Due sconosciuti che passeggiano per Vienna tutta la notte. Un bambino che cresce davanti ai nostri occhi per dodici anni. Un buffo professore che insegna il rock a una classe di bambini come se fosse una religione. Solo apparentemente, i film di Richard Linklater sembrano parlare di cose completamente diverse. Eppure nella carriera di Richard Linklater c’è un filo che collega tutto. Non è il genere, visto che ha girato commedie, drammi, film d’animazione, musical rock. Non è lo stile, che negli anni è cambiato e si è evoluto continuamente. Non è nemmeno l’ossessione per il tempo, anche se ha girato film ambientati in una sola notte e film, come il celebre Boyhood, le cui riprese sono durate dodici anni.
Quel filo che lega una filmografia lunga quasi 40 anni è l’amore. In tutte le sue forme possibili. L’amore romantico di Jesse e Céline nella trilogia Before. L’amore paterno di Boyhood – e in questo caso non parliamo solo di quello tra Mason e suo padre, ma anche di quello di Linklater stesso per Ellar Coltrane, un bambino che ha visto crescere dentro il suo film per oltre un decennio. L’amore viscerale, quasi fanatico, per la musica di School of Rock.
Quello malinconico e solare per il mondo del liceo e del college di La vita è un sogno e Tutti vogliono qualcosa.
E poi c’è il suo nuovo film. Che in apparenza sembrerebbe un’eccezione a tutto questo — e invece non lo è per niente. Perché sì, Nouvelle Vague è tecnicamente un film sul cinema francese degli anni Cinquanta in cui si racconta la storia di un giovane Jean-Luc Godard, critico dei Cahiers du Cinéma, che si butta a capofitto nella realizzazione del suo primo lungometraggio mentre i suoi colleghi – Truffaut, Chabrol, Rohmer, Rivette – hanno già tutti almeno un film alle spalle. Ed è un film girato in bianco e nero, interamente in francese, in cui ricostruisce perfettamente la Parigi del 1959. Ma se vi fermate un secondo e ci pensate, Nouvelle Vague non è diverso da nessun altro film che Linklater abbia mai fatto. È ancora, come sempre, un film sull’amore. Cerchiamo di capire insieme perché questo sentimento e così importante per questo regista che ci fa innamorare ogni volta del suo cinema.
Parlare d’amore, anche quando non sembra

Nouvelle Vague racconta di un ragazzo di ventotto anni che ama il cinema in modo così totale, così irragionevole, da volerlo cambiare dall’interno. Non ha ancora girato niente di suo, ma ha già le idee chiarissime su cosa il cinema dovrebbe essere e cosa invece non dovrebbe permettersi di essere. È critico, è arrogante, è innamorato. E quell’innamoramento – per le immagini, per le storie, per la possibilità stessa di fare un film e per il proprio genio, di cui era assolutamente certo – è la cosa che Linklater filma con più cura. Perché Linklater sa esattamente come ci si sente. Lo sa da quando aveva vent’anni e passava le giornate in un cinema d’essai a Houston, divorando tutto quello che riusciva a trovare. Lo sa perché ha fatto lo stesso di Godard, ha preso una telecamera e ha iniziato a girare, senza chiedere permesso a nessuno. E si vede. Perché Nouvelle Vague – e questa è forse la cosa più sorprendente – è una commedia. Leggera, divertente, piena di energia.
Nessuno, leggendo “film su Godard e la Nouvelle Vague girato in bianco e nero e in francese”, avrebbe mai immaginato una cosa del genere. Ma solo Linklater poteva farlo, perché per lui questo non è un film sulla storia del cinema. È una storia d’amore. Quasi una romcom in cui Linklater è il protagonista innamorato e noi siamo lì a guardarlo, incapaci di non innamorarci a nostra volta. In Nouvelle Vague i due amori si sovrappongono e diventano indistinguibili: quello di Godard per il cinema e quello di Linklater per Godard e tutto quello che rappresenta.
La trilogia Before: l’amore è conversazione

Non è la prima volta che Linklater si mette in mezzo a una storia d’amore. L’ha fatto per la prima volta nel 1995, su un treno diretto a Vienna: Jesse e Céline si incontrano per caso, decidono di scendere insieme e trascorrono una notte a parlare. Solo a parlare. Non succede quasi niente, eppure Prima dell’alba è uno dei film più intensi sull’innamoramento che il cinema abbia mai prodotto.
Prima dell’alba è l’innamoramento, quella scintilla che esplode quando capisci che quella persona lì, davanti a te, ti sta cambiando la vita anche solo mentre la guardi. Il sequel, Before Sunset – Prima del tramonto, è la scelta consapevole, il momento in cui dici “sì, voglio che tu ci sia nella mia vita”. E il terzo film, Before Midnight, è il più coraggioso: la routine, il litigio, la stanchezza, il “forse avremmo fatto scelte diverse”. Quella della camera d’albergo in cui Jesse e Céline si fanno del male urlandosi contro è una delle scene più oneste (e dolorose) sul funzionamento delle relazioni a lungo termine che si sia mai visto al cinema.
Ma in tutte e tre le sue sfumature, è sempre e comunque di amore che stiamo parlando. Lo stesso amore che aveva ispirato Linklater: il regista aveva incontrato una ragazza in un negozio di giocattoli a Philadelphia e aveva trascorso insieme a lei una notte magica, per poi perdersi di vista. Quella ragazza si chiamava Amy Lehrhaupt, ed è a lei che il regista ha dedicato Before Midnight, il terzo capitolo. Nel frattempo Amy era morta in un incidente nel 1994, prima ancora che il film da lei ispirato arrivasse in sala.
Ebbene sì, Linklater ha costruito uno dei più grandi affreschi cinematografici mai realizzati sull’amore a partire da un amore che invece non ha mai potuto compiersi davvero. Per sua, e nostra, fortuna, ha trovato però il cinema.
Boyhood: l’amore non ha fretta

