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Per come vanno le cose negli ultimi anni, si rischia di parlare di Bill Lawrence fin troppo spesso. O forse, visto quello che è riuscito a fare per il piccolo schermo e per un intero genere, non se ne parlerà mai abbastanza. Questa volta non ci sono medici ai primi ferri, allenatori in cui credere o psicologi sull’orlo di una crisi di nervi: c’è uno scrittore disilluso e un po’ ingenuo che cerca di rimettere in sesto una vita vissuta all’ombra di una fantasia più grande di lui. Rooster porta al centro della scena un pezzo da novanta come Steve Carell, ripesca John C. McGinley da Scrubs (anche Phil Dunster da Ted Lasso) e costruisce un cast di personaggi bizzarri a cui è impossibile non affezionarsi.

No, non è un deja-vu: lo schema Lawrence funziona ancora. Cambia forma, contesto, interpreti, ma trova sempre il modo di colpire e tenere lo spettatore incollato allo schermo, con il sorriso stampato in volto e il cuore pronto a sentire un calore purissimo.

Abbiamo sempre detto di aver bisogno di più serie come queste nella nostra vita, soprattutto visti i tempi difficili in cui viviamo. In questo senso Rooster si afferma come la più leggera e divertita fra le opere recenti di Lawrence, retta da una struttura di inscalfibile qualità (del resto siamo su HBO) e con un velo di malinconia a far da collante tra personaggi e vicende. Sin dalle note della sigla, che vede il ritorno di Michael Stipe degli R.E.M., si capiscono facilmente toni e target: la nuova serie HBO ha intenzione di avvicinare tutti, ma si rivolge soprattutto a chi è abbastanza maturo per capire il peso di certe scelte. Il risultato è uno show che in pochi episodi riesce a farsi vero comfort, sincero e appagante.

Lo scrittore Carell che si sovrappone al protagonista dei suoi libri, Rooster, alternando gioie e dolori, ha fatto centro come il suo eroe infallibile. Effortlessly cool, direbbero gli americani – figo senza sforzo. Noi diciamo semplicemente genuino. Perché far funzionare uno show del genere è tutt’altro che scontato.

Riscrivere la propria vita

Steve Carell e John C. McGinley in una scena di Rooster
Steve Carell e John C. McGinley in una scena di Rooster – @HBO

Ultimamente sottovalutiamo quanto sia diventato difficile fare commedia senza risultare infantili o imbarazzanti. Il peso del mondo è sempre più opprimente e quelle rare fughe di leggerezza si fanno più potenti della miglior terapia. Per questo oggi i fragili, gli impacciati e i cringe hanno una marcia in più per conquistare il pubblico. Abbiamo bisogno di non-eroi per stare al mondo senza impazzire – anche solo per ricordarci quanto sia importante sapersi fragili. Il Greg di Steve Carell è un uomo solo, neppure tanto bravo a mascherare la propria sofferenza per la separazione dalla moglie e tenuto a galla dal suo Rooster, protagonista di romanzi che rappresentano tutto ciò che lui non è mai riuscito a essere.

Nelle serie di Bill Lawrence il contesto ha sempre giocato un ruolo importante: questa volta tocca al college. L’opportunità per Greg di riscoprire una giovinezza perduta, o forse di trovare persino una spensieratezza mai vissuta, rappresenta un vero elemento di rottura per diventare Rooster – anche solo per un po’. Lo show segue questo andamento altalenante e il passo incerto del suo protagonista, ma a differenza sua non inciampa praticamente mai. Ritmo e tono mantengono il passo, trovando un sorprendente equilibrio che non delude neppure in quei momenti in cui la scrittura brilla meno del solito. Anzi, puntata dopo puntata, Rooster si rivela persino più arguto e sottile di quanto voglia sembrare.

Partendo da Greg e il suo dualismo interiore tra ciò che è e ciò che vorrebbe essere, Rooster diventa presto uno show sull’idealizzazione – di se stessi, degli altri, di chi amiamo, delle aspettative. Una conversazione intima e sincera su quella scelleratezza che ci spinge a fidarci e a darci agli altri, salvo poi scoprire di aver “played the fool” (di aver fatto la figura degli stupidi). Non c’è fantasia che possa evitarci questo peso, ma è proprio per questo che ci fa bene accogliere una fragilità a cui tutti possono sentirsi davvero vicini. In fondo è giusto vivere anche quella scelleratezza: la soluzione ai nostri problemi non è mai lontana da essi. Viverli con una leggerezza diversa, forse, è il segreto per riuscire a restare a galla quando tutto intorno a noi sembra crollarci addosso.

Come raccontare la vulnerabilità

Phil Dunster e Charly Clive in una scena di Rooster
Phil Dunster e Charly Clive in una scena di Rooster – @HBO

Potevamo aspettarci un more of the same in salsa comedy, infarcito di nostalgia spicciola e impertinente simpatia. Rooster invece dimostra di avere davvero qualcosa da dire, nonostante sia in tutto e per tutto una classica serie di Bill Lawrence. La serie HBO affronta il tema dei desideri attraverso la proiezione (in un personaggio fittizio, come nel caso di Greg, o nelle persone che ci stanno vicino), senza aver paura di svelare quelle fragilità che ci fanno paura. Passata una stagione sembra ancora di non averne neppure compreso appieno il potenziale: raccontare la vulnerabilità tra sorrisi e ironia offre una miriade di spunti che vale la pena scoprire.

Perché in Rooster è vero che c’è tanta leggerezza, ma si tratta di una leggerezza diversa rispetto alle recenti produzioni di Lawrence. Quel sottile velo di malinconia, un velo grigio che si fa spazio tra i colori caldi di un contesto brillante, permette alla serie di inserirsi alla perfezione nel percorso artistico del suo showrunner come tassello di un puzzle che si fa sempre più completo a ogni nuovo progetto. Un ritratto articolato, un po’ caotico e controcorrente, del caos che viviamo quando mente e cuore non remano nella stessa direzione. Ed è un bene che ci sia qualcuno in grado di raccontarlo (e di raccontarci) con empatia. Il mondo non diventerà meno cattivo, ma nel suo piccolo grazie a Rooster diventa decisamente più piacevole da scoprire.

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Classe '94. Critico e copywriter di professione, creator per passione. Ha scritto e collaborato per diverse realtà di settore (FilmPost.it, Everyeye) con la speranza di raccontare il Cinema e la cultura pop per il resto della sua vita.