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“L’ha detto, non l’ha detto, ha mentito, stava scherzando.”

Negli ultimi giorni, dopo il Comicon Napoli 2026, attorno alle parole di Kazuhiko Torishima si è acceso un vortice di interpretazioni, smentite e ricostruzioni frettolose. Eppure, basterebbe fermarsi ai canali ufficiali e alle dichiarazioni riportate dalla stampa per distinguere i fatti dal rumore di fondo alimentato da commenti superficiali, detrattori della fiera e facili polemiche sul manga contemporaneo.

Di solito preferisco condensare il contenuto degli incontri senza riportare integralmente domande e risposte emerse durante round table e conferenze. Questa volta, però, per amore dell’informazione e per restituire il senso autentico di quanto è stato detto, farò un’eccezione: un lavoro lungo, quasi sei ore di ricostruzione, ma necessario.

Perché non stiamo parlando di un ospite qualunque. Kazuhiko Torishima è una figura leggendaria dell’editoria giapponese: storico editor di Weekly Shonen Jump, mente editoriale dietro l’ascesa di Akira Toriyama e artefice, in larga parte, del successo planetario di Dragon Ball. La sua visione ha segnato un’epoca e influenzato generazioni di autori e lettori.

E allora, mettendo da parte il chiacchiericcio, entriamo davvero nella mente di uno degli editor più influenti della storia del manga.

Come ha contribuito a legare il racconto alle esigenze?

L’incontro si apre con un’interessante prima domanda posta da un collega, e Torishima risponde con calma, raccontando come il cuore della rivista fossero i bambini delle elementari e delle medie, veri destinatari delle storie pubblicate. Attraverso le celebri cartoline inserite all’interno del magazine, la redazione raccoglieva dati preziosi: classifiche di gradimento, età dei lettori, abitudini quotidiane e persino dettagli sulla loro vita privata. Informazioni apparentemente semplici che diventavano fondamentali per capire cosa emozionasse davvero il pubblico.

I mangaka naturalmente disegnano qualcosa che sentono al loro interno, e spesso purtroppo non basta quell’idea, non basta pubblicare manga. Io ero redattore della Weekly Shonen Jump (shonen > bambino), una rivista per ragazzi, e quindi i lettori più preziosi sono i bambini delle elementari e delle medie. Loro, però, non avevano – e tutt’ora non hanno – molti strumenti per commentare o dare feedback sulle storie che leggevano. Oggi – a 60 anni dalla prima pubblicazione – come all’ora, troviamo una piccola cartolina all’interno della rivista che i bambini compilano sia a mo’ di questionario, sia per vincere premi. Sul fronte, c’è una lista di tutti i titoli dei manga pubblicizzati in quel momento e ai bambini viene chiesto di cerchiare tre titoli fra questi, e così viene creato un vero e proprio database: si creano dunque un grafico verticale sulla classifica dei manga più apprezzato, ma anche un grafico orizzontale sull’età dei bambini. Pertanto, dobbiamo sia analizzare il manga al primo posto, ma anche a quale età corrisponda, nonché le opere che stanno andando male. Questo è il dato più importante e fondamentale per noi redattori, per fare da ponte con gli autori.

Basandoci su questi dati, ovviamente, possiamo capire “dove” indirizzare la storia nei capitoli successivi.

Continua, poi

Ma la cosa più interessante è che, se il fronte della cartolina è occupato da questa sorta di lista, sul retro invece troviamo un questionario atto a comprendere usi e costumi dei ragazzi: a quanto ammonta la paghetta, quanti anni hanno, domande semplici. I mangaka solitamente hanno un’età tra i 25 e 30 anni, dunque risulterebbe più semplice disegnare storie attinenti alla loro fascia d’età: tuttavia, come detto in precedenza, il pubblico di riferimento è molto più giovane, dunque dobbiamo essere in grado di analizzare i dati e permettere all’autore di dar vita a una storia adatta a quel pubblico di riferimento, ma senza snaturare l’idea iniziale del mangaka.

Ecco cosa dobbiamo fare noi redattori: tradurre l’idea iniziale in qualcosa di comprensibile per i lettori, perché sì, ciò che piace ai bambini piace anche agli adulti, ma viceversa non è possibile. I manga per adulti sono complessi, e ai mangaka shonen viene dunque richiesto di sintetizzare argomenti complessi in argomenti meno complessi.

