Eccoci di nuovo qui, pronti a nuove polemiche e ad una nuova edizione che farà discutere quanto, se non più di quella precedente. Voi direte: ma non era appena finito Sanremo? Ma cosa volete che sia Sanremo rispetto ad una notte in cui si mischia politica e glamour, fazioni pro e contro lo streaming, battute taglienti e tradizioni rassicuranti vecchie quasi di un secolo. Parliamo ovviamente di Oscar, la serata più attesa, amata, odiata e temuta da ogni appassionato di cinema.
Perché con la settimana degli Oscar, torna anche tutto il corollario di opinioni non richieste, previsioni sparate a caso, teorie complottiste condivise sui gruppi WhatsApp e quel particolare tipo di snobismo cinematografico che si manifesta solo in questo periodo dell’anno. Gente che per undici mesi non ha messo piede in una sala e che improvvisamente ha opinioni solidissime su Paul Thomas Anderson.
Intendiamoci: ci piace. Ci piace che per qualche giorno il cinema torni al centro della conversazione, che se ne parli al bar, in ufficio, in famiglia. Fa parte del gioco. Ma visto che siamo ormai alla vigilia della 98ª cerimonia – che si terrà domenica 15 marzo, al Dolby Theatre di Los Angeles, con Conan O’Brien alla conduzione per il secondo anno consecutivo – proviamo a fare un po’ d’ordine su alcune cose che diciamo ogni anno e che ogni anno sono altrettanto sbagliate. Senza prenderci troppo sul serio, che anche questo fa parte del gioco.
“Gli Oscar non contano nulla”

Partiamo dall’evergreen. Il “gli Oscar non contano nulla” è il guilty pleasure del cinefilo: lo diciamo sapendo benissimo che non è vero, ma lo diciamo lo stesso perché ci fa sembrare più sofisticati. È come dire che non guardi la televisione. Nessuno ci crede, nemmeno tu. Soprattutto la settimana dopo Sanremo.
Certo, la storia dell’Academy è piena di scelte discutibili. Ma è anche piena di film straordinari premiati in modo giusto, di momenti che sono entrati nella memoria collettiva, di carriere consacrate o rilanciate da una statuetta. E soprattutto: se non contano nulla, perché ne stiamo parlando? Perché ogni regista, ogni attore, ogni sceneggiatore del mondo sogna di tenere quella cosa dorata in mano? Se diciamo che non contano è solo per proteggerci dalla delusione. Scelta anche comprensibile, ma almeno ammettiamolo.
La questione “I peccatori vincerà tutto”

Quest’anno il caso è I peccatori di Ryan Coogler, che con 16 nomination ha fatto saltare il banco e battuto il record storico che apparteneva a Titanic, Eva contro Eva e La La Land (tutti fermi a 14). Sedici. Un numero che fa girare la testa e che ha scatenato, ovviamente, due reazioni opposte e ugualmente esagerate.
Da un lato c’è chi urla al capolavoro assoluto e già lo mette nella storia del cinema prima ancora che vinca qualcosa. Dall’altro c’è chi – e qui casca l’asino – dice che “con tutte queste nomination sicuramente vincerà poco“, come se l’Academy si divertisse a fare dispettucci. Né l’uno né l’altro. Il numero di nomination racconta l’entusiasmo trasversale che un film ha generato tra i membri dell’Academy – un entusiasmo dovuto tanto alla qualità del film tanto al significato storico/culturale del film nel contesto attuale – ma non è una garanzia di vittoria né tantomeno una condanna. Lo sanno benissimo i tanti film sono rimasti a mani vuote anche con tantissime nomination. Qualche nome? Il colore viola (1985), 11 nomination e zero statuette. Gangs of New York (2002), 10 nomination e zero statuette. Il grinta (2010), 10 nomination e zero statuette. E siccome potremmo andare avanti per un bel po’, forse meglio aspettare il 15 marzo prima di dare alcune questioni per scontate.
La battaglia tra I peccatori e Una battaglia dopo l’altra

