Il Festival di Cannes 2026 ha regalato un momento di rara franchezza politica durante la conferenza stampa della giuria. Tra le dichiarazioni di routine su cinema e arte, Paul Laverty, sceneggiatore storico di Ken Loach e vincitore della Palma d’oro, ha scelto di rompere il silenzio su una questione che Hollywood preferisce relegare nei corridoi: la blacklist di fatto che colpisce attori di primo piano per le loro posizioni sul conflitto israelo-palestinese. Le parole di Laverty sono arrivate come un fulmine a ciel sereno, proprio alla fine della conferenza:
“Non è affascinante vedere persone come Susan Sarandon, Javier Bardem e Mark Ruffalo messe in blacklist per le loro opinioni e per essersi opposte all’uccisione di donne e bambini a Gaza? Vergogna su chi a Hollywood fa questo. Il mio rispetto e la mia totale solidarietà vanno a loro. Sono i migliori tra noi, e in bocca al lupo”. – Paul Laverty
Il riferimento di Laverty ai tre attori non è casuale. Tutti e tre, insieme ad altri 350 nomi del mondo del cinema tra cui Richard Gere, avevano firmato una lettera aperta pubblicata alla vigilia di Cannes 2025, condannando il “silenzio” sull’impatto mortale della campagna militare israeliana a Gaza. Una presa di posizione che, secondo le testimonianze raccolte, ha comportato conseguenze concrete sulle loro carriere.
Eppure, come hanno fatto notare alcuni commentatori nelle ore successive alle dichiarazioni di Laverty, il concetto di “blacklist” va contestualizzato. Javier Bardem, per esempio, è protagonista di Dune III e del remake di Cape Fear previsti per il 2026. Mark Ruffalo continua ad apparire su billboard pubblicitari e in prima fila alle cerimonie di premiazione. Si tratta quindi più di una pressione sottile, di un raffreddamento delle opportunità, di progetti che non arrivano o di proposte che improvvisamente svaniscono, piuttosto che di un’esclusione totale in stile maccartismo.

La questione sollevata da Laverty riapre un dibattito fondamentale sui limiti della libertà di espressione nell’industria dell’intrattenimento. Hollywood ha sempre avuto un rapporto complesso con la politica, oscillando tra momenti di grande attivismo e altri di prudente silenzio. Il caso di Susan Sarandon è emblematico anche per un altro aspetto: l’attrice aveva in effetti pronunciato frasi controverse durante una manifestazione nel 2023, affermando che “ci sono molte persone che hanno paura di essere ebree in questo momento e stanno avendo un assaggio di cosa significhi essere musulmani in questo paese”. Parole che aveva poi definito un “terribile errore”, riconoscendo di aver erroneamente implicato che gli ebrei fossero “estranei alla persecuzione” e scusandosi pubblicamente.
Il momento di Cannes diventa così qualcosa di più di una semplice conferenza stampa, trasformandosi in una sorta di atto politico, una dichiarazione che il cinema può e deve essere uno spazio dove anche le voci scomode trovano ascolto. Resta da vedere se le parole di Laverty avranno un impatto concreto o se resteranno un episodio isolato, destinato a essere dimenticato non appena i riflettori si sposteranno sui film in concorso e sui red carpet scintillanti.
Quello che è certo è che lo sceneggiatore di capolavori come Il vento che accarezza l’erba e Io, Daniel Blake ha usato la sua posizione per dire ad alta voce ciò che molti sussurrano nei corridoi dei festival e degli studios. E in un’epoca in cui il conformismo sembra spesso premiare più del coraggio, questo gesto ha un valore che va oltre le singole carriere coinvolte.