Il ruolo del redattore, dunque, non consisteva nel “correggere” l’autore, ma nel fare da ponte tra l’immaginazione del mangaka e la sensibilità dei giovani lettori. Secondo Torishima, infatti, ciò che funziona per gli adulti non sempre riesce a parlare ai bambini: gli shonen devono semplificare temi complessi senza perdere profondità o autenticità. Conclude, poi

Più o meno, il mindset da bambini è lo stesso di qualche epoca fa: i bambini di 10 anni di oggi più o meno ragionano come i bambini di 10 anni di tre, quattro decenni fa. Ecco perché i libri illustrati per bambini sono immortali: tuttavia, va detto che il background culturale è completamente diverso, e questo è il “divario” generazionale. La mente di un bambino è divisa in due parti: la parte più arcana, simile a tutte le ere, e la parte influenzata dalla società e dal background. Noi dobbiamo tenere a mente entrambe le cose per realizzare le opere.

In Giappone com’è cambiato il lavoro dell’editor? E come vede oggi il suo ruolo nel ruolo del manga moderno?

Alla domanda posta da Alessandro Falciatore (Animeclick), Torishima risponde descrivendo il mestiere dell’editor come una continua ricerca di talento, intuizione e rischio. Ogni mese arrivavano in redazione centinaia di aspiranti mangaka, ma il compito dei redattori era individuare chi fosse davvero innovativo. È proprio così che nacque il rapporto con Akira Toriyama, inizialmente scartato da altri editor perché considerato troppo fuori dagli schemi. Torishima, invece, vide in lui un potenziale unico, qualcosa che il manga dell’epoca non aveva mai mostrato.

Ci sono vari aspetti, ma andiamo per punti: iniziamo da ciò che non è cambiato. Partiamo dal reclutamento dei mangaka: ogni mese, Jump mette in palio dei premi al fine di scoprire nuovi talenti, e ogni mese arrivano dai 100 ai 150 autori. Il nostro ruolo è impegnarci a “pescare” quelli giusti: siamo consapevoli che cambi anche la vita dello stesso redattore in base alla scelta che farà. Shonen Jump è tra le riviste più varie. All’epoca, difatti, in molti scelsero altri mangaka, scartando Akita Toriyama ad esempio: chiediamoci dunque perché io, invece, abbia puntato su di lui. Toriyama sensei era un diamante grezzo, ma innovativo, e io volevo inventare qualcosa che non s’era mai visto prima.

Quando ho incontrato Toriyama, lui aveva già 23 anni (era abbastanza grande) ed io gli ho chiesto di inviarmi personalmente delle one-shot di circa 15 pagine. Dopodiché, parte il nostro lavoro di “ponte” e, raggiunto un certo livello e buoni risultati, si inizia a serializzare su rivista. Ogni rivista conta circa 470 pagine, quindi in toto sono circa 20 titoli, quindi se ne iniziano 4 ne finiscono 4: un ciclo che non deve fermarsi. Toriyama era già conosciuto con Dottor Slump.

Ricordo che in quel periodo lui stava affrontando un trasloco e aveva questa pila notevole di fogli da contare: ben 500 tavole andate “sprecate” poiché rifiutate da me, in un anno e mezzo di lavoro!

Da lì iniziò un lavoro durissimo: revisioni continue, bozze respinte e centinaia di tavole cestinate pur di affinare stile e narrazione. Un processo che oggi, secondo lui, non è cambiato nella sostanza: il ruolo dell’editor resta quello di scoprire, far crescere e serializzare nuovi autori. A essere cambiato è piuttosto il medium. Con il passaggio dal cartaceo al digitale, infatti, è mutato il modo in cui i lettori scoprono le opere. Se un tempo comprare Shonen Jump significava leggere venti serie diverse, oggi gli algoritmi tendono a proporre contenuti simili a ciò che già piace al lettore. Per Torishima questo limita la scoperta e appiattisce il gusto, creando un’illusione di scelta che rischia di impoverire il futuro del manga.

