Viaggia libero, Paolo Strippoli. Al terzo film da regista si muove già senza paura su scenari completamente diversi per il cinema di genere in Italia. Il suo La valle dei sorrisi è un horror che parte dai personaggi e dalle persone per raccontare una storia di crescita e catarsi. A un primo sguardo potrà sembrare un film sul dolore, ma basterà poco per capire che questo horror atipico sia soprattutto un film per il dolore. Per chi lo considera ancora un morbo da estirpare, per chi non sa riconoscere il suo valore o l’importanza della sua esistenza. Non c’è scelta migliore di un contrasto per cambiare prospettiva: in un luogo come Remis, in cui il dolore è demonizzato e la felicità un vanto, i sorrisi sono solo maschere dietro cui nascondere un mondo di traumi mai davvero risolti.

Ma se è vero che c’è una legge universale sul comune sentire, ogni sensazione negata, ogni sofferenza mancata ha un prezzo. Così Strippoli offre una via d’uscita semplice a un dramma troppo grande, soltanto per dimostrare che la sofferenza è inevitabile. Oblio o redenzione, non c’è alternativa. La valle dei sorrisi è un’operazione che merita attenzione soprattutto perché riesce a tenere il passo con le tendenze dell’horror moderno, rielaborandone i concetti per cucirli addosso a una storia di puro dramma. Pur tentato dalla componente sovrannaturale, il regista si mantiene ancorato alla terra ferma e a un terrore tangibile, reale, che si lega prima di tutto all’uomo e alla sua avidità. Una storia di orrori e dolori, che parte da un’idea forte per scoprire cosa si cela nei silenzi oltre i sorrisi.

Orrori di gioventù

michel riondino ne la valle dei sorrisi
Michele Riondino in una scena de La valle dei sorrisi – @Vision Distribution

Non è un caso che il titolo inglese sia “Holy boy”: nel tentativo di mostrare quanto sia importante accettare il dolore (anche quando si fa insopportabile), il regista accarezza il sovrannaturale e il coming of age. Perché forse c’è luce oltre l’abisso, ma per raggiungere la catarsi bisogna saper accogliere entrambi. La valle dei sorrisi mescola sacro e profano, lega l’orrore alla sua componente più popolare portando il folk di una piccola comunità di montagna (e con esso timori, preconcetti e pregiudizi a tutti noti) sull’orlo di un baratro senza uscita. Strippoli racconta la tragedia di chi è rimasto, il dramma degli avanzi di un piccolo mondo che è stato fatto a pezzi, ma nel farlo stravolge i ruoli e le figure chiave.

Così anche personaggi all’apparenza intoccabili diventano corrotti, piegati dal desiderio e scardinati pezzo dopo pezzo da un giovane che vorrebbe soltanto trovare se stesso – e che invece si trova soggiogato come reliquia vivente. L’horror di Strippoli non è soltanto tensione, ma soprattutto linguaggio: attraverso la paura prendono forma i simboli della pellicola, icone che puntano a esplorare il senso dell’identità e il valore della paternità. Un eccellente Michele Riondino funge da elemento di rottura e da traino portante al tempo stesso, spingendo l’intera operazione verso prospettive interessanti anche sul mercato (nazionale e non). La prospettiva elevated potrebbe davvero rendere La valle dei sorrisi popolare, vendibile – e non è cosa da poco.

Un’opera che lotta contro la repressione, in tutte le sue forme, portando il dramma in un contesto anestetizzato che non sa gestirlo. La rottura è inevitabile perché per un giovane è impossibile non sentire: così lo stimolo si fa estremo, poi dominante. Sentire cambia le persone – e cambia il film: dall’estasi al delirio, in pochi istanti di terrore.

Un’ode al dolore

Romana Maggiora Vergano e Michele Riondino in una scena de La valle dei sorrisi
Romana Maggiora Vergano e Michele Riondino in una scena de La valle dei sorrisi – @Vision Distribution

L’elemento più affascinante de La valle dei sorrisi è la sua creatura. Non un mostro, né un ragazzo straordinario. Paolo Strippoli trasforma il dolore in un demone dai mille volti, che fa fare cose indicibili e spinge a scelte estreme pur di tenerlo a bada. La formazione diventa così un percorso a due facce, tra la gioventù bruciata e il trauma genitoriale: l’orrore diventa un atto di ribellione. Perché c’è vita oltre il dovere, c’è vita oltre il dolore. E quando le due cose si fondono, nascono le sorprese più grandi. Anche quando il film si muove spesso verso il dramma giovanile, quando l’orrore arriva esplode davvero.

E lì tutti i significati che sussurrano allo spettatore si fanno urla strazianti, scatenano reazioni che portano proprio dove vuole il regista. Perché La valle dei sorrisi è un horror di formazione, elevato sulla scia dei trend moderni, ma resta un horror purissimo. C’è un ritmo che tiene botta nonostante il contesto giovanile non riesca sempre a sorprendere, ma a rimanere impressi sono soprattutto gli istanti che precedono l’oblio. Punti di non ritorno mai fini a se stessi. Per un elevated horror all’italiana che trascende il classico per raccontare una storia importante (e probabilmente necessaria) sarebbe davvero difficile chiedere di meglio. A dimostrazione che l’orrore è vicino, è reale e anche possibile – soprattutto per noi.

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Classe '94. Critico e copywriter di professione, creator per passione. Ha scritto e collaborato per diverse realtà di settore (FilmPost.it, Everyeye) con la speranza di raccontare il Cinema e la cultura pop per il resto della sua vita.