Questa volta il fuoco non è solo l’elemento a contorno di questo nuovo capitolo del franchise di Avatar, bensì quasi un veicolo trainante per gli eventi più importanti, come anche uno status emotivo esposto più volte. Un fuoco può ferire, allontanare, anche uccidere, lasciando dietro di sé una scia di cenere a ricordare cosa è successo.
Ma un fuoco può bruciare dentro ognuno di noi, per una passione o, come in questo caso, una perdita, che diventa rabbia, che diventa istinto primordiale. Nonostante cerchino di vivere in armonia seguendo la via di Eywa, neppure in Na’Vi sono immuni a sentimenti negativi: quando questi prendono il sopravvento, la razionalità viene meno e le conseguenze sono difficili da contenere o realizzare.
Avatar: Fuoco e Cenere, esplorando Pandora

Non è certo la prima volta che James Cameron mette al centro del suo racconto delle figure femminili, tanto forti quanto fragili. Il nuovo personaggio introdotto è infatti un contraltare perfetto per il lutto di Neytiri, madre che ha perso suo figlio maggiore ne La Via dell’Acqua: dove Jack Sully cerca di reagire per tenere unito quel che resta della sua famiglia, lei invece si ritira nel dolore che lascia sopito nel cuore.
Ecco quindi arrivare Varang, altro Na’vi a capo di una tribù violenta, predatoria, altri esseri ridotti quasi a una schiavitù sociale. Per loro Eywa è un’entità priva di potere a cui è più ambizioso preferire la concretezza del fuoco: brilla durante la notte per indicare la strada, uccide i nemici e conforta nei momenti di freddo.
Le azioni viscerali, folli, da veri e propri pirati di questo clan del fuoco mostrano sin da subito le allegorie, le metafore proposte con lo stesso fuoco che prende forma e densità nel cuore di Neytiri. Ancora una volta – la terza – Avatar si muove su temi umani per raccontare le connessioni, veicolando il tutto sul pianeta Pandora, dove gli umani rafforzano le loro cittadelle – sempre più grandi e inquietanti – mentre l’equilibrio di una pace è qualcosa di difficile realizzazione per via di nuove alleanze e vecchie leggende che tornano a solcare i cieli.
Connessioni e perdita

Avatar è un franchise che sin dal primo film ci ha parlato della forza e della necessità delle connessioni. È quasi ironico che Cameron abbia sempre inserito questo elemento nei suoi film precedenti e che il mondo intero ne abbia riconosciuto la necessità solo dopo la pandemia da COVID-19.
Avatar: La via dell’acqua rafforzava questa visione: una connessione non solo con Eywa o Pandora stesso, bensì allargata alla famiglia, alle adozioni, a chi vuole essere parte di un’unità pur avendo forme e sembianze diverse. Il caldo abbraccio di