Questa dunque è la parte che non ha subito cambiamenti: reclutare, far crescere e far serializzare un autore. Ma ciò che è cambiato è il formato, il medium: se prima era il cartaceo, ad oggi utilizziamo maggiormente il digitale.

E credo che i redattori odierni soffrano molto questo cambiamento.

Simuliamo un bambino comune che acquista Shonen Jump perché attratto da un singolo titolo. Passa una settimana, acquista l’altro numero per leggere il nuovo capitolo, ma il bambino – per forza di cose – leggerà anche le altre 19 opere, talvolta anche non di suo gradimento, o che reputa non interessanti o più interessanti. E nel digitale questo non accade, perché se uno legge qualcosa che gli piace, ciò che ci viene raccomandato dall’algoritmo sono tutte opere più o meno simili: è quest’ultimo a decidere per i lettori, e non il lettore stesso. La cosa più triste è che il lettore non se ne rende conto e crede di aver scelto.

Dalla sua esperienza, il Global Manga è uno scambio che può arricchire il manga? E quali sono le condizioni perché funzioni davvero?

Angelo Giannone di XTRACULT entra a gamba tesa sul dibattito del global manga, e Torishima assume una posizione netta e provocatoria: secondo lui, un vero manga globale non potrà mai esistere. La ragione è semplice ma profonda: il manga nasce all’interno di una cultura specifica e viene plasmato non solo dagli autori, ma anche dai lettori che condividono quel contesto sociale. Emozioni, dinamiche scolastiche, rapporti umani e perfino piccoli gesti quotidiani cambiano radicalmente da Paese a Paese, influenzando inevitabilmente la percezione delle storie.

No, non funzionerà mai. La globalizzazione, a livello culturale, per quanto mi riguarda è impossibile. I manga sono creati anche dai lettori e la percezione di argomenti ed emozioni cambia molto a seconda dell’ambiente. I manga giapponesi amati anche al di fuori del Giappone sono stati creati specificatamente da persone che vivono in una certa società per bambini di quella tale società. Banalmente, prendiamo come esempio la scuola: cambia completamente la percezione dell’ambiente, degli insegnanti, della singola lezione. Gli studenti giapponesi, una volta conclusa la lezione, puliscono la classe: non credo in Europa esista una cosa del genere! Indi per cui, i titoli che vanno bene in Giappone non è detto funzionino all’estero: certe cosa vanno bene, altre vanno peggio. E quindi qual è la differenza tra quelle che hanno successo e quelle che non lo hanno? Circostanze e personaggi che riescono a fare da ponte anche con un lettore dell’estero, perché ognuno di noi ha il proprio background culturale e la sua storia, dunque è normale accada questa cosa.

Se dall’inizio dobbiamo mirare ad un mercato globale, le argomentazioni e i personaggi si appiattiscono per cercare di accontentare un numero elevato di lettori. Faccio un esempio: One Piece, Naruto, Dragon Ball. Quello che ha avuto più successo inizialmente è stato Naruto, e solo all’ultimo posto trovavamo One Piece: in Naruto ci sono i ninja, in Dragon Ball c’è il kung-fu, in One Piece… i pirati (elemento prettamente occidentale ndr)! Io la penso così.

Attraverso esempi concreti, come la scuola giapponese e il rapporto tra studenti e ambiente scolastico, Torishima spiega quanto certi elementi siano naturali per un lettore giapponese ma estranei a quello occidentale. Eppure, alcune opere riescono comunque a superare questi confini. Perché? Secondo lui, il successo internazionale nasce quando personaggi ed emozioni diventano un ponte universale tra culture differenti.

Cosa farebbe fare ai nuovi autori per trasformarli in mangaka di successo, proprio come è riuscito con il maestro Toriyama?

Alla domanda di un altro collega, Torishima risponde contesta l’industria manga moderna per la sua paura di rischiare: editor e autori si affidano troppo ai dati, finendo per creare opere tutte simili. Secondo lui, i numeri aiutano a capire il presente, ma non possono generare innovazione. Per creare grandi successi serve il coraggio di sorprendere il pubblico, accettando anche il rischio del fallimento. Il problema attuale, invece, è la diffusione di titoli “medi”, pensati per piacere a tutti ma destinati a essere dimenticati rapidamente.

