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Quasi vent’anni fa 300 approdò nelle sale come un esperimento visivo travestito da kolossal storico come tanti se ne sono già visti. Lo spettatore si recò al cinema pensando di assistere alla ricostruzione di una delle più importanti battaglie di sempre e le sue aspettative vennero totalmente ribaltate. Diretto da Zack Snyder e tratto dalla graphic novel di Frank Miller, il film sulla battaglia delle Termopili non punta sulla ricostruzione dettagliata sulla sconfitta dei persiani, ma sul rendere iconico un vero e proprio mito, che qui è rappresentato da Gerard Butler.

Con il suo uso eccessivo del digitale e il suo stile originale, 300 ha contribuito a rivoluzionare il linguaggio del blockbuster contemporaneo e, a quasi vent’anni dall’uscita, vale la pena chiedersi non solo perché il film abbia lasciato un segno così profondo, ma anche quale idea di spettacolo abbia consegnato al cinema dei nostri giorni. Ecco quali sono i tre principali elementi che fanno di 300 il lungometraggio che ha influenzato il cinema post-moderno.

Un’estetica mai vista prima

Estetica del film
Gli immortali in una scena del film, fonte: Warner Bros. Pictures

Quando 300 arriva nelle sale nel 2007, il suo impatto visivo è immediatamente dirompente. Zack Snyder non si limita a adattare il fumetto di Frank Miller, ma ne replica quasi ossessionamene l’estetica: fondali digitali, cieli pittorici, controluce esasperati, colori denaturati virati verso il seppia e il rosso sangue. La quarta opera del regista americano si presenta come un kolossal come tanti se ne sono già visti nella storia del cinema: un’opera dalle alte ambizioni, con un classico viaggio dell’eroe, con tante comparse e una spettacolarità fine a sé stessa. Questa era l’aspettativa principale della critica, che rimase fortemente delusa. Ma, come ci ricorderà qualche anno dopo Quentin Tarantino con il suo The Hateful Eight, ci sono opere che necessitano il tempo necessario per essere viste per quello che sono realmente.

300 si presenta come un kolossal che vuole far vedere quale era la cultura estrema e imperiale della civiltà antica, ma fatto di personaggi in grado di far ricredere lo spettatore e di catapultarlo in un vortice fatto di immagini imponenti e di un’eccessività narrativa. Il risultato non è un film che punta sul realismo, bensì a creare un universo iconico che sembra, letteralmente, animare delle tavole illustrate dell’antichità. Se il primo Sin City di un anno prima aveva già sperimentato un’estetica grafica che avvolgeva lo spettatore, il film di Snyder la riprende e la applica in un kolossal, dimostrando che anche l’epica può diventare puro stile. Negli anni successivi, questa stilizzazione estrema diventa una tendenza, specialmente con i cinecomics e con i fantasy, e diventa centrale. Per questa nuova tipologia di film l’immagine non deve riprodurre il reale, ma reinterpretarlo con un’identità visiva marcata e riconoscibile.

I corpi muscolari

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Gerard Butler in una scena di 300, fonte: Warner Bros.

I trecento soldati spartani del film vengono presentati come delle divinità con muscoli scolpiti, cicatrici in evidenza e mantelli rossi che fondono l’aria in composizioni degne di un fregio antico. Questo perché Snyder cerca di trasformare gli eroi della Grecia in delle icone, come d’altro canto lo divenivano all’epoca in caso di vittoria sui nemici. Una fisicità come quella di Gerard Butler e dei suoi uomini genera nello spettatore una reazione ambivalente, perché quei corpi scolpiti sono la rappresentazione degli ideali di Sparta e delle costruzioni simboliche.

Guardando 300, lo spettatore sperimenta un tipo di eroismo che non passa attraverso la fragilità del singolo personaggio, ma attraverso la certezza e la purezza del suo essere sé stesso, perché la cultura di Sparta si basava sulla forza del singolo, il quale si distingueva dalle altre polis greche per devozione allo Stato e tenacia. L’identificazione non avviene sul piano dell’interiorità, ma su quello dell’immagine, che è a tutti gli effetti il vero mezzo per narrare. Il regista americano non chiede allo spettatore di comprendere Leonida, ma di desiderarlo o addirittura temerlo. Tra l’altro, questa è una cosa che Snyder riprenderà nei suoi successivi lavori, come per esempio nel sottovalutato Sucker Punch, che ha come protagonista una giovane apparentemente vulnerabile e temibile. In questa dinamica si costruisce un’esperienza emotiva ineguagliabile, quasi archetipica.

Questa caratterizzazione dei personaggi influenzerà fortemente il modo in cui il cinema d’intrattenimento metterà in scena guerrieri e supereroi negli anni successivi, privilegiando la costruzione l’immagine rispetto alla parola. 300 è a tutti gli effetti l’eroismo che passa da essere dramma ad essere un linguaggio visivo immediatamente riconoscibile e riproducibile.

La rivoluzione delle coreografie

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La scena del calcio in 300, fonte: Warner Bros.

Quando uno spettatore sente parlare di Snyder non può non venirgli in mente l’uso illimitato di rallenty che il regista utilizza in tutti i suoi prodotti audiovisivi. Nell’ultimo decennio questa tecnica è diventata oggetto di sminuimento dello stile del regista sul web ed eppure dovremo chiederci come mai, a distanza di anni, si parli ancora della manipolazione del tempo portata al cinema dal regista di Watchmen. Questo non è assolutamente un elemento di poco conto, perché prima del 2007, le sequenze di combattimento sono state presentate al pubblico in modo piatto ed estremamente realistico.

Infatti, Zack Snyder è riuscito a capire che il cinema non può essere solo ed esclusivamente lo specchio della realtà, ma anche finzione e soprattutto spettacolo. Inoltre, uno stile riproposto ininterrottamente rischia di annoiare un pubblico che necessita del nuovo per essere sbalordito. Le sequenze di combattimento del film non sono montate per costruire caos o realismo, come possiamo vedere in capolavori come Il Gladiatore o Lawrence d’Arabia, ma per scolpire il gesto, come se stessimo osservando una scultura di marmo in un museo. Si assiste a una manipolazione del tempo e molte azioni vengono scolpite, dalla lama che affonda nel corpo dell’oplita al sangue che si diffonde nell’aria, dal nemico che viene gettato nell’oscurità all’eroe che trionfa. Il tutto viene portato all’esasperazione fino a diventare una coreografia e lo spettatore ha l’impressione di star assistendo a una danza.

Non sorprende che, negli anni successivi, molti abbiano provato a realizzare le loro coreografie, inseguendo lo stesso immaginario epico in produzioni come Hercules: La Leggenda ha inizio o Pompeii, opere pensate per sfruttare la spettacolarità del 3D. Eppure, nonostante i tentativi di imitazione, nessuno è più riuscito a ricreare quella potenza visiva che aveva reso 300 un’esperienza cinematografica ineguagliabile.

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Mi chiamo Lorenzo Manca di Nissa. Nato a Cagliari il 17 agosto 2002 e da sempre un grande appassionato di cinema. Spielberg e Nolan mi hanno cresciuto e formato. Diplomato al Liceo Classico Motzo di Quartu Sant'Elena e laureato in Lettere all'Università degli Studi di Cagliari. Autore del romanzo fantasy "La Corona del Gufo".