Una corsa senza fiato. Le gambe si muovono a ritmo, non sentono la fatica, gli occhi non badano ai pericoli e la mente è spenta. Trainspotting si apre con una fuga che va al tempo di Lust for life e il celebre monologo “Scegliete la vita”. Questa scena non è solo un’icona, ma è il simbolo di Trainspotting, sia nel senso cinematografico che più psicologico. Una fuga adrenalinica da qualcosa, da un senso di vuoto, da un’angoscia perenne, una solitudine costante anche laddove vige il rumore.
E l’unica cosa che è capace di sedare questo dolore indicibile e inconsistente nella forma è uno stantuffo che spara eroina nelle vene, inalare o fumare qualsiasi sostanza illegale sul mercato, cibarsi di persone da punire attraverso una rabbia distruttiva, partecipare in modo assente a serate bulimiche di alcol, in loop di intossicazione/disintossicazione.
“Scegliete la vita”

Scegliete la vita. Scegliete una vita normale, con tv, tappeto, lavatrice, lavoro, divano. Scegliete di essere in coppia, scegliete gli amici e fate tanti bambini. “Io ho scelto di non scegliere la vita”. Il monologo iniziale di Trainspotting taglia con un’affermazione controintuitiva. Scelgo di non scegliere la vita. Scelgo di continuare a vivere, con un cuore che batte, polmoni che consentono di respirare, gambe capaci di muoversi, ma scelgo di non aderire alla costruzione, facendo prevalere l’atto distruttivo, reale, sposandomi con l’unica cosa capace di generare un barlume di godimento ed estraneazione dalla realtà, ossia la sostanza.
Il gruppo di Trainspotting è alla deriva della vita. Tutto ruota attorno al buco. I legami, i dialoghi, il divertimento, i pensieri stessi, sono tutti veicolati dalla necessità di arrivare all’eroina, in una forma di annullamento del godimento vitale. La scena di Mark in discoteca è abbastanza simbolica in questo senso, ai margini della discoteca che desidera entrare in contatto con qualcuno, ma in visibile difficoltà nel farlo. Perché è questo quello di cui si parla, il contatto con il mondo, con l’Altro, con la società. La deriva per non sentirsi risucchiati.
Da un punto di vista più fenomenologico, di base, sappiamo che le sostanze hanno la caratteristica di generare stati soggettivi di piacere che alterano la coscienza. Sappiamo anche che in un primo momento, quello della luna di miele, il soggetto prova sensazioni calma, rilassamento misto a euforia (diversa dalla cocaina, in questo caso), ma che successivamente il sistema è come se si saturasse, provocando una ricerca costante di stimoli che comporta un aumento del comportamento. Ma questo è ciò che vediamo, ciò che già sappiamo. Il punto focale, però, è perché scegliere di non scegliere la vita?
“Io ho scelto di non scegliere la vita”

Partiamo dal generale. Mark Renton, Sick Boy, Spud, Tommy, Allison, Francis Begbie – quest’ultimo con una dinamica un po’ diversa, priva di sostanze, ma legata comunque a un senso di vuoto distruttivo – vivono in un sentimento di estraneazione massima dalla loro terra, la Scozia, considerata la feccia del mondo. Essere scozzesi è una condanna, perché si è perdenti dalla nascita, neanche il vanto di essere colonizzati da gente di spessore. Il sentimento prevalente è di una massiccia disperazione senza possibilità di svolta (“non potrà cambiare uno stracazzo di niente”). Una ghigliottina depressiva da cui è impossibile fuggire. E allora meglio tornare all’eroina, lo stato di pace che annulla tutte le condizioni. È questo il sentimento di base. Una condanna al sentirsi il niente che sprofonda nel vuoto e nella solitudine.
La letteratura ci spiega come la sostanza abbia il potere di alleviare uno stato di profonda angoscia, generando un’esperienza dissociativa che consente alla persona di uscire dal proprio mondo. Così facendo, il soggetto si sottrae da una realtà vissuta come troppo angosciante, da elementi che non può contenere ed elaborare attraverso uno stato di coscienza ordinario. Una fuga, appunto, di natura dissociativa che permette di non stare. La sostanza, allora, crea così dei rifugi della mente che hanno la funzione (ovviamente illusoria) di medicare. Da oasi di pace incondizionata in cui ripararsi possono divenire veri e propri stati di vita, come nel caso Trainspotting. Il limite non esiste più, la costruzione del confine neanche (per chi volesse approfondire, Le dipendenze patologiche. Clinica e psicopatologia, a cura di Caretti e La Barbera, edito Raffaello Cortina Editore).
“Le ragioni? Non ci sono ragioni”

