È il più grande momento della storia del cinema». Parla così James Gray – tra gli autori intervistati nel documentario Hitchcock/Truffaut di Kent Jones – di una delle scene madri de La donna che visse due volte (Vertigo). E se tale assunto, come qualsiasi estremismo, può anche essere opinabile, meno discutibile è il testamento visivo lasciato alla collettività dalla presenza doppia e fantasmatica dell’attrice nel film del 1958. Ruolo, al netto di titoli come Picnic, Phffft… e l’amore si sgonfia, Baciami stupido o Un solo grande amore, più importante della carriera.
Sul suo passato e sul rapporto con il lungometraggio che l’ha consacrata ragiona, o quanto meno prova a farlo, Kim Novak’s Vertigo, di Alexandre O. Philippe. Il nuovo documentario del regista svizzero (Chain Reaction, Lynch/Oz, 78/52) è selezionato fuori concorso all’82a Mostra del Cinema di Venezia e proiettato, quasi come appendice, in occasione del conferimento a Kim Novak del Leone d’oro alla carriera.
Vivere due volte

Pensa a Greta Garbo, Kim Novak. E lo faceva in passato, con senso di ammirazione e stupore, come lo fa tutt’ora, all’età di 92 anni. Oggi però, più che in passato, le lega qualcosa, un destino. L’attrice di origini ceche prova così a guardarsi indietro e traccia una linea di congiunzione tra le due carriere. Soprattutto, tra i due ritiri. Tra due anime distanti da Hollywood – e da un provante sistema di sfruttamento mediatico – e per questo pronte ad allontanarsene. A dire basta anche se all’apice del successo. Ma non pensa mai a come sarebbe stato. È la pittura, oggi forse più di ieri, la sua pace; non serve guardarsi troppo indietro, o almeno non serve rimpiangere.
Kim Novak’s Vertigo, per buona parte della sua breve durata (poco meno di 80 minuti) è dominato dalla stessa Novak. Da un flusso di pensieri – non è un’intervista vera e propria e l’interlocutore, quasi con riverenza, raramente interviene – disordinati per quanto suggestivi. Il documentario di Alexandre O. Philippe, infatti, sembra mancare di coerenza, di una struttura interna che possa fungere da linea guida. Offre spunti senza mai realmente indagarli, superando il labile confine tra lo stimolare una riflessione e il peccare di superficialità. Perché se nei precedenti saggi-omaggio era proprio lo scheletro portante a organizzare una discussione altrimenti slabbrata e dispersiva, qui la fragilità dell’’ossatura generale ostacola, e non poco, la fruizione. Quella del regista svizzero è una presenza evanescente come la stessa Novak in Vertigo, che si lascia trasportare dalla libertà concessa alla protagonista.
Da Marilyn a Kim e ritorno

Un dialogo, quindi (ma forse monologo, come si è detto), trasformato in un film amorfo. In un documentario che non documenta, non analizza, non mette in discussione o accoglie un controcampo, una voce esterna. In un progetto che non è né esplorazione di Kim Novak né di “Vertigo secondo lei” – come eppure l’accattivante titolo potrebbe fare presagire. C’è la sua voce, stanca per l’età ma ancora vivida, certo appassionata e pulsante, ma poco altro – interessante, anche se poco esplorato, il no acting but reacting e l’immedesimazione profonda con certi ruoli, la malinconia che condivideva con i personaggi interpretati. E soprattutto in relazione ai precedenti lavori di Philippe, neanche il montaggio e il lavoro sul materiale d’archivio riesce a dare supporto.
Che siano spezzoni o intere sequenze, foto d’infanzia o note vocali, ogni inserto non riesce ad amalgamarsi in maniera fluida con le parole, con il segmento affrontato, e a sviluppare un’identità progettuale concreta. Deficitario è, pertanto, proprio quel cinema che Novak ha lasciato, lo scambio dialettico – non necessariamente l’armonia ma il rapporto – tra le immagini e la parola. Tra ciò che dice e come lo dice. Kim Novak’s Vertigo è piccolo, intimo, personale ma per questo chiuso, difficile da intercettare pur nella sua convenzionalità. «Finalmente ho iniziato ad avere più considerazione di me stessa», afferma l’attrice verso la conclusione. Nel bene e nel male, allora, questo film serviva più a lei. E, in certo senso, è l’unico aspetto da lodare.



