per tutta la vita hanno parlato all’unisono e compiuto all’unisono ogni gesto, in un’identità doppia che rifiutava ogni separazione, fino all’episodio in cui furono accusate di stalking ai danni di un camionista locale (qui interpretato da Orlando Bloom) e che le rese celebri per un loro lapsus linguistico pronunciato, nello stesso istante e con la stessa voce, durante il processo seguente: “Bucking fastard” al posto di “Fucking Bastard”, questo enigmatico cambio di iniziali che per l’appunto dà il titolo al film.
Un materiale di partenza ricchissimo, quindi, che Herzog avrebbe potuto trattare come ha sempre trattato i suoi casi umani al limite dell’assurdo (ricordiamo, per esempio, Kaspar Hauser, Stroszek o lo stesso Aguirre), restituendo la loro follia senza però ridurli a mera caricatura. E in Bucking Fastard in parte ci prova, mescolando ancora una volta finzione e documentario (visivamente bellissimo l’atto finale nelle grotte, fotografate con immagini cariche di stupore per l’ignoto), senza però far coesistere appieno queste due anime e riuscire a trovare l’innesto giusto per tenere insieme il tutto.
Come stai, Werner Herzog?

Il risultato è quindi un film con degli spunti forti, ma confuso nel suo sviluppo e del tutto slabbrato nel ritmo e nel tono. Qualcuno potrebbe obiettare che questo sfasamento sia in realtà una scelta che restituisce appieno la bizzarria e la stranezza delle protagoniste. Eppure, a mancare in Bucking Fastard sembra proprio essere quella coerenza emotiva capace di dare forma a questo delirio. Quella stessa coerenza emotiva che, invece, nei film dell’autore a cui Bucking Fastard è dedicato, David Lynch, non veniva mai meno anche quando la follia si spingeva verso orizzonti più estremi.
Al termine di questa visione, dunque, viene da chiedersi se queste storie siano ancora all’altezza dello sguardo di Werner Herzog, pensando anche a quanto i suoi ultimi documentari – ricordiamo, tra tutti, il meraviglioso Ghost Elephants, presentato proprio qui al Lido lo scorso anno – ci abbiano saputo restituire il ritratto di un cineasta che sa ancora dove mettere la macchina da presa per catturare lo stupore e la meraviglia delle cose. E la sensazione, guardando Bucking Fastard, è che la strada più percorribile per lui, ad oggi, alla fine della sua rischiosa, folle, pazza e visionaria carriera, resti proprio quella del documentario. Della ricerca della verità nella pura e semplice estasi delle immagini.