La vera corsa al Miglior Film è questa: da una parte Coogler con il suo blues soprannaturale, dall’altra Paul Thomas Anderson con Una battaglia dopo l’altra, già vincitore di Golden Globe, Critics’ Choice e PGA. Due film molto diversi, due idee di cinema molto diverse, e questo, va detto, è già di per sé una notizia bellissima per chiunque ami il cinema.
Ma c’è già chi ha deciso, chi ha già scritto il discorso di vittoria per uno o per l’altro, chi giura che “si vede lontano un miglio come andrà a finire”. Niente di tutto questo è vero. O meglio: potrebbe anche essere vero, ma la certezza con cui certi verdetti vengono spacciati prima del voto è sempre e comunque una bugia che raccontiamo a noi stessi. E le sorprese agli Oscar esistono, esistono sempre. È una delle tante tradizioni di cui parlavamo, e che stanno per compiere un secolo.
Il complottismo da quattro soldi
Ogni anno c’è il complotto. Senza eccezioni. Cambia il pretesto, cambia il film, cambiano i personaggi, ma la struttura è sempre la stessa: qualcuno legge qualcosa, vede qualcosa, sente qualcosa, e da quel qualcosa ricava la prova definitiva che il verdetto è già scritto. Una dichiarazione ambigua di un attore, un post cancellato, un presentatore annunciato troppo presto: tutto diventa indizio, tutto alimenta la narrazione. Il bello è che spesso questi “indizi” arrivano prima ancora che le votazioni siano chiuse, ma ai complottisti questo non interessa. Anzi, semmai rafforza la tesi.
La verità è sempre stata un’altra: l’Academy ha diecimila e passa membri, sempre di più; basti pensare che 20 anni fa erano circa 6000, quasi la metà. E questi 10.000 votano in modo anonimo. Qualsiasi tipo di accordo preventivo su larga scala è praticamente impossibile da gestire, lo sa benissimo anche un certo Harvey Weinstein che più volte ci aveva provato ma solo raramente ci era riuscito. Ma il complottismo, si sa, non ha bisogno di essere plausibile per diffondersi. Anzi, a questo proposito, chissà se ci sarà Jim Carrey tra gli ospiti di quest’anno.
Guillermo del Toro non è in nomination per la regia. Giusto indignarsi?

Sì e no. Del Toro non figura tra i candidati alla Miglior Regia nonostante Frankenstein abbia ottenuto 9 nomination. È la stessa cosa che capitò a Greta Gerwig con Piccole donne nel 2020, la stessa che è capitata decine di volte nella storia degli Oscar. Fa arrabbiare? Certo che fa arrabbiare. Ma l’indignazione dovrebbe essere misurata, non trasformarsi nell’ennesima narrazione del “l’Academy ce l’ha con X”.
Tranne quella principale sul miglior film, le categorie hanno solo cinque posti. Ogni anno restano fuori registi straordinari. Ogni anno. Questo non significa che l’Academy sia stupida o in malafede: significa che la competizione è brutale e che certi meccanismi di voto inevitabilmente producono anomalie. Possiamo notarle, possiamo discuterne, ma farne una questione di principio ogni singola volta stanca.
Wicked – Parte 2 snobbato: lo scandalo dell’anno

Ariana Grande fuori, Cynthia Erivo fuori, il film stesso ignorato quasi completamente. Capiamo la delusione dei fan, davvero. Ma qui si torna al discorso di cui sopra: non tutti i film hanno le stesse chance con l’Academy, e i grandi blockbuster popolari, per quanto amati, raramente fanno centro nelle categorie principali. È quasi strutturale. Può piacere o non piacere, ma sorprendersi ogni volta è come sorprendersi che al botteghino vinca sempre il film con più effetti speciali o il franchise più forte. Il cinema popolare e quello premiato dall’Academy hanno raramente abitato lo stesso posto, e probabilmente è giusto così.
“DiCaprio vincerà sicuramente”

Leonardo DiCaprio è in corsa per la seconda statuetta con Una battaglia dopo l’altra. La narrazione è irresistibile: già ignorato per Titanic a suo tempo, vince il primo Oscar dieci anni fa con Revenant dopo una carriera leggendaria, e ora eccolo di nuovo lì, con Paul Thomas Anderson, in quello che, per molti, è il ruolo della sua vita. (Ma anche no, è, appunto, il protagonista di Titanic, sarà sempre quello il ruolo della sua vita. Sorry Leo)
Ma Timothée Chalamet è lì con Marty Supreme. E chiunque abbia visto entrambi i film sa che la cosa non è così scontata. Il problema è che la narrativa “DiCaprio deve vincere” si autoalimenta al punto che quando poi non vince si grida allo scandalo, come se l’Academy avesse fatto qualcosa di sbagliato. E poi c’è la variabile che nessuno aveva messo in conto fino a una settimana fa: Michael B. Jordan ha trionfato ai SAG Awards, il che ha rimescolato le carte in modo piuttosto clamoroso. I SAG sono votati dai soli attori, che all’interno dell’Academy rappresentano il gruppo più numeroso, ignorarli sarebbe un errore. La corsa è aperta, più di quanto sembrasse a gennaio. Godiamoci questo finale aperto, per una volta, senza già aver scritto il risultato.
La categoria più bella di quest’anno
Una cosa nuova, finalmente: gli Oscar 2026 introducono per la prima volta il Miglior Casting come categoria ufficiale, portando a 24 il numero totale di premi. Piccola nota per chi agita il record di 16 nomination di I peccatori come se fosse uno scandalo: quest’anno c’è anche una categoria in più.
In ogni caso è una di quelle decisioni che fanno sperare in un’Academy capace ancora di evolversi, di riconoscere il lavoro di chi sta nell’ombra ma che contribuisce in modo determinante alla riuscita di un film. Chi va a vedere un film per il casting director? Nessuno. Ma senza di lui, quel film spesso non esiste.
Non è rivoluzione, ma è un passo. E ogni tanto vale la pena riconoscerli, i passi.
“Ma la Palma d’Oro vale di più”

