“In principio era il Verbo”. Per acquisizione di licenza poetica, In principio era il Corpo. Prima di tutto, un involucro che contiene tutte le nostre parti, ci separa dall’altro e al contempo ci mette in contatto attraverso la sua membrana, ossia la pelle. Un teatro che trattiene la nostra memoria implicita, le macchie del passato e può mettere in scena dolori e sentimenti. Questo, perché di base corpo e mente sono vasi comunicanti e siamesi, connessi in un sistema di continuo scambio, integrazione, comunicazione ed elaborazione. Infatti, il corpo non è mai del tutto oggettivabile, ma ha una parte di vissuto che contiene infiniti significati.

Oggi vi proponiamo di stare proprio su questo, la funzione del corporeo e della pelle: cosa significa mettere un corpo sotto attacco e alcune delle sue possibili trasformazioni. Il cinema accompagnerà ogni costrutto che vi presenteremo, al fine di offrirvi un esempio di rappresentazione – quindi un processo che va dalla psicologia al cinema e non viceversa.

Le funzioni della pelle

Crash
Crash – ©Filmauro

Il primo elemento corporeo che troviamo è indubbiamente la pelle, la membrana che ci ricopre, che ci separa dall’esterno e al contempo ci permette di entrare in contatto con ciò che ci circonda. La pelle è il primo mezzo con cui entriamo in relazione con il mondo, la prima fonte di connessione e di godimento legato all’Altro e a sé – pensate al piacere di un bambino nel farsi accarezzare dalla propria madre, per esempio, e alle funzioni che questo atto ricopre. Ci conosciamo, ci tocchiamo, ci “annusiamo” (in un certo senso) mediante la pelle, che dona forma alle esperienze codificandole come piacevoli o meno. È un contatto del corpo con il proprio corpo oppure con l’alterità, è un prendersi cura, è un contenitore. Così ci sentiamo un corpo unico e visualizziamo la separazione dell’Altro, ponendolo a una distanza dalla nostra pellicola che racchiude tutti i sensi. Quando parliamo di pelle, in psicoanalisi, il primo costrutto che probabilmente torna in mente, è quello di Anzieu, ossia l’Io-pelle, un’istanza psichica che in larga parte racchiude tutto questo.

Il cinema, come sempre, si è dedicato anche a questa parte di psiche, consentendo allo spettatore di assistere alle sfaccettature della funzione della pelle prima e della lesione dopo. Pensiamo alle opere di Cronenberg, sia per il tema della trasformazione che per quello della ferita, alla pelle di Almodovar o anche a film per cui di primo acchito non ci verrebbe in mente, come il personaggio di Leatherface, in cui vi è la ricreazione di un volto attraverso l’elaborazione di altre pelli. In tutti questi casi non si tratta solo di epidermide, ma di uno stretto contatto con il vissuto interiore e l’identità del personaggio.

Non solo: la lacerazione della pelle (o la ricostruzione di questa) apre anche simbolicamente a uno spazio di qualcosa che si rompe, che si spacca – Crash, non a caso, significa incidente, ma è anche il precipitato di qualcosa che si è rotto, esattamente come compie il trauma, generando uno strappo che arriva fino al derma. La pelle, dunque, è una casa da abitare (non a caso, La pelle che abito è il titolo di un film di Almodovar) e che quindi può anche fungere da protezione per conservarsi. Questo elemento è piuttosto importante per la nostra analisi, perché pone in rilievo la duplice medaglia della ferita: distruggersi come tentativo di cucire pezzi di sé.

Il culto della ferita

La pelle che abito
La pelle che abito – ©Warner Bros.

Alla fine degli anni ’90, Seltzer parlava di una società dedita al trauma e al culto della ferita, una vera e propria passione per la carnalità lacerata. L’arte è colma di esempi in cui il corpo viene messo sotto attacco o mostrato nella sua visceralità – pensiamo al filone della body art, per citarne uno. Ci spostiamo quindi su un terreno in cui il crash nasce attraverso la distruzione del corporeo.

Quando parliamo di distruzione, in realtà, ci apriamo a un mondo estremamente ampio e variegato, amalgamato a numerosi significati e simboli. Prima di tutto è necessario fare una distinzione fra ciò che oggi è sdoganato e ciò che invece rientra nella clinica del patologico: pensiamo a piercing e tatuaggi, rituali di natura culturale, impianti sottocutanei, ma anche a ciò che appartiene al mondo dell’estetica. Tutte forme di trasformazioni (che comportano una dose di dolore) che decidiamo deliberatamente di compiere. Pertanto, anche se culturalmente approvati e non patologici, anche questi agiti vanno pensati come lesioni desiderate e rivolte a sé.

