È passato più di mezzo secolo ma nulla sembra mutato. Werner Herzog è sempre lì, a rincorrere qualcosa. A dare fiato a sfide folli, avventure irrazionali ai confini del possibile, fuori dal mondo, per monumentalizzarle epicamente. Siano esse accadute realmente o invenzioni narrative, poco cambia. Il motore che muove tutto resta lo spirito, le scintille interiori che animano gli eroi protagonisti del suo cinema. A ottantatre anni, con una voglia di raccontare intatta, sono i vasti e parzialmente inesplorati altipiani angolani, “sorgenti della vita”, che chiamano. Una “caccia”, priva di armi ma con telecamere, talvolta con smartphone, in spalla.
Una ricerca impossibile, quella di Ghost Elephants: il cineasta tedesco segue Steve Boyes, biologo sudafricano il cui studio è da ormai un decennio rivolto al ritrovamento di un elefante dalle dimensioni superiori alla norma, leggendario e sfuggente. Un elefante fantasma, discendente, si pensa, di Henry, esemplare abbattuto negli anni Cinquanta e oggi visibile in tassidermia allo Smithsonian di Washington. Le indagini passate – le gigantesche orme o le tracce di cute sugli alberi che ne testimonierebbero la titanica altezza – ne confermano l’esistenza. L’occhio, però, non può ancora fare lo stesso.
La balena bianca è un elefante fantasma

C’è tutto il cinema di Herzog in Ghost Elephants. Nella sua dimensione di divulgazione scientifica come in quella di disamina strettamente antropologica e di speculazione filosofica. C’è soprattutto, ancora oggi, quella brama irrefrenabile di filmare ciò che l’occhio non riesce a vedere, il desiderio. Perché se da una parte il documentario targato National Geographic lavora su un approccio saggistico, dall’altra è proprio il lavoro del regista tedesco a scioglierne la freddezza, umanizzandone i contorni. Prendere il modello à la Attenborough e stratificarlo. La scienza, quindi, attraversata da miti e ossessioni umane. È dunque il rapporto dell’essere umano con la natura il punto focale del discorso, come della tradizione locale con la modernità occidentale. Dell’avida conquista dello spazio con l’ignoto intatto. Contrasti che portano a Boyes, scienziato conscio delle sue chimere. Di come i suoi sogni, una volta in pugno, o persino sfiorati, possano smaterializzarsi.
Sta quasi tutto lì il film, nello sguardo struggente del ricercatore. Negli occhi di chi, al cospetto di una possibile verità, è forse crudelmente vittima della consapevolezza di non voler davvero incrociare quella creatura. Ne vale la pena? È davvero questo l’obiettivo? Perché la ricerca di qualcosa può anche essere la ricerca di sé, delle domande universali che l’uomo continua a porsi. E un senso lo avrà comunque, a prescindere dal risultato. È impossibile quindi non voler bene alla figura romantica di Boyes, impossibile non restare affascinati dal suo ardore e di conseguenza toccati dai suoi sofferti dilemmi. Herzog stesso, lungi dal farne retorica o cercare verità assolute e cristallizzate, pare meno interessato all’elefante in quanto creatura da trovare e più all’elefante come pretesto per cercare e lottare per uno scopo più grande di sé – e soprattutto in ciò non è difficile scorgere le già piuttosto evidenti tracce di Moby Dick.
Oltre i limiti dell’uomo

Per tanto, programmaticamente, la ricerca di Herzog trova altro. Trova linguaggi incomprensibili, culture lontanissime, bizzarrie tribali, ragionando sul valore documentario dell’immagine. Quell’immagine mutabile come l’occhio, forse incapace di catturare nitidamente in un frame digitale quelle creature, ma certamente di preservare il ricordo dell’avventura, dello spirito, della figura mitologica dell’elefante proprio in virtù della sua assenza. Immagine che rispetta e che pur incedendo fa un passo indietro, sceglie consapevolmente di prendere le distanze da quell’Africa addio (controverso documentario italiano del 1966) citato con le comprensibili riserve. Boyes stesso, invero, non si spinge dove potrebbe – al contrario del memorabile grizzly man – guidato, o meglio paralizzato, da quel sogno. Quello di Herzog è un atto di fiducia incondizionata nel documentario, nella restituzione dell’istante privo di artifici – anche se visivamente prodigioso, ma mai patinato – e nel valore della scoperta e del vedere, vero fulcro della vicenda filmica forse più dell’obiettivo finale.
Così Ghost Elephants diventa, con il passare dei minuti, un film sullo sguardo, sull’ampliamento dell’orizzonte visivo e quindi culturale. Se la destinazione, l’elefante, sembra lontana, la portata esperienziale del viaggio assume un valore inestimabile. Così come la conoscenza di usanze locali, tradizioni panteistiche, personaggi insospettabili – il re di una delle tribù, in uno dei momenti più curiosamente divertenti ma al contempo profondamente solenni. Perché se da una parte è piuttosto inverosimile che Herzog in prima persona abbia realmente preso parte a tali impervie traversate, quantomeno a tutte, dall’altra è invece facile lasciarsi travolgere dall’ennesimo lucidissimo itinerario nei meandri di un territorio insondato, geografico quanto mentale. Ennesima spedizione che fa sentire minuscoli al cospetto di una vastità commovente (altro che antropocentrismo!), alla quale sembra sempre più opportuno provare a riconnettersi. Probabilmente l’unico futuro possibile.