Avrei dei commenti sia per i mangaka, sia per i redattori: dovrebbero guardare i dati e non considerarli, poiché i dati forniscono indicazioni solo sul passato e sul presente. Se io costruisco un’opera basandomi solo sui dati, io riesco solo a ricreare cose del presente che già esistono. E quindi, rischierei di non essere nemmeno letto. Credo che nessuno di voi voglia leggere opere noiose! Dobbiamo, dunque, cercare di sorprendere il lettore… ma senza sorprenderlo troppo!

Quindi, per creare qualcosa di innovativo, bisogna prendere i dati di ricerca, analizzarli e gettarli via, e questo, beh, fa paura. Come redattore, il 30% dei mangaka va bene, ma il restante 70% sono dei “fallimenti”, nonostante l’impegno sia necessario su tutti. Oltretutto, sarà proprio quel 70% di perdite a creare il 30% di successi, perché rischiamo.

I mangaka e i redattori di oggi, però, hanno paura di rischiare. Pertanto, le loro opere “piaciucchiano” e basta, e 3\5 anni dopo ci dimentichiamo delle loro opere. Quindi, quel che chiedo spesso ai giovani è: vuoi realizzare una grande hit o ti accontenti di un titolo “medio”?

I videogiochi hanno avuto un ruolo fondamentale nella nascita di Dragon Quest, com’è nato questo suo coinvolgimento?

Alla domanda di Giulia Serena di Spazio Games, Torishima ripercorre un momento cruciale nella storia dell’intrattenimento giapponese: l’arrivo dei primi videogiochi capaci di creare un forte legame emotivo tra giocatore e protagonista. Titoli come Ultima lo colpirono profondamente perché permettevano al giocatore di sentirsi parte dell’avventura, condividendo vittorie e sconfitte con il personaggio controllato. Un’esperienza talmente intensa da influenzare persino il lavoro quotidiano della redazione di Jump.

Proprio qualche ora fa abbiamo parlato della nascita di Dragon Quest durante un panel. All’epoca c’erano videogiochi semplici, alcuni come ULTIMA si basavano molto sulla cultura del Regno Unito: dovevi creare il personaggio, farlo diventare forte, iniziare un’avventura per poi sconfiggere il nemico giurato. C’era una connessione molto forte tra me e il personaggio: se vinceva, mi sentivo più forte, ma se perdeva mi sentivo sconfitto allo stesso modo. Questo tipo di rapporto che veniva a crearsi con questi primi titoli ci prese molto, difatti non ricordo di aver lavorato molto in quei mesi lì!

Quando ci incontravamo in redazione, scambiavamo le mappe dei dungeon! Decidemmo dunque di ricreare lo stesso ambiente ed emozioni per i bambini, per questo ho curato anche alcune pagine in Jump in cui si parlava di videogiochi. Tra l’altro qui Horii, il direttore del progetto, presentava la sua idea e il suo prodotto disegnando delle vignette… ed io ero preoccupato che altre riviste gli rubassero il progetto!

Come riuscimmo a non farci rubare l’idea? Chiamammo Akira Toriyama e realizzammo Dragon Quest in esclusiva.

C’è però una grande differenza tra manga e videogiochi: nel manga, il lettore si immedesima nel protagonista, dunque i bambini – anche se messi dinanzi a un’opera complessa – riescono a leggere la storia perché si immedesimano in Goku. Dunque, se non riusciamo a realizzare un protagonista in cui ci si può immedesimare, potrebbe risultare difficile. Invece, nei videogiochi, questa cosa viene molto più naturale: ti muovi assieme al personaggio, puoi dargli il tuo nome. Ti immedesimi al 100%, e questa è la cosa più bella dei videogiochi… peccato che non tutti se ne accorgano!

Nel panorama editoriale odierno, c’è un manga o un mangaka che l’ha particolarmente entusiasmato?

Ed eccoci giunti alla nostra domanda, quella di Screenworld, la cui risposta dell’editor parrebbe aver creato molto scompiglio online: Torishima ammette di non essere particolarmente attratto dai manga contemporanei perché, nel tentativo di piacere a tutti, finiscono per perdere identità e forza narrativa. Secondo lui, il successo di una serie dipende dalla capacità di catturare subito l’attenzione del lettore, soprattutto in una rivista come Shonen Jump, dove ogni capitolo doveva distinguersi immediatamente tra decine di titoli. Personaggi carismatici, scene d’impatto e suspense erano fondamentali per spingere i lettori a continuare la serie.