(Ovviamente la letteratura è molto ampia in tal senso; per sintetizzare e offrire un contributo più lineare, noi ne abbiamo selezionato solo una parte. Per chi volesse approfondire, L’autolesionismo di M. Rossi Monti e A. D’Agostino).

Il volto migliore che possiamo desiderare

Demi Moore in una scena di The Substance
Demi Moore in una scena di The Substance – © I Wonder Pictures

Tuttavia, offrire una visione di queste pratiche solo come qualcosa di ormai integrato nella società sarebbe riduttivo. Anche in questo caso, possiamo andare incontro a fenomeni dai significati che vanno ben oltre l’aspetto sociale. Ci sono frangenti in cui il tatuaggio o il bisturi possono apparire come la possibilità di cambiamento, di rigenerarsi in qualche modo e quindi anche di rinascere, ma ci sono casi in cui questo assume un senso differente. In America, per esempio, si parla da anni di bisturimania, per cui vi sarebbe una correlazione interna fra miglior aspetto fisico e maggior felicità, dando vita anche ai cosiddetti pazienti insaziabili, individui alla ricerca continua di ritocchi che alla fine, però, non soddisfano mai.

Il cinema ci ha offerto ultimamente uno spazio di riflessione con The Substance, il successo di Coralie Fargeat con Demi Moore e Margaret Qualley. Mettendo da parte le considerazioni su Hollywood, consumismo e ruolo della donna, in The Substance si mette in scena una negazione della morte e della propria caducità, con la proiezione di un Io ideale esterno perfetto (rappresentato da Sue). La pelle si lacera, come un parto, nel momento in cui la versione deve uscire dalla protagonista, lasciando un corpo inerme, alimentato in modo artificiale, a giacere aspettando che ciò che è più accettabile faccia il proprio corso. Elisabeth non può accettare la fine di una carriera, di un corpo che per sua natura deve deperire e mostrare i segni del decadimento e cerca di porre un diniego massiccio, allontanando quel senso di morte che la pervade, cercando di “mantenersi” (esattamente come accadeva in Dorian Gray).

Il corpo viene dunque distrutto, annientato, odiato, umiliato, malnutrito, strappato e in parte ucciso (pensiamo ai rischi che corre Elisabeth quando non fa il cambio prestabilito) a favore di un’altra Sé più apprezzabile, che altro non è che una proiezione. Si tratta ovviamente di una forma estrema, ma il concetto di base forse non ci è così sconosciuto: pur di ottenere e conservarmi, sono disposto a uccidere una parte di me.

Corpi sotto attacco

Ragazze Interrotte
Ragazze Interrotte – © Columbia Tristar Films Italia

Accanto a tutta la parte di quello che in letteratura viene definito “autolesionismo culturalmente approvato”, troviamo quello che invece assume le sembianze del patologico. Qui il discorso si fa più complesso. In linea generale, possiamo parlare di varie forme che comprendono diversi quadri clinici. Ai fini di quello che noi stiamo raccontando, ci interessa quella dell’autolesionismo superficiale/moderato, che comprende aspetti compulsivi (come tricotillomania) o impulsivi (come tagli e bruciature).

Anche in questo caso, i significati simbolici legati alla lesione della propria membrana esterna possono essere moltissimi. Una cosa però è importante da sottolineare: contrariamente a quanto si possa credere in prima battuta, pensando per esempio a un taglio, l’autolesionismo non si pone solitamente come un desiderio di morte, bensì come una ricerca di vita. Attraverso il taglio, il soggetto sposta la sua sofferenza su un piano più concreto, può osservare la ferita, dare una forma al proprio dolore psichico, costruire un senso della sua esperienza e della propria memoria, può sentirsi finalmente presente e avere una percezione del proprio corpo. Il taglio, come una bruciatura, permette l’esperienza della sensorialità laddove è impossibile sentirsi un corpo e il dolore si nutre dall’interno.