Nel 2002 Linklater inizia a girare Boyhood. Lo finisce nel 2013. Dodici anni di riprese: con gli stessi attori e la stessa storia che cresce con loro. Boyhood non è un film sull’adolescenza. È un film su come i genitori amano i loro figli, anche quando non sanno come farlo, anche quando sbagliano tutto. Il padre interpretato da Ethan Hawke – immaturo, assente, sognatore – riesce però a trasmettere al figlio Mason qualcosa di fondamentale: la curiosità per il mondo, la passione per la musica e per il cinema, il senso che la vita valga la pena di essere vissuta intensamente. È un amore goffo, imperfetto, pieno di errori. Ma è reale.
Linklater stesso era figlio di genitori divorziati, ed è cresciuto senza il padre in casa in una cittadina del Texas in cui il divorzio, negli anni Sessanta, era tutt’altro che normale. Boyhood è, tra le altre cose, il modo in cui ha elaborato tutto questo. Non con amarezza, ma con una tenerezza che sorprende. La cosa straordinaria di Boyhood è che non ci racconta solo Mason: ci racconta come il tempo trasforma l’amore. Come diventa più consapevole, più doloroso, più prezioso, anno dopo anno. Il film cresce con i suoi personaggi, e con noi.
Ma c’è un altro livello di cui non si parla abbastanza. Dietro la macchina da presa c’è un regista che per dodici anni ha bussato ogni anno alla porta degli stessi attori, ha tenuto insieme una famiglia cinematografica, ha scommesso su un progetto che poteva collassare in qualsiasi momento. Ellar Coltrane aveva sei anni quando hanno iniziato. Linklater non sapeva come sarebbe diventato, che voce avrebbe avuto, che faccia. Eppure si è fidato.
Può esistere una forma d’amore più potente di quella di un artista che dedica dodici anni della sua vita alla stessa opera, alla stessa storia, alle stesse persone?
School of Rock: trasmettere l’amore

E poi c’è il Linklater che la gente spesso dimentica di citare quando si parla di lui come autore: quello di School of Rock. Dewey Finn, il personaggio interpretato da Jack Black, è un perdente che ottiene un lavoro da insegnante per caso e decide di usare la sua classe di bambini per formare una band rock. È una commedia, sì. Ma è anche, nel profondo, un film su cosa succede quando riesci a trasmettere quello che ami. Quando la tua passione diventa contagiosa. Quando trasformi dei bambini in chitarristi, batteristi, bassisti, non perché li stai addestrando, ma perché stai condividendo con loro qualcosa che per te è sacro.
La musica nel cinema di Linklater non è mai un sottofondo. È un personaggio. Come per i Deep Purple e gli Aerosmith che riempiono il Texas degli anni Settanta in Dazed and Confused o i Coldplay che scandiscono i momenti di Boyhood. La musica è il modo in cui Linklater parla di amore quando non vuole farlo direttamente. E il personaggio di Dewey – in cui Jack Black si cala e si ritrova in pieno tanto da convincere personalmente i Led Zeppelin a cedere i diritti di Immigrant Song – è solo un altro innamorato. Come Jesse. Come Mason. Come Godard. Come Linklater stesso.
L’amore per le cose che passano

Ma c’è ancora un’altra forma d’amore nella filmografia di Linklater, forse la più difficile da spiegare, quella di La vita è un sogno o di Tutti vogliono qualcosa. Film in cui non succede quasi niente: nessun plot, nessuna svolta drammatica, nessun momento in cui tutto cambia. Solo ragazzi che girano in macchina, che suonano, che parlano di tutto e di niente, che cercano la festa giusta in cui finire la serata. Sono film sull’essere giovani. Ma non nel senso nostalgico e malinconico in cui Hollywood spesso racconta l’adolescenza, perché non c’è niente di doloroso qui, niente di irrisolto. Linklater non guarda a quegli anni con rimpianto, ma li guarda con amore, con vitalità. Con la consapevolezza di qualcuno che sa perfettamente cosa significava essere lì, in quel momento, con quelle persone, con quella musica che usciva dai finestrini abbassati.
È un amore per una stagione della vita. Per quella sensazione specifica – che dura pochissimo e che sul momento non sai ancora quanto vale (che poi è il tema fondamentale del successivo Boyhood) – in cui il futuro esiste ma non pesa ancora. In cui essere giovani è già abbastanza.
L’amore che chiude il cerchio

Nouvelle Vague non è quindi solo un film sul cinema, ma un vero e proprio hangout movie, come lo ha definito lo stesso Linklater. Un film in cui i personaggi camminano, parlano, si confrontano, si influenzano. Esattamente come Jesse e Céline a Vienna. Esattamente come Mason e suo padre in macchina. La forma cambia, ma la sostanza è sempre la stessa. Linklater non fa un documentario. Non fa un biopic. Fa quello che ha sempre fatto: cattura il momento in cui qualcuno si innamora di qualcosa o di qualcuno, e lo rende eterno.
Del resto, lo ha detto lui stesso alla Festa del Cinema di Roma, lo scorso autunno: “La libertà di Truffaut e Godard ci ha insegnato che il cinema è prima di tutto un atto d’amore.” Una lezione che Linklater ha fatto sua, fin dal primo film. Un altro motivo, se mai ce ne fosse bisogno, per essere eternamente grati a Godard e a tutti i ragazzi sognatori della Nouvelle Vague. E ovviamente a Linklater, che non ha mai smesso di innamorarsi.