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Vent’anni possono sembrare un’eternità nel mondo del cinema, ma per Guillermo del Toro il ritorno a Cannes con Il Labirinto del Fauno ha il sapore agrodolce di una ferita mai del tutto rimarginata. Il maestro messicano è tornato sulla Croisette nel 2026 per presentare il restauro in 4K del suo capolavoro fantasy, supervisionato personalmente fotogramma per fotogramma dal negativo originale in 35mm. E mentre la sala lo accoglieva nuovamente con minuti interminabili di applausi, Del Toro ha scelto di sollevare il velo su quello che definisce senza mezzi termini “il secondo peggior incubo produttivo della mia carriera“.

La prima posizione in questa classifica delle esperienze cinematografiche da dimenticare resta saldamente occupata da Mimic, il thriller del 1997 che lo mise contro i fratelli Weinstein in uno scontro che il regista descrive come “orribile“. Ma Il Labirinto del Fauno, quel gioiello oscuro che nel 2006 incantò il mondo e raccolse 83 milioni di dollari al box office globale, nasconde dietro la sua bellezza viscerale una gestazione travagliata che pochi conoscono.

“Vent’anni fa, fare questo film significava andare contro tutto, sempre”, ha dichiarato Del Toro dal palco del festival, dove nel 2006 ricevette una standing ovation da record di 22 minuti, un primato ancora imbattuto nella storia di Cannes. “Nessuno voleva finanziarlo in pre-produzione. Durante le riprese è andato storto tutto quello che poteva andare storto. Se mi incontrate sulla Croisette ve lo racconto. E anche in post-produzione è stato ugualmente difficile”.

La storia di Ofelia, la bambina interpretata da Ivana Baquero che fugge gli orrori della Spagna franchista del 1944 rifugiandosi in un mondo fantasy popolato da fauni misteriosi e mostri pericolosi, è diventata nel tempo un manifesto sulla resistenza, sull’immaginazione come forma di sopravvivenza, sulla scelta tra amore e paura. Un film che parlava al 2006 ma che, come ha sottolineato lo stesso regista, oggi suona ancora più pertinente. “Siamo, sfortunatamente, in tempi che rendono questo film più rilevante che mai“, ha continuato Del Toro, assumendo un tono più grave.

Ci dicono che è inutile resistere, che l’arte può essere fatta con una fottuta app, e stiamo affrontando cose così formidabili“. Una stoccata netta all’intelligenza artificiale generativa e alla mercificazione della creatività, pronunciata nel tempio del cinema d’autore davanti a una platea che ha risposto con entusiasmo. Ma il momento più toccante dell’apparizione di Del Toro a Cannes è stato forse il ricordo di quella prima volta, quando arrivò con la copia del film e si trovò travolto da un’ovazione che sembrava non finire mai. “È un tragitto casa-lavoro“, ha scherzato riferendosi ai 22 minuti di applausi.

Dichiarazione

“Ed è stato così strano perché, nonostante il mio grande fisico, non sono abituato all’adulazione. È molto difficile per me accettare l’amore. Alfonso Cuarón era lì con me nel corridoio e mi disse: ‘Lascialo entrare. Lascia che l’amore entri'”. – Guillermo Del Toro

Quel consiglio del collega e amico messicano risuona oggi nelle parole con cui Del Toro ha chiuso il suo intervento, trasformando un momento celebrativo in un appello accorato. “Sento e penso, come la bambina Ofelia ne Il Labirinto del Fauno, che se possiamo solo lasciare un segno, se possiamo mettere la nostra fede contro la nostra fede e la nostra forza contro la nostra forza, c’è speranza. E l’ultima cosa che possiamo fare è cedere a una delle due forze: possiamo cedere all’amore, o possiamo cedere alla paura. Mai, mai, mai cedere alla paura“. Il restauro in 4K presentato nella sezione Cannes Classics rappresenta un’opportunità per una nuova generazione di scoprire un film che non ha perso nulla del suo potere ipnotico.

Ogni texture, ogni ombra del mondo sotterraneo creato da Del Toro brilla ora con una definizione che rende ancora più vivido il contrasto tra la brutalità del mondo reale e la pericolosa bellezza del regno fantasy di Ofelia. Che Il Labirinto del Fauno sia nato da un parto difficile è ormai parte integrante della sua leggenda. Ma forse è proprio questa sofferenza creativa, questa ostinazione nel portare avanti una visione contro ogni ostacolo produttivo e commerciale, a rendere il film così potente. Del Toro non ha fatto concessioni allora, e non le fa oggi, continuando a difendere l’artigianato cinematografico, il sudore dietro ogni inquadratura, la differenza abissale tra arte creata da mani umane e contenuti generati algoritmicamente.

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Classe '94. Critico e copywriter di professione, creator per passione. Ha scritto e collaborato per diverse realtà di settore (FilmPost.it, Everyeye) con la speranza di raccontare il Cinema e la cultura pop per il resto della sua vita.