Pensate a Ragazze interrotte, dove la fragilità passa anche attraverso il corpo (qui sotto tanti punti di vista), le emozioni diventano esplosive e in cerca di uno spazio in cui costruire la propria identità integrata. La concretezza del taglio porta la scarica emotiva su un piano di azione e quindi più tangibile – anche perché il film vuole essere la rappresentazione di un disturbo borderline di personalità, in cui gli argini fra interno ed esterno sono poco marcati.

Il corpo come teatro del dolore

Dans ma peau
Dans ma peau – ©Rezo Films, Agora Film

Dans ma peau di Marina de Van è un film stupendo sotto il profilo psicologico, un gioiellino molto crudo che fa entrare in una fotografia di sofferenza acuta. Si tratta di un’opera tendenzialmente poco conosciuta, per cui ci sembra corretto racchiudere in poche righe la trama affinché possiate avvicinarvi alla storia (ma consigliandovi di recuperarlo). Definito come un body horror che annuncia il senso della pellicola mediante lo split screen dei titoli di testa, Dans ma peau racconta la vita di Esther, una donna dall’esistenza apparentemente tranquilla, con una buona posizione lavorativa, una carriera che richiede sforzi di ordinaria amministrazione, un fidanzato carino e premuroso. Una sera, Esther si reca a una festa con amici e cade accidentalmente ferendosi alla gamba in modo piuttosto importante, ma senza rendersene pienamente conto in un primo momento. Da lì, per la protagonista inizierà un vero e proprio rapporto con la ferita, il sangue e il corpo, in un vortice compulsivo verso la distruzione che comporterà la possibilità di concretizzare un dolore impossibile da spiegare a parole e una chiusura regressiva psicotica.

Dans ma peau è un tête-à-tête con sé stessi e la propria morte, in cui la donna è come se perdesse il contatto con il suo corpo e parte di sè nello spazio-tempo. Se pensiamo alle funzioni dell’Io-pelle che abbiamo definito prima sommariamente (quindi il contatto, l’involucro, l’integrità e la conservazione), qui vi sarebbe una dissociazione importante, con una disgregazione massima. Qualcosa come “io non sono più nel mio corpo, non lo sento e dunque non sono”. Vi è un tentativo di conservazione attraverso i brandelli della propria pelle tenuti sotto formalina, ma rimanendo pur sempre un oggetto feticcio – di contemplazione per certi versi – ormai morto. Si profila, in questo modo, l’esperienza fusionale di e con sé stessi che conduce addirittura a una forma di autocannibalismo. Non esistono testimoni rispetto al dolore di Esther, perché nessuno può comprendere quello che prova (tanto è vero che non vengono fornite neanche a noi spettatori grandi interpretazioni di quanto accade, non ci sono cenni al suo vissuto soggettivo).

Il cinema come la pelle

Non aprite quella porta
Non aprite quella porta – ©Fida Cinematografica

Il cinema ha una grande peculiarità che, in questo senso, si allinea alla pelle. Come questa, riesce a condensare le parti più liquamose dell’essere umano. Ci sono casi, come quelli appena descritti, in cui non vi è accesso alla possibilità di sognare, nel senso più lato del termine. Non vi è accesso alla possibilità di raccontarsi, dare forma ai propri vissuti interiori e talvolta non esiste testimonianza di questo dolore. Il corpo incapsula e si racconta attraverso le sue modificazioni, trasformazioni e strappi. Avevamo già discusso in parte di questo principio in un precedente articolo, ma ciò che vogliamo rimandare qui, in particolare, è la capacità sia di restituire un vissuto attraverso l’esperienza vissuta al cinema, sia, e soprattutto, di offrire una sorta di testimone.

La testimonianza, infatti, diventa importante perché è la partecipazione, la presenza – nel senso proprio di stare a contatto con la sofferenza e la gioia dell’individuo – e la funzione terapeutica di integrare queste parti. Il cinema, che ovviamente non può essere accostato così fortemente alla stanza d’analisi, assume le vesti di una pellicola (non a caso utilizziamo questo termine, dato che fino a questo momento abbiamo discusso di pelle e membrana) che diviene un teatro, esattamente come la pelle che riveste il soggetto, che si impregna di significati da rimandare a sé e al prossimo, come una vetrina intima.

E quando questo è possibile, quando abbiamo un testimone, quando i dolori diventano parte di una narrazione, allora assumiamo la capacità di sognare e di trasformare tutto questo caos.

 

 

 

 

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