You may be sad, but remember they’ll all soon pass away.
Difficile, forse persino impossibile – all’estero come in Italia – non pensare alla figura di Sergio Leone quando si prende in causa il western all’italiana, lo spaghetti western. Però, alle spalle della capitale filmografia del cineasta romano, non pochi nomi scalpitano in attesa di riscoperta. Di una rivalutazione popolare ben diversa dall’apprezzamento cinefilo e d’essai, che già stima o quantomeno conosce personalità, per citare le più note, come Sollima e Corbucci (anche loro, curiosamente, di nome Sergio). Proprio quest’ultimo – parecchio citato nel contemporaneo, da Miike a Tarantino – realizzava, nel decennio vitale del sottogenere, uno dei western più malinconici del suo tempo. Un anno d’uscita, quel 1966 straordinario per il cinema della penisola, che Django condivide con il ben più noto Il buono, il brutto, il cattivo.
Rimasto a lungo nell’ombra dei suoi “fratelli”, riemerso parzialmente e quasi accidentalmente proprio in virtù del citazionismo postmoderno, il western di Corbucci resta un cult anomalo. In molti lo conoscono, in pochi lo hanno visto. Eppure ancora oggi, a sei decenni dalla sua realizzazione, Django mantiene una carica espressiva vivissima, forse più evidente ora che al tempo. In occasione dei suoi sessant’anni, l’opera torna in sala grazie CG Entertainment, Lumiere&Co. e Cinemaundici in una versione restaurata dalla Cineteca di Bologna e Surf Film, presso i laboratori de L’Immagine Ritrovata.
«Io non sono solo»

È ancora una volta Akira Kurosawa il punto di riferimento. Cruciale ispirazione come lo era stata per Leone e per tutto un filone che, salvo sparuti casi, non faceva dell’originalità il suo asso nella manica. Dentro Django però vivono tante di quelle anime – differenti tra loro, appartenenti a mondi e culture diverse – da far passare quasi in secondo piano la sua affiliazione con Yojimbo. E, di rimbalzo, pure con Per un pugno di dollari. Il cult di Corbucci, del resto, sembra rispecchiare il coacervo artistico del suo autore, artifex attivo negli anni tanto nel western quanto nella commedia (si pensino le fortunate collaborazioni con Totò) e nel melodramma.
Il suo cinema, come evidente nel film del 1966, rielabora tanto il passato quanto il presente storico e cinematografico. Il suo western, in particolare, enfatizzando espressivamente le sue sfaccettature, esplorava traiettorie ogni volta un po’ divergenti dalle precedenti, facendosi ora spettacolo sanguinoso, ora stasi meditativa. Django è profondamente segnato da queste ambivalenze: un passo oltre – non meglio o peggio, semplicemente altrove – rispetto alla prassi codificata da Leone in virtù di una sorta di decostruzione e demitizzazione, facendo seguito all’ambiguità dei western di Mann e anticipando, per certi versi, il revisionismo di Peckinpah.
L’eroe al crepuscolo, quasi alla fine del mondo (talvolta in un mondo già finito, post-apocalittico), fuori da qualsivoglia idealizzazione e concezione prefigurata e presupposta. Anche per questo la sua voce continua a parlare, specie in un’epoca – questa, la nostra – così buia, politicamente e ideologicamente alla deriva, denotata da un cinismo che è emblema di una condizione umana desolata e che troverà il suo pessimistico culmine ne Il grande silenzio.
La D è muta, i proiettili no

Quello di Django è un West cupo, fangoso, miserabile. Frontiera, zona liminale e simbolica, limbo tra la vita e la morte senza legge e controllo. Un luogo il cui centro è assimilato al margine, dove ogni speranza perde importanza, l’umanità cede al declino e marcisce. Un bellum omnium contra omnes hobbesiano in cui i punti di riferimento morali perdono consistenza e incidenza. Bene e male diventano concetti futili in una (in)civiltà dominata dal caos: tanto l’individualità quanto la collettività sono sinonimi di impotenza, qui. Corbucci lavora dunque sull’immagine come lugubre specchio della disgregazione e dell’indeterminatezza socio-culturale, esistenziale, moltiplicando le prospettive e parcellizzando lo spazio. Dipinge un’atmosfera spettrale e dai contorni gotici, astratta pur segnata da una iper-violenza carnale, brutale. Allucinato anche se lucidissimo, oscuro ma puntellato da composizioni cromatiche raggianti. Dilatato e tutto d’un tratto vertiginosamente accelerato.
È sulle spalle – sugli occhi, di un blu glaciale – di Franco Nero (al secolo Francesco Clemente Giuseppe Sparaneo) che si regge, invero, il fascino perpetuo e fatalista di Django. Oltre duecento film eppure, ancora, sempre legato a doppio filo – se è vero che Nero ha posizionato Django nell’immaginario popolare e cinefilo, lo stesso si può dire invertendo i termini – a quella figura di outsider tormentato, mezzo paladino mezzo reietto. Un’ombra picaresca, disillusa e tormentata (opposta, si può dire, al Johnny Oro dello stesso Corbucci) che attraversa la notte, alla vigilia dell’inesorabile catastrofe. Senza esaltazioni, sempre facendo un passo indietro quando chiunque, specie con quel mitra tra le mani, avrebbe virato sull’exploitation degenerato. In quell’intimità, brutalmente sofferta, risiede la sfida di Django nei confronti della gloria eroica, dell’enfasi retorica del genere. Nell’afflizione di un emarginato che trascina (a piedi!) una lapide, che dialoga con la morte.
