Qualcuno dirà Sean Baker e non avrà tutti i torti. Ma è vero solo in parte. Perché nella prima opera de regista in solitaria di Shih-Ching Tsou (il vero esordio, Take Out, l’aveva firmato a quattro mani proprio con Baker) c’è molto altro. Certo, la riflessione non può e non potrà prescindere le mosse da quel contesto, con al centro del discorso non tanto il cinema dell’autore premio Oscar ma la dimensione produttiva indipendente americana degli ultimi vent’anni. La mia famiglia a Taipei (più noto con il titolo internazionale, Left-Handed Girl) prende le mosse da lì ma abbraccia presto una sua unicità, riuscendo non solo in un’eccellente ibridazione ma in qualcosa di più complesso.
Il punto di partenza è una Taipei carica di aspettative, desideri, euforia. Ma anche di tormenti, tradizioni obsolete, vicoli ciechi, di un passato incapace di restare indietro e un futuro difficile da acciuffare. Un luogo nel quale la piccola I-Jing e la sua famiglia – la madre Shu-Fen e la sorella maggiore I-Ann – pensano di poter rinascere, di riuscire a rimettere il corso degli eventi verso una prospettiva più rosea. Ma il benessere, economico quanto psicologico, passa anche (e soprattutto) dalla consapevolezza di sé in relazione agli altri. A prescindere dalle differenti generazioni, collocazioni sociali e rapporti familiari.
Se le strade potessero parlare

Se si vuol scegliere di inquadrare l’esordio di Tsou con l’uso di codici familiari, non sarà difficile vederlo lì tra le maglie dell’opera del collega Baker – che qui ha co-sceneggiato, montato e prodotto, tra l’ondeggiare metropolitano di Tangerine e uno spazio all’altezza di bambina, come in Un sogno chiamato Florida. Quella di La mia famiglia a Taipei è così una città dalla luminescente doppia faccia, caleidoscopica trappola e irresistibile parco giochi al neon, culla di attrazioni e perdizione in cui il marginale può diventare protagonista e viceversa. I-Jing girovaga tra i mercati e la macchina da presa si adagia morbidamente al suo fianco, esplorando con tenerezza e curiosità. Il dialogo con il cineasta americano amplia però la portata della sua tessitura quando lo sguardo si fa adulto e la speranza infantile lascia il posto all’amara disillusione di una vita precaria, che sfugge via dalle mani.
Allora I-Ann e Shu-Fen, come la nonna e il vicino di bancarella, fanno da contraltare a quella spensieratezza. Le corse dello scooter e i noodles in pentola scandiscono percorsi instabili, dolenti traiettorie di inadeguatezza. Un ecosistema filmico intriso di realismo sociale, di una certa “dignità operaia”, che dunque sa essere tanto dolce quanto aspro. Compassionevole e rancoroso. Umano e crudele. Un ambiente in cui ciò che resta è provare ad andare avanti, evitando il peggio. Un equilibrio raro, in cui nulla prevale e assurge a misura ma ogni aspetto attinge dal suo opposto per esprimersi con il massimo della forza, trovandosi a confluire in un funambolico ultimo atto nel quale il (melo)dramma esplode e l’implicito diventa palese. L’accennato viene urlato con rabbia – e non capita così spesso una tale soddisfazione nel sentir dire qualcosa di tanto telefonato.
Quel posto a metà strada tra ieri e domani

Tsou bilancia i toni e ammorbidisce i passaggi, pur arrivandoci attraverso i contrasti netti (dal frenetico taglia e cuci di un montaggio impeccabile, fino all’imprevedibile umorismo come ideale dispositivo per osteggiare le insicurezze e la tragedia imminente). Disgregazione sociale e familiare, nonché un senso di solitudine che pervade animi, suoni e ambienti visti da così vicino rivelano qualcos’altro. Emerge così il sogno, la speranza, la volontà di non mettere un punto.
Ma il cinema di Shih-Ching Tsou nel punto in cui forse si avvicina maggiormente a quello di Baker sembra distaccarsene, cercando di riconnettersi a quello locale, da Hou Hsiao-hsien a Edward Yang (tentativo non isolato, come avevamo sottolineato da Venezia parlando di Girl di Shu Qi), con uno sguardo rinnovato. Così rispetto all’americano si aprono vie di fuga, gli inaspettati sussulti emotivi e sentimentali non sono sempre anticipatori della tempesta. I legami restano ancora l’ancora di salvezza. Il dramma allora viene stemperato così che, quando la favola si rompe e si torna a fare i conti con la decadente realtà, Tsou non punti il dito verso il tramonto, ma provi a gettare l’attenzione sul sorgere di una nuova alba.
L’affresco sociale della cineasta taiwanese riesce così a dialogare apertamente con quelli di Baker, trovando però una sua identità precisa, una direzione uguale e contraria. E in un vortice ritmico e caotico incessante, i corpi e le luci dei vicoli vengono esaltati dall’uso dell’iPhone, delle sue ottiche grandangolari esasperate. Una tecnologia che prova il più possibile a risultare (riuscendoci, pure piuttosto bene) internamente coerente, amalgamata al contesto. Ed essere così indipendenti, liberi e al contempo concretamente netti sarebbe qualcosa di difficilissimo per chiunque, anche per autori ben più navigati.



