Non mi sono sentito così coinvolto con un videogioco da non so quanto tempo. A ripensarci forse la risposta potrebbe essere proprio Death Stranding 2: On The Beach, ultimo titolo di Hideo Kojima che capiterà spesso nelle prossime parole per motivi che arriverò a spiegare, ma nello specifico, ho ricevuto il codice per la recensione di Death Stranding 2 lo stesso giorno in cui ho scoperto che sarei diventato padre.
Al netto del risultato finale, che ho ampiamente esposto qui, Death Stranding 2 avrà sempre quel fattore non indifferente della memoria e dell’associazione diretta. Da oggi, con il pargolo in braccio mentre scrivo, se penso a Death Stranding 2, penso a quel momento, un ricordo fotografato ed evocato da un videogioco. E Cairn? Ecco, Cairn è quel momento in cui nell’estate del 2019 ho fatto la mia prima scalata nella vita: Monte Vettore, salita notturna, 2476 metri. Partito a mezzanotte, sono arrivato in cima all’alba, ho sparso le ceneri di mio padre morto sette mesi prima, poi mi sono fermato lì a guardare il mondo dall’alto.
Cairn, l’uomo contro natura

È un periodo decisamente particolare per i giochi di scalata e, ancora una volta, se non ci fosse stato Death Stranding, oggi non saremo qui a parlare di un Jusant o, appunto, Cairn. Hideo Kojima ha avuto la brillante idea di rendere la fatica, come la resistenza, una meccanica importantissima, colonna portante del suo videogioco. Non è mai stato solo una semplice missione di postino nel portare il pacco A al punto B, bensì attraversare lande desolate, trovare il percorso meno tortuoso, utilizzare gadget per aiutare Sam nella traversata e studiare il terreno per vedere dove il piede può mantenere un passo saldo. Ecco, prendete tutta questa dimensione ludica, e spostatela attorno un contesto di arrampicata. Verso dove? La vetta, la vita, l’obiettivo comune, un’idea astratta che accompagna ogni essere vivente: lo scopo, raggiungerlo con tutte le nostre forze.
Aava si è allenata per tutta una vita con la missione di arrampicarsi alla vetta dello spietato Monte Kami. In molti hanno tentato la missione, ne vedremo segnali e memorie sparse sulle pareti come nei luoghi di riposo o ritiro. Ma anche vecchie strutture, lettere, corpi di sfortunati esploratori rimasti incastrati. Insomma, nella scalata del Monte Kami saremo solo noi. E un fidato robottino, ma la pratica, l’esperienza, il piede giusto su cui poggiare il peso di tutto il corpo, tutto sarà una nostra decisione da prendere con saggezza e attenzione, perché se cadiamo di sotto, ci sarà l’oblio e nulla più.
Il gioco ci getta subito, dopo un breve ed utilissimo tutorial, nella piena responsabilità delle nostre azioni per partire subito dopo, alla base del Monte Kami, pronti alla vetta. I fondamentali per l’arrampicata sono la parte più croccante dell’intera grammatica di gioco, che si costruisce a supporto di ciò: appena posizionati davanti al muro, dovremo muovere a turno, una per volta, le due braccia e le due gambe per cercare l’appoggio migliore per mani e piedi. Spesso vi divertirete a vedere gli arti di Aava compiere azioni fuori da ogni logica anatomica, ma tutto è pensato per trovare il punto di aggancio migliore e sapere come spostare il peso. La vibrazione crescente del controller è il segnale che la presa è debole e la resistenza sta calando. Meglio trovare subito un gancio migliore o cambiare posizione.
I ferri del mestiere

Aava sarà da sola. Non ci sarà nessuno con lei, nessuno con cui interagire. Tolto il nostro muto supporto robotico, del mondo che ci siamo lasciati alla spalle – o meglio, sotto i nostri piedi – avremo sempre pochi e piccoli messaggi, recapitati proprio nella casella vocale trasportata dal piccolo robot. Nei momenti di pausa, quando monteremo la tenda, ecco che la civiltà viene a bussarci, mentre fuori dalla tenda impazzano temporali, tempeste o giornate di sole accecante.
C’è una famiglia, degli amici, dei pensieri, persone che capiscono il valore di questo viaggio intrapreso da Aava. Sarà importante infatti notare come Cairn è un gioco che spesso si ferma a respirare, e con lui, noi seguiamo il ritmo cardiaco. Dopo una lunga scalata, arriviamo su una pianura, Aava vede una cascata, si spoglia per farsi un bagno, poi si siede a guardare giù, le luci della città brillano di azioni, di persone che vivono la loro quotidianità. Il nostro diario invece segna giorno 3 della scalata. C’è ancora molto da fare, scalare e scoprire.
Ma come si arriva in cima? Con pazienza ed esperienza, ecco perché potremo usare piccozze dove necessario, capire il tipo di roccia da agganciare (attenzione alle pareti lisce) e se la zona di riposo è troppo lontana, con la paura di cadere che si manifesta ad ogni centimetro scalato, allora si piazza un bel chiodo, così che se dovessimo cadere, avremo un appiglio.
I chiodi si usano, rompono e riparano, ma anche il corpo di Aava merita attenzione: montata la tenda possiamo riorganizzare il nostro zaino, bere e mangiare per mantenere alto morale e salute, controllare il meteo e lo stato della parete rocciosa (se cercate bene, tanti sono gli indizi su dove iniziare la scalata), ma non dimenticate di bendare le dita. Parte della presa, come del gesso che possiamo usare sulle mani per aumentare presa e resistenza, richiede un occhio in più di osservazione e gestione delle risorse. Inutile dirlo, anche in questo caso, il corpo va nutrito e idratato. Cibo in scatola, piante, ma anche pesci pescati in raccolte di acque in cave rocciose. Se il corpo non è in salute, non lo sarà neanche la nostra resistenza.
La vetta degli Dei

In qualche modo si ritorna sempre lì, ad abbracciare una dimensione povera di risvolti narrativi in forma diretta, per prendere forma nella cornice: le voci degli amici di Aava, i commenti della stessa per farsi forza passo dopo passo, parete dopo parete.
Poi c’è il vento, la pioggia, il sole o le stelle del cielo notturno a dipingere un quadro decisamente unico, e la stessa sensazione di essere un passo sempre più vicino alla vetta, alla cima, più vicino all’etereo o eterno. Una sensazione che prende forma ogni volta che arrivati in un punto di riposo, poi si osserva subito la prossima scalata. Fino a qui, tutto bene, ma il percorso è ancora lungo.
Cairn è un gioco meraviglioso. Di quelli preziosi, per cui spesso a parlare è più il contenuto che la tecnica e il modo in cui il semplice atto di scalare, provoca in ognuno di noi delle emozioni diverse. Ad un certo punto la varietà di approcci comincerà a mancare e vacillare, la ripetitività potrebbe allentare la presa e far spazio un po’ alla scalata da fare un po’ al giorno, ma che grande soddisfazione che c’è quando si arriva lì in cima, mentre chiudi gli occhi e ti lasci andare ad un respiro profondo. Neanche il miglior soulslike ti lascia questa sensazione sulla pelle, una sensazione di chi può farcela, nonostante tutto e che si è ancora a metà del viaggio.