Una premessa: a me non piacciono i manga. A me piacciono i mangaka, non i manga. Io leggo i manga dei mangaka che curo, e c’è un’altra persona che – come me – ha dovuto creare manga per sopravvivere… ed era proprio Akira Toriyama. Dragon Ball è nato da un mangaka che non voleva disegnare manga e da un redattore cui non piacevano i manga.

Fammici pensare però… no, non ci sono, nemmeno uno! Avrei da ridire su tutti, quindi lasciamo stare!

Continua poi

Secondo me, i manga odierni non funzionano perché sono realizzati per un pubblico “universale”. Un volume contiene circa 192 pagine (in termini economici, è quel che conviene maggiormente), mentre ogni capitolo conta circa 19 pagine, quindi sono 10 capitoli per volume: due mesi e mezzo di lavoro se fosse una serializzazione settimanale. Dunque per il tempo di un volume, più o meno, un manga riesce ad essere mero intrattenimento.
Ma su una rivista ci sono 20 titoli diversi da 19 pagine ciascuno e i bambini devono sceglierne 3 dalla cartolina: se foste dei bambini, riuscireste a leggerli tutti e a dare un punteggio a ognuno di quelli? Solitamente si cercano: l’opera che si segue già, quella che si inizia a seguire e quella che piacerebbe seguire, ma i bambini non scelgono i manga come farebbero gli adulti.

Torishima sottolinea poi quanto sia fragile l’attenzione del pubblico: un manga non può permettersi di diventare interessante “più avanti”, deve coinvolgere fin da subito. Ed è proprio questa immediatezza che, secondo lui, manca a molte opere moderne.

Prendiamo un certo Marco che acquista Shonen Jump grazie ai soldi che gli hanno dato i genitori. Marco legge il volume, ma cosa gli è piaciuto di più? Quant’è bello questo personaggio, che belle le scene d’azione, che carina questa ragazza… Quindi la settimana successiva riacquisterà il manga per continuare a leggere di quei personaggi e di quelle avventure. Ma bisogna tenere a mente che non tutti iniziano dal primo capitolo, perché in molto arrivano all’opera quando la storia è già iniziata, pertanto dobbiamo realizzare avventure intriganti che abbiano un po’ di suspanse se vogliamo che i lettori acquistino nuovamente la rivista.

Pensate che prima – ultimamente un po’ meno – era d’uso leggere i manga in treno e uno dei titoli che stavo curando non andava particolarmente bene. Ma quel giorno ero sul treno, dopo una riunione andata abbastanza bene, e d’improvviso m’imbatto in una persona che – guarda caso – stava leggendo proprio quel manga! Lo spiavo, lui stava per girare pagina e arrivare a quel capitolo in cui avevo riposto tante energie: volete sapere cos’è successo?

Ha skippato. Quindi non basta che un manga “sarà” divertente, dev’essere sin da subito intrattenente, prendere il lettore. Ed è proprio lì il bello del manga, e ad oggi i titoli mancano di caratterizzazione.

Lei è noto per aver spinto Toriyama verso scelte più commerciali: c’è mai stato un momento in cui ha temuto che la pressione editoriale potesse inficiare il lavoro dell’autore?

Alla domanda di un altro collega, Torishima racconta che il creatore di Dragon Ball non sognava affatto di diventare un mangaka: il suo obiettivo iniziale era semplicemente trovare un modo per vivere grazie al disegno. Dopo alcune esperienze lavorative poco soddisfacenti e problemi economici, Toriyama si avvicinò al manga quasi per necessità, partecipando a un concorso editoriale senza particolari ambizioni artistiche.

Facciamo un piccolo ripasso della carriera di Toriyama: lui non voleva diventare un mangaka, anche perché non gli piacciono i manga. Ma lui aveva un grosso punto debole: non riusciva ad alzarsi la mattina. Era designer e illustratore di una piccola ditta grafica, ma non ebbe successo e il suo salario era misero, anche perché arrivava sempre in ritardo a lavoro. “Perso” il lavoro, viveva supportato dai suoi genitori, ma un giorno la madre gli intimò di cercarsi un lavoro, e Toriyama sapeva benissimo che la sua più grande arma era il suo talento nel disegno. Quindi, si trovò dinanzi a un bivio: diventare un mangaka o un illustratore.