Nella clinica di oggi, il focus è molto spostato sul corpo. Ciò che si impone in modo massiccio è una predominanza di sofferenza che vede come protagonista una parte concreta, non simbolizzata, che propone il sintomo come qualcosa di tangibile e gestibile solo attraverso un teatro fisico. Ne avevamo parlato a proposito dell’autolesionismo, ma riguarda anche il mondo dei disturbi alimentari o la tossicodipendenza.
In quest’ultimo caso, oltre alla difesa dall’angoscia, possiamo trovare anche un’espressione di un godimento che separa il soggetto dall’Altro, definendosi poi come distruzione verso sé e una presa di posizione verso la propria identità, laddove questa non esiste o schiacciata. Calandoci in Trainspotting, Mark, esattamente come gli altri, vive in uno stato di identità fantasma, non ha una collocazione nel mondo, non ha appartenenza. I suoi legami, come abbiamo già sottolineato, sono sotto il giogo della sostanza e non prevedono una partecipazione attiva reale. La solitudine esistenziale ingoia tutto.
La bambina di Allison, in questo senso, diviene la rappresentazione perfetta: figlia di nessuno, costretta a gattonare nella feccia del mondo, abbandonata a uno stato di assenza di nutrimento (nei termini non solo reali e oggettivi, ma anche di capacità di mentalizzazione e affetto materno), l’esposizione abbandonica a un dolore costante che è talmente profondo da non avere un’origine ben precisa ed essere un male comune (circoscritto nella non paternità della creatura). È già morta.
“Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?”

La sostanza allora funge da analgesico nella corrispondenza dello stato dissociativo che sottolineavamo prima e quindi nel meccanismo di autocura da una struttura depressiva di base. Ma anche la funzione separativa, in quello stato che oggi viene definito “Nirvana contemporaneo”. Quando il contatto genera la sensazione di intrusività schiacciante che toglie il respiro, nasce il bisogno di separazione. È lo stesso meccanismo della bulimia, quando nel picco dell’abbuffata, il soggetto si stacca dal legame con l’Altro assopendo ciò che lo perturba.
Ma provando a scavare ancora di più, troviamo il punto di vista per cui è come se il soggetto, nella sua relazione madre-bambino non avesse trovato un meccanismo di autoregolazione, poiché il passaggio primitivo di separazione dal corpo della madre è come se fosse avvenuto troppo precocemente e violentemente in questo senso. L’unica cosa che può fare, allora, è quello di attaccarsi morbosamente a oggetti che gli diano sensazioni di conforto per negare questa separazione (per chi volesse approfondire, L’uomo senza inconscio di Recalcati, edito Raffaello Cortina e Il limite primigenio dell’esperienza di Ogden, edito Astrolabio).
E in questo meccanismo mortifero, paradossalmente, vi è una soggettivizzazione, ossia la creazione della propria identità tossicomanica, ponendo l’individuo ai bordi della società. Quindi, mentre la cocaina si uniforma perfettamente alle richieste societarie prestazionali, chiedendo al soggetto di divenire una perfetta protesi di questa e portandolo a una identificazione adesiva agli “obblighi” odierni, l’eroina comporta il meccanismo inverso.
Trainspotting compie 30 anni dalla sua uscita. Erano gli anni ’90, un’epoca assai diversa dalla nostra, con vuoti che nascevano da realtà figlie di tempi differenti. Ma il film di Boyle risulta ancora oggi vivo nella sua essenza, perché l’eroina, le scazzottate, i furti, sono solo la coperta che copre un senso di annientamento di sé molto più profondo e che è ancora vivo. La Scozia è ancora oggi il Paese europeo con maggiori decessi di overdose (in rapporto alla popolazione), l’effetto sedativo è una ricerca presente anche nei più giovani di tutto il mondo. Per questo Trainspotting è ancora più importante oggi di quanto non lo fosse ieri.



