Ci sono sequenze che rendono immortali chi le interpreta. Che pietrificano l’immagine per gli anni a venire, scolpendola nel tempo e nella memoria cinefila collettiva. Quella d’apertura di Millennium Mambo, diretto nel 2001 da Hou Hsiao-hsien, ha congelato il volto dell’allora venticinquenne Shu Qi, pseudonimo di Lin Li-hui. – già molto attiva da almeno un lustro, ma mai così al centro della scena.

Oggi, a ventiquattro anni di distanza da quel momento straordinario di cinema, l’attrice e modella taiwanese – leggenda in Oriente, tra Taiwan e Hong Kong – prova a raccogliere l’eredità di chi l’ha diretta (musa, tra i tanti, di nomi come Hou Hsiao-hsien e Andrew Lau), esordendo alla regia di un lungometraggio con Girl (Nühai). Unica opera prima in Concorso all’82ª Mostra del Cinema di Venezia.

Madre, figlia, sorella

Girl (Nühai)
Girl (Nühai) – © I Wonder Pictures

Non può che essere programmatica una scelta così sfacciata per la primissima sequenza di Girl. Non può che apparire una dichiarazione d’intenti scegliere quello che, a occhio, sembra proprio quel ponte sopraelevato dell’apertura del film del 2001. Shu Qi inizia dove tutto era iniziato per lei, dichiarando un debito, un’ispirazione, un modello da seguire. È più che un punto di riferimento il “nuovo cinema taiwanese”. Quello, con le dovute differenze, del padre artistico Hou Hsiao-hsien e di Edward Yang, tra tutti – ma non meno importante l’influenza evidente di un certo cinema giovanile di Hong Kong, si pensi a quello di Patrick Tam. Tutti citati, richiamati, riletti, rielaborati e fatti propri. Ne riprende tutti i temi (l’identità giovanile, il rapporto-scontro generazionale, il consumismo corrosivo) e, anche se non sempre, prova a rimetterli in gioco donando loro una voce propria.

Shu Qi va così, in parte, sul sicuro. Lavorando in territori noti e protetti, prendendosi l’unico rischio dell’inevitabile confronto – inevitabilmente impietoso, per quanto poco corretto – con i predecessori. Nel suo piccolo, però, Girl è un film solido e con un’idea di cinema piuttosto chiara, conscio di ciò che vuole essere e di come vuole apparire.

Un’opera che certo prova a mettere d’accordo tutti, ma che riesce a non tradire il suo animo autoriale e l’intimità di una storia molto autoriflessiva (quasi dalle finalità terapeutiche) pur provando a esplorare ambienti drammaturgici vasti. Che mostra con vigore sia le qualità registiche e narrative della novella regista, sia le criticità, come forse è giusto che accada in un esordio.

Educazione taiwanese

Girl (Nühai)
Girl (Nühai) – © I Wonder Pictures

Non osando e pur svolgendo piuttosto egregiamente il suo lavoro, Girl risulta sovente pulito. Troppo pulito. Le sue immagini sono sempre ordinate, affascinanti e dotte, ma mai più di quello che può essere un buonissimo esame da scuola di cinema. Così la storia di Lin Hsiao-lee, della madre e della sorella minore, della condizione della donna nella Taiwan tra gli anni Ottanta e Novanta, nonché dell’accenno doloroso di affrancamento sociale, fila liscia senza intoppi ma anche senza grande immersione. Un coming of age che funziona sempre, ma colpisce meno di quanto potrebbe. Un’opera che si perde di tanto in tanto in ricercati estetismi e confezionamenti artificiosi che scollano un po’ i pur molteplici punti di connessione emotiva diretta.

E pertanto, al netto di una sensibilità lodevole e un lavoro di direzione attoriale ottimo, a Girl manca quel briciolo di equilibrio (si potrà anche dire di esperienza), specie nei toni e nel lavoro sulla dimensione visuale. In una narrazione che si attorciglia su se stessa e spesso sembra girare a vuoto, senza riuscire a liberarsi del tutto, tra le maglie più classiche del racconto di formazione.

Ma è un cinema che quando trova il piglio giusto sembra vitalissimo, ricco di suggestioni e intuizioni che in alcuni tra i momenti migliori (il finale, tra i più azzeccati della Mostra) sembrano promettere piuttosto bene per il futuro. C’è ancora domani per il cinema taiwanese, anche se il punto di partenza non può che essere quello dei decenni d’oro. Un passato che, come Girl stesso enuncia, condiziona il presente ma è monito per il futuro, da accogliere e assimilare per poter prendere una direzione diversa.

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Siciliano, nato lo stesso anno dell'uscita di Evangelion e qualcosa dovrà pur dire. Critico e giornalista cinematografico e televisivo, con una smodata passione per il cinema fatalista di Hong Kong e le polpette al sugo. Laureato magistrale in Storia dell'arte - con una tesi su Robert Rauschenberg e Tom Phillips che gli ha tolto il sonno e la ragione - così da poter orgogliosamente dire a tutti "prendi l'arte e mettila da parte". Nello staff del Catania Film Fest. Ritiene che un film al giorno non possa togliere il medico di torno, ne servono almeno due. Parla in terza persona solo in alcune occasioni.