Ma Nagoya (dove abitava) era lontana da Tokyo, ed è qui che avrebbe potuto trovare un impiego da illustratore degno. Così, un giorno, mentre sfogliava una rivista (la Shonen Magazine) in un bar, si accorse che c’era un premio per chi disegnava un manga. Decise di partecipare, ma quando giunse il momento di spedire le bozze, beh… non trovò l’indirizzo della redazione cui inviarlo. Solo in un secondo momento, poi, ha incontrato me.

Torishima sottolinea una differenza fondamentale tra chi crea manga per pura passione e chi lo considera una professione: nel caso di Toriyama, il talento era accompagnato da una mentalità pratica. Una visione quasi opposta all’immagine romantica del mangaka tormentato che spesso domina l’immaginario collettivo.

Fondamentalmente, Akira Toriyama è diventato un mangaka per monetizzare: era un lavoro, un modo per sopravvivere. Ed è quella la differenza tra lui e un mangaka che è diventato tale per passione. Difatti, Toriyama non ha mai mancato una scadenza, ed stato considerato è un vero professionista grazie al suo background. Tra l’altro, una volta rispettata la scadenza e aver consegnato, lui poteva dimenticarsi del manga e divertirsi, fare plastic model, andare in giro in moto. Dunque, per rispondere alla tua domanda, non vi era modo per interferire col suo lavoro.
Proprio perché era solo un lavoro.

Com’è essere stato qui al Comicon?

In seguito all’ultima domanda, Torishima riflette sulle convention moderne, osservando come molti eventi stiano diventando sempre più commerciali e simili tra loro, rischiando di perdere lo spirito originale. Pur apprezzando l’entusiasmo del pubblico, sente la mancanza del rapporto diretto e spontaneo che un tempo esisteva tra autori, redattori e lettori.

Secondo lui, oggi la tecnologia permette un contatto continuo, ma spesso sostituisce il vero scambio umano con logiche pubblicitarie e consumistiche. Per questo ribadisce che il cuore del manga restano i lettori, soprattutto i più giovani: le fiere dovrebbero essere luoghi d’incontro e condivisione, non semplici eventi costruiti attorno al profitto.

Quel che ho percepito è che tutti i Comicon sono uguali… nel bene e nel male. Ma perché ci sono così tanti “comicon” in giro per il mondo? Soprattutto in Giappone, ci sono tantissimi festival di questo tipo. Io ogni anno vado al Tokyo Game Show, ma quello che non mi piace è che non ci sia più la passione di una volta, la mia impressione è che stia diventando sempre più una fiera consumistica, volta alla pubblicità. Quando ero giovane, ci concentravamo maggiormente nell’accogliere i bambini, ma non potevamo avere un feedback diretto come in tempi moderni. Mi manca il contatto diretto con i lettori, tra redattore e lettori, tra autori e lettori.

Per noi l’importante sono i bambini e quel che mi piacerebbe vedere in queste convention è un’evoluzione, un’apertura verso il pubblico. Mi aspetto che le grandi fiere siano delle grandi piazze in cui autori e lettori possano scambiarsi idee, ma non voglio vedere convention fatte solo per il denaro. Se lo fate per i soldi, spero che falliate.
Sto scherzando!

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Napoletana, classe 92, nerd before it was cool: da sempre, da prima che fosse socialmente accettato. Dopo il diploma al Liceo Classico, una breve ma significativa tappa all'Accademia di Belle Arti mi ha aperto gli occhi sul futuro: letteratura, arte e manga, compagni di una vita ed elementi salvifici. Iscritta a Lettere Moderne, ho studiato e lavorato per poi approdare su CPOP.IT e scoprire il dietro-le-quinte del mondo dell'editoria. Dal 2025 scrivo per LaTestata e mi sono unita al team di ScreenWorld in qualità di Capo Redattrice Anime e Manga: la chiusura di un cerchio e il coronamento di un sogno.