Soltanto in un secondo momento ho realizzato che l’uscita di Captain Tsubasa 2: World Fighters ha coinciso con l’attesissimo ritorno del campionato di calcio. Attesissimo a seconda delle persone. Vi assicuro che qui dalle parti di ScreenWorld, la redazione gaming nel tempo libero si passa consigli per il fantacalcio.
In quest’ottica due sono stati i pensieri che mi sono balenati in testa: il primo è che in molti hanno un falso ricordo di Tsubasa (Holly, per le persone stagionate come me), infatti il ragazzo non è, come erroneamente ricordavo, un attaccante, bensì un centrocampista, un regista simil trequartista. Il fatto che avesse un gran bel destro era un vantaggio in più per le statistiche, ma ruoli alla mano, lui è lì nel centro. Secondo punto, continuo a cercare Wakashimazu invano nella lista del fantacalcio. Che portiere assurdo che è.
Ma perché giocare Captain Tsubasa 2, proprio in questo momento particolare, dopo un mondiale che non ci ha visto protagonisti e una Serie A nel pieno del rilancio? Perché di quella esagerazione ne abbiamo bisogno come l’aria.
Il Captain Tsubasa di ieri

Il primo Captain Tsubasa è un gioco che ho – come si dice dalle mie parti – squagliato. Ovvero, un titolo a cui ho dedicato un generoso numero di ore. Non ero il suo più grande fan, ma ne usufruivo al pronti, via: avevo qualche minuti libero? Una partita velocissima era necessaria e ripercorrere tutta la saga del manga/anime regalava sicuramente qualche bel momento di memoria e di videogioco.
La grammatica di gioco non funzionava perfettamente, anche perché cercare l’approccio classico era la cosa più sbagliata. Ecco perché in Captain Tsubasa 2 gli sviluppatori hanno capito la cosa migliore: esagerare è un bene, dunque andiamo con i mondiali delle nazionali giovanili, mettiamo un bel “Fighters” nel titolo e rivediamo un po’ la formula di gioco. Via, dunque, tanti tecnicismi che rendevano il gioco ricco nelle possibilità di esecuzione, ma che alla fine si riduceva ad arrivare nei pressi dell’area avversaria con un bel tiro speciale carico e al pieno della potenza. La sfida era tutta lì, tra tiratore e portiere.
Captain Tsubasa 2 si concentrata meglio proprio su questo aspetto, rivedendo lo scontro tra le due figure: al tiro avremo un piccolo lasso di tempo per decidere in che direzione mandare il pallone (quanti danni/pregi ha fatto For Honor), mentre il portiere riprende la già presente bassa di “salute” per capire se e come riuscirà a parare quel tiro portentoso, accompagnato da effetti particellari ed animazioni che ti riportano lì seduto sul divano, con un plum cake e un succo di frutta in mano davanti al televisore. Una sensazione già provata con il primo gioco, ma che qui raggiunge vette altissime. Perché? Lo abbiamo detto: l’esagerazione voluta.
Il calcio visto da bambini

Il primo Captain Tsubasa era un gioco purtroppo molto ripetitivo, a cui si aggiungeva una narrazione diluita che allungava senza motivo tutto il pacchetto di gioco. In tal senso, gli sviluppatori hanno rivisto l’ordine delle cose, spogliando tantissimo il contorno e mettendo molta più carne: il gioco infatti presenta più di 100 giocatori di ogni nazionale, tutti interamente personalizzabili nelle abilità da provare e soppesare sul campo.
L’avventura dunque si è rivelata fluida, divertente, fuori dagli schemi, ed è un po’ qui che ho pensato che oggi, magari a questa età non più giovanissima, tendo a divertirmi più con un titolo del genere, che un simulativo stretto come potrebbe essere un nuovo FC.
Niente fisica della palla, effetti ambientali o qualità del giocatore. Qui appena si ha palla al piede e voglia di tirare, magari con un’abilità carica, si evocano coni di energia capaci di dare vita a degli scontri che farebbero arrossire un DragonBall. Perché qui una partita non è solo una partita, ma un terreno di scontro dove decidere il destino del mondo. Un tiro non è tale se non riesce a scatenare un terremoto ad ampio raggio e le rivalità non sono buffetti sulla guancia, ma veri e propri serbatoi caricati a mille per muovere il giocatore nella motivazione giusta.
Se da adulti viviamo il calcio come una passione da vedere seduti a casa, o sugli spalti di uno stadio, da bambini ci sembrava qualcosa di unico, distruttibile e con un carico di energia impressionante. è davvero uno Tsubasa che vivevamo da piccoli con gli occhi aperti e che qui ci si ripropone nelle – quasi – medesime azioni. Abbiamo ancora bisogno di qualcosa che riesca ad alleggerirci gli eventi del nostro quotidiano e Captain Tsubasa 2 ci riesce alla grande. Ti regala davvero la possibilità di credere che quel campo fosse così lungo da coprire tre o quattro puntate per essere percorso tutto.
