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Scopriamo subito le carte: Possible Love è uno dei migliori film visti all’83sima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Un’opera – ispirata al Decalogo 10 di Kieślowski – che segna il ritorno di Lee Chang-Dong a otto anni di distanza dal meraviglioso Burning e a ventiquattro dall’ultimo passaggio in concorso al Lido con Oasis, che gli valse il premio per la Miglior Regia. E questa volta il cineasta sudcoreano sembrerebbe fare sul serio, perché Possible Love ha tutta l’aria di un film pensato, costruito e disegnato per la stagione dei premi (è infatti il candidato della Corea del Sud agli Oscar): più diretto, più accessibile e meno ambiguo ed ermetico dei suoi lavori precedenti.

La mano, però, è sempre quella. Inquadrature di una bellezza sconvolgente, limpide fino alla trasparenza. E ancora: la presenza del mistero. Anche se bisogna ammetterlo: è un Lee-Chang minore rispetto ai suoi picchi (come anche a Poetry e Secret Sunshine), ma resta comunque un film rotondo, che sa dove mettere la macchina da presa senza sbagliare mai un’inquadratura, anche quando la scrittura sembra scricchiolare.

Tra denuncia sociale e dramma familiare

Possible Love
Possible Love (Netflix)

La storia intreccia le vite di due famiglie che si incontrano per le difficoltà economiche di una. Mi-Ok e Ho-Seok affrontano la perdita del lavoro di lui e tutto quello che ne consegue. E poi ci sono Sang-woo e Ye-ji (la bravissima Cho Yeo-jeong di Parasite), coppia benestante, che entra in scena quando lei, documentarista, decide di girare il suo primo film sui lavoratori e sul precariato, trasformando il dramma altrui in una materia da inquadrare costantemente.

Possible Love si inserisce nel solco del cinema sociale sudcoreano degli ultimi anni: c’è la perdita del lavoro come trauma che si infila dentro le dinamiche domestiche fino a romperne gli equilibri. E in questo, Lee Chang-Dong riprende il suo stesso Burning per fonderlo con No Other Choice di Park Chan-Wook e Parasite di Bong John-ho, in particolare nella contrapposizione di due famiglie appartenenti a classi sociali differenti. Il risultato è un film che ha come bersaglio l’ipocrisia progressista dei più benestanti, il loro desiderio di stare dalla parte giusta, di connettersi con il disagio altrui attraverso una macchina da presa, che finisce per essere solamente un modo per compiacersi e – inconsciamente – autoassolversi.

Un cinema potente, limpido ed enigmatico

Possible Love
Possible Love (Netflix)

Ed è qui il problema principale del film: Lee Chang-Dong, che della generazione dei registi sudcoreani è quello che ha sempre fatto un cinema più inafferrabile, più sfuggente, quello che lavorava per sottrazione e lasciava che fosse lo spettatore a interpretare le sue immagini, qui spiega troppo. Nella sua prima parte è quasi un film a tesi, Possible Love. Esplicito, a tratti didascalico e con poco spazio per il mistero, se non per il personaggio del figlio Cheol, l’unico a portarsi dietro, per tutti i 164 minuti di durata, un’ambiguità che la storia non concede del tutto ai protagonisti. E in questo, anche il ritmo ne risente, con una prima metà che fatica a ingranare e a trovare il giusto equilibrio tra la denuncia sociale e il racconto intimo.

Poi però arriva l’ultima ora e cambia tutto. Un atto finale in cui Lee Chang Dong abbandona la tesi e torna a fidarsi dello strumento più potente: l’immagine. Ed è qui che esce fuori il vero cinema del regista di Burning. Quello più puro. Quello più limpido ed enigmatico, nel racconto del desiderio represso attraverso i silenzi, attraverso un’assenza che genera una tensione incredibile senza il bisogno delle parole. Un finale che da solo regge l’intero film e che ci ricorda come Lee Chang-Dong resti uno dei migliori autori in circolazione. In uscita il 6 novembre su Netflix.

 

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Classe 2003, si appassiona al cinema grazie ai film di Alfred Hitchcock. Dal 2023 è collaboratore delle testate ScreenWorld e CinemaSerieTv del portale Digital Dreams, e dal 2025 comincia a scrivere sul rinnovato sito di BadTaste. Laureato in Economia dei beni culturali con un Master in Management dell'audiovisivo, cerca sempre di essere a attento a tutto ciò che ruota attorno al mondo del cinema, con una particolare dedizione verso i meccanismi che regolano il mercato e l'industria cinematografica.