C’è un altro tormentone che torna puntuale ogni anno, e quest’anno si presta particolarmente bene. Joachim Trier ha vinto a Cannes con Sentimental Value ed è anche candidato all’Oscar per la Miglior Regia. Il che significa che i due mondi, quello dei festival e quello dell’Academy, non sono poi così distanti come piace raccontare. Eppure la narrazione dominante continua ad essere quella del festival come presidio del cinema d’autore e puro, contrapposto agli Oscar corrotti e commerciali.
Vale la pena smontarla, questa narrazione, perché è comodissima ma non regge. La Palma d’Oro e il Leone d’Oro vengono assegnati da giurie di 7-9 persone, selezionate da qualcuno, che vedono 20-22 film scelti da qualcun altro. L’Oscar viene votato da oltre diecimila membri dell’industria cinematografica (americana), in modo anonimo, scegliendo tra tutto quello che è uscito in sala nel corso dell’anno. Perché mai la prima soluzione dovrebbe essere intrinsecamente più onesta della seconda? E perché i festival, che subiscono pressioni politiche e patriottiche almeno quanto l’Academy subisce quelle degli Studios, dovrebbero essere il metro di giudizio per eccellenza?
Sia chiaro: i festival hanno un ruolo insostituibile, soprattutto nel dare visibilità a un cinema che senza di loro non avrebbe nessuno sbocco. Ma smettiamola di usarli come scusa per dare contro agli Oscar ogni volta che l’Academy premia qualcosa che non ci piace.
La award race comincia a settembre
Una cosa che chi segue solo la notte del 15 marzo non sa, o finge di non sapere, è che quella notte è in realtà l’ultimo atto di una corsa iniziata sei mesi prima. Toronto, ogni settembre, è il vero punto di partenza: non ha giurie né concorsi ufficiali, ma il suo People’s Choice Award, votato dal pubblico del festival, ha un track record impressionante come indicatore di quello che succederà poi a Los Angeles. Negli ultimi anni ha lanciato film che poi sono diventati vincitori dell’Oscar al Miglior Film: American Beauty, The Millionaire, Il discorso del re, 12 anni schiavo, Green Book e Nomadland.. A premiare non una giuria selezionata, non i critici: il semplice pubblico di un festival ha spesso anticipato e in qualche modo condizionato i mesi più chiacchierati della stagione cinematografica.
Il che significa che quando a febbraio qualcuno scopre i candidati agli Oscar e si indigna per le scelte, in realtà sta commentando un processo che era già ampiamente in corso dall’autunno. E significa anche che la “sorpresa” degli Oscar è spesso molto meno sorprendente di quanto sembri, per chi ha seguito la corsa dall’inizio.
Giusto per inciso, lo scorso settembre a Toronto ha vinto un certo Hamnet. Per la regia di Chloe Zhao, la stessa di Nomadland. Il che la rende l’unico regista nella storia ad aver vinto due volte il People’s Choice Award a Toronto.
Il punto
Gli Oscar 2026 sono, sulla carta, un’edizione bellissima. Una decina di film in corsa per il Miglior Film che rappresentano approcci diversissimi al cinema – dal cinema di genere al ritorno di uno dei più grandi registi come Paul Thomas Anderson, dal cinema letterario e poetico di Chloé Zhao a quello folle e coraggioso di Lanthimos e Safdie, dal cinema straniero di Joachim Trier (primo norvegese candidato alla regia, tra l’altro) a quello de L’agente segreto del brasiliano Kleber Mendonça Filho. È tanto. È quasi troppo, nel senso migliore possibile. Ha detto bene Paul Thomas Anderson qualche giorno fa, durante i BAFTA, parlando delle tante critiche che si fanno sempre al cinema di oggi: “if you think new movies aren’t good, you can piss off” . Ovvero “Chiunque dica che i nuovi film non sono più belli, dovrebbe andarsene subito”.
Ecco, i premi come i BAFTA o come gli Oscar servono proprio a ricordare questo.
Certo, ci sono le mancanze: lo sappiamo bene noi, considerato che l’Italia è di nuovo fuori, ancora una volta, e fa sempre un po’ male.
Ci sono le scelte discutibili, quello sempre.
Ma l’alternativa a tutto questo è ignorare la notte del 15 marzo e fare finta che non esista, e quello davvero non vale la pena.
Quindi guardiamo la cerimonia, tifiamo per i nostri, incazziamoci quando perde chi non doveva perdere, esultiamo quando vince chi merita. E poi, il giorno dopo, torniamo a parlare di cinema. Quello è il punto. Quello è sempre stato il punto.


