Anno 2004. Mentre Lost atterra in televisione, c’è qualcuno che prova a spodestare quel fenomeno dalla vette dei programmi più visti durante la prima serata negli States. Per provare a battere la serie tv più avvincente dei primi anni Duemila, però, servono ingredienti forti: pathos, tensione e magari qualche mostro da sbattere in primo piano. Agli americani, di solito, piace parecchio. Lo sa molto bene Chris Hansen, conduttore e autore di To Catch a Predator, programma che va a caccia di insospettabili predatori sessuali. Il piano è semplice: si sceglie un’esca (un attore o un’attrice che si finge minorenne), si attira il cacciatore in una trappola con la promessa di un incontro con la presunta vittima e poi si filma la sua cattura. Predatori che diventano prede sotto lo sguardo affamato degli americani. Giustizia pubblica e grande show allo stesso tempo. E anche Lost inizia a tremare.
È questa la storia vera alla base di Primetime, prima opera di finzione del regista Lance Oppenheim, in concorso al Venezia 83. Da esperto di documentari, il trentenne della Florida non smette di rubare storie alla realtà, e lo fa raccontando la storia di un programma quasi “vampiresco” nel succhiare storie dalla vita vera. Storie di pedofili da dare in pasto a un’audience affamata di vittime e carnefici. Un gioco al massacro in cui Hansen diventa sempre più dipendente dalle disgrazie altrui.
Voyeur in 4:3

Il formato scelto è il 4:3, perfetto per ricreare l’effetto “quadrato” delle tv di una volta. A questo aggiungiamo un’estetica figlia dei primi anni Duemila, con colori e patine coerenti con questo salto indietro nel tempo lungo oltre vent’anni. Sì, una delle cose più belle di Primetime è la sua capacità di giocare col nostro sguardo voyeuristico: siamo voyeur noi che guardiamo il film, così come erano voyeur gli autori e gli spettatori di To Catch a Predator. Nel film ogni immagine è filtrata, come se il nostro sguardo fosse sempre offuscato da schermi, interferenze e obiettivi.
Nulla è nitido, tutto è artefatto. Perché è una storia che parla di gente che spia altra gente. Un racconto che ruba alla realtà solo grazie all’artificio della finzione e della messa in scena. Ed è proprio la messa in scena il grande pregio di Primetime, un film in cui non si salva quasi nessuno mentre la fiction succhia vitalità al reale. Una matrioska piena di peccatori, costruita da un Oppenheim che, purtroppo, ha badato più alla confezione che al contenuto. Come un programma in cui ogni inquadratura è studiata alla perfezione, ma in cui è difficile capire cosa sia davvero a fuoco.
Chi conduce davvero?

Arriviamo ora al grande problema del film. Un film che, lo ammettiamo, ci ha deluso nella misura in cui sperpera un buon potenziale. Un potenziale fornito da una storia vera poco nota dalle nostre parti, che avrebbe permesso di sporcarsi le mani con un personaggio assai controverso come Hansen. Invece, Primetime si complice la vita, e decide di mettere davanti alla telecamera anche un altro personaggio, che alla fine diventa quasi il vero protagonista del film. Una scelta per noi poco ispirata, visto che il ritratto di Hansen (interpretato da un sempre più bravo e oscuro Robert Pattinson) ne emerge diluito e depotenziato.
Una scelta di sceneggiatura masochista, che finisce per creare una strana interferenza tra protagonisti. Così Primetime perde mordente, non riuscendo a essere davvero torbido e sconvolgente come (invece) vorrebbe essere. Tutto rimane in superficie, come un urlo soffocato in gola per due ore di cinema impegnato a mettere in scena con ordine senza puntare davvero alla pancia del pubblico. Tutto avendo sottomano un materiale che, al contrario, vive nella pancia delle persone. Una strana contraddizione, che rende Primetime un esordio tanto interessante quanto deludente. Il che non ci impedisce di aspettare con curiosità il prossimo film di Oppenheim su altri schermi.
