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Non se. Quando. I manifesti rossoneri di A House of Dynamite sono spietati come il film. Il mondo non esploderà. Il mondo sta già esplodendo. Camminiamo tutti quanti lungo una miccia diretta verso qualche catastrofe. Ambientale, sociale, politica, bellica. Una qualsiasi. L’unico modo per non sentire paura e non avere le vertigini è far finta di niente. Fare finta di niente, distrarsi e guardare altrove. Pensare alla polveriera che abbiamo sotto i piedi ogni singolo secondo della nostra esistenza ci porterebbe a non vivere più. Quindi tanto vale non pensarci. Kathryn Bigelow, però, non è d’accordo. Per lei tutto questo è una grave “normalizzazione dell’impensabile”. Così prende le nostre teste, ci apre gli occhi e ci costringe a stare due ore in apnea. A guardare, a sentire, a vivere in prima persona un’ipotetica crisi internazionale che in meno di 120 minuti potrebbe farci estinguere. Ipotetica? Forse dovremmo dire verosimile. Magari persino imminente.

Lo ammettiamo: siamo appena usciti dalla proiezione di A House of Dynamite con la tachicardia. Assieme a qualche scomodo pensiero che frulla in testa. Merito di un cinema diretto, che scuote e spaventa senza immaginare chissà cosa. Un thriller rigoroso che ha il coraggio di guardare la realtà delle cose. Non è fantapolitica, non è tiepida distopia come in Civil War di Alex Garland. A House of Dynamite spia dentro tutto quello che facciamo finta di non vedere. Senza paura di camminare lungo quella miccia sottile a picco sul baratro.

Caccia al fantasma

Una scena di A House of Dynamite
Una scena del film – © Netflix

Il mondo va veloce. Provare a controllarlo è pura utopia. Rallentare è un lusso che non possiamo concederci. Vale per tutti. Figuriamoci dentro la Situation Room, la stanza della sicurezza nazionale nascosta nei sotterranei della Casa Bianca dove uomini e donne provano ogni giorno a tenere le redini del pianeta. Decisioni rapide per problemi enormi. Succede anche in una tranquilla mattinata d’inverno, quando l’unico tema sulla bocca degli americani sembra l’All Star Game dell’NBA appena concluso. All’improvviso, però, una base americana in Alaska intercetta un missile da qualche parte nel Pacifico. Una simulazione? Purtroppo no. L’oggetto si avvicina inesorabile verso gli Stati Uniti e nessuno sa chi l’abbia lanciato. Si brancola nel buio e il tempo stringe. Che fare? Difendersi? Contrattaccare o arrendersi? A House of Dynamite è il racconto di questo martellante dilemma in cui bisogna prendere decisioni scomode in meno di 20 minuti. Minuti vissuti da tante prospettive diverse, mettendoci nei panni delle più alte cariche dello stato americano costrette a fronteggiare un fantasma.

Perché se più di dieci anni fa (nel 2013), con Zero Dark Thirty, Bigelow ci aveva raccontato l’estenuante conseguenza di una caccia all’uomo (Bin Laden), questa volta non ci sono nomi e cognomi. Non c’è un nemico chiaro da combattere. Tutto è astratto ed evanescente. Come una nuova caccia alle streghe giocata a suon di satelliti, caccia pronti a decollare e meeting disperati. Uno scenario politico nebuloso e contorto, che il film dipinge senza fronzoli. Bigelow ci fa sbirciare nelle stanze del potere con dialoghi schietti e movimenti di macchina talmente spontanei e sporchi da rendere la finzione più vera del vero. Più vera e paurosa. Come quando si è infestati dai fantasmi.

All’ombra della fine

Un frame di A House of Dynamite
Un frame di A House of Dynamite – © Netflix

Come si fa a vivere all’ombra della fine? Come riusciamo ad andare avanti con le lancette dell’orologio dell’apocalisse sempre più vicine alla mezzanotte? Una domanda complessa a cui A House of Dynamite non vuole dare soluzioni. Bigelow è tornata dopo 7 anni di pausa per sollevare problemi, scoperchiando il vaso di Pandora. In questo suo rifiuto di sentenze e risposte, il film diventa una creatura molto affascinante, dimostrandosi quasi un cavallo di Troia. Ci spieghiamo meglio: A House of Dynamite è un film Netflix (arriverà lì il 24 ottobre) che, senza mai rinunciare al montaggio ansiogeno e al linguaggio del grande cinema, ha un ritmo rapido perfetto per il contesto dello streaming. Un po’ come Fincher con The Killer, anche Bigelow accorcia i tempi e adatta la struttura del film, cercando un compromesso con la grande N. E qui arriva il cortocircuito.

Perché se il pubblico televisivo è ormai talmente abituato a sapere tutto da pretendere di conoscere tutto di quello che sta vedendo, A House of Dynamite alza un bel dito medio e fa “no” con l’indice. No, non viviamo tempi in cui siamo in grado di avere risposte. Figuriamoci pretenderle. Perché le risposte rassicurano, anche nella rassegnazione. No, non possiamo sapere chi è il buono e chi è il cattivo. Figuriamoci immaginare cosa sia giusto e sbagliato. Quel tempo è finito. Adesso siamo in mano a pochi uomini che trovano davvero sensato scegliere tra sottomissione ed estinzione. Ora camminiamo sulle uova col naso tappato per non sentire la puzza di marcio.

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Nato a Bari nel 1985, ha lavorato come ricercatore per l'Università Carlo Bo di Urbino e subito dopo come autore televisivo per Antenna Sud, Rete Economy e Pop Economy. Dal 2013 lavora come critico cinematografico, scrivendo prima per MyMovies.it e poi per Movieplayer.it. Nel 2021 approda a ScreenWorld, dove diventa responsabile dell'area video, gestendo i canali YouTube e Twitch. Nel 2022 ricopre lo stesso ruolo anche per il sito CinemaSerieTv.it. Nel corso della sua carriera ha pubblicato vari saggi sul cinema, scritto fumetti e lavorato come speaker e doppiatore.