Ne abbiamo parlato spesso, ma forse non abbastanza: Bill Lawrence è il re del piccolo schermo, soprattutto negli ultimi anni, perché ha saputo trasformare ciò che rese Scrubs una serie cult in un motore costante per attirare il pubblico e non lasciarlo più andare. Parlare semplicemente di empatia sarebbe riduttivo dopo exploit come Ted Lasso, che ha dominato la scena comedy per anni. L’arrivo di Shrinking non era stato accolto con troppi clamori, ma il collegamento è stato quasi immediato – e i risultati sono arrivati praticamente subito: ennesimo successo, forse al pari di Ted Lasso in termini di gradimento, persino maggiore in termini di affezione da parte degli spettatori.
Ora che lo show siglato da Lawrence insieme a Brett Goldstein e Jason Segel è arrivato alla fine del suo ciclo (una terza stagione che doveva essere l’ultima, ma segna sicuramente un reset in vita dei nuovi episodi), ci sentiamo in dovere di tirare le somme e riportare l’attenzione su una serie che non ha davvero eguali sulla piazza e di cui abbiamo disperatamente bisogno. Il modus operandi di Lawrence è sempre lo stesso: partire da un contesto per guardare alle persone. I medici per Scrubs, lo sport per Ted Lasso, gli psicologi per Shrinking. Quello che si percepisce in questa serie, però, è sin da subito molto più intimo, quasi drammatico: trauma, lutto e perdita diventano l’incipit per raccontare personaggi che hanno fatto quadrato intorno a un uomo sull’orlo della disperazione, ma che forse proprio grazie ai suoi legami può ritrovare la luce.
Shrinking ha parlato sin da subito di vita vera, di un dolore vicino a tutti, e l’ha fatto con una cura e un tatto davvero incredibili. Quella delicatezza ci ha spinti a restare, per poi veder fiorire uno show capace di divertire, commuovere ed emozionare quasi in ogni sua puntata. Nel suo piccolo, Shrinking ha voluto raccontare una parabola di crescita e riscoperta di sé, con la speranza che anche solo una piccola scintilla possa arrivare oltre lo schermo e guarire le nostre ferite.
Il vero comfort

Bill Lawrence e Brett Goldstein hanno fatto qualcosa di straordinario: hanno raccolto un cast di attori perfettamente in parte e li hanno calati in una realtà estremamente accogliente: poca recitazione in senso lato, tanta spontaneità e voglia di partecipare a un unico, grande abbraccio che arrivasse dritto agli spettatori. Si parla tanto di serie comfort, ma forse non si riflette abbastanza sul reale significato del termine: il conforto non è quello che fa spegnere il cervello, ma quello che rincuora quando tutto sembra grigio, che scalda e tocca le corde giuste. Shrinking attinge direttamente al cuore, a quel filo sottile che unisce le persone, per raccontare una storia di legami e crescita. Una coccola, ma anche uno stimolo per essere davvero migliori – con se stessi e con gli altri.
Nessun altro show è capace di accogliere in modo così familiare trovando il canale giusto attraverso cui trasmettere il proprio messaggio. Saranno i personaggi, sarà la dedizione del cast, ma la realtà è che parte tutto da una scrittura eccezionale che punta tutto sull’empatia. Trovare penne dotate di tanta sensibilità è cosa rara nel caotico panorama seriale di oggi, ma gli autori di Shrinking hanno colto appieno la maturità creativa degli show di Lawrence per buttarsi a capofitto sulla componente emotiva. Naturale che lo show ruoti intorno ai terapeuti: tolta la premessa tragicomica di uno strizzacervelli sull’orlo di una crisi di nervi, la terapia apre spazi e porte all’apparenza divertenti e semplici per temi assai complessi. È questo il vero collante che permette alle emozioni di fluire senza difficoltà da un capo all’altro dello schermo.
Oltre il dolore

Shrinking non vuole impartire lezioni, ma vuole dare un po’ di speranza in questo mondo dominato dal terrore e dal pessimismo. Mostrare un’altra prospettiva, che non tutto è davvero terribile come sembra, che quello che hai sempre ritenuto tuo nemico puoi arrivare persino a guardarlo in faccia con occhi diversi, riconoscendo che in lui c’è molto più di te di quanto potresti mai immaginare. Odiare diventa più difficile quando ti accorgi che c’è un cuore che batte dall’altra parte, anche se tormentato o delirante: non siamo così diversi, in fondo, anche se non ci piace ammetterlo. Abbiamo tutti le nostre voragini, i nostri angoli bui, quegli spazi sempre più stretti in cui ci ostiniamo a stare da soli quando forse sarebbe meglio condividerli.
Shrinking ricorda che esserci fa tutta la differenza del mondo – anche quando sembra la cosa meno conveniente da fare. Non serve una serie tv per ricordarci quante cose possono andare male: che il mondo è difficile e siamo bravissimi a far schifo lo sappiamo fin troppo bene, ma Shrinking ci aiuta a guardare qualcosa che rischiamo di perdere.
Il dolore ci sarà sempre perché è parte della vita, ma il mondo continua a girare e forse persino il trauma può unire. Il fatto che una serie riesca a rappresentare in modo così lampante e palese l’importanza di essere vicini agli altri è una rarità che dovremmo celebrare quotidianamente. Shrinking dimostra che nessun uomo è un’isola e nessuno è il proprio dolore, per questo possiamo (e dobbiamo) affidarci all’unica consapevolezza che abbiamo su questa terra (fintanto che ci saranno legami ed emozioni abbastanza profondi da reggere il peso dell’esistenza): andrà tutto bene, alla fine – e se non va tutto bene, allora non è la fine.
p.s. Fuck Parkinson’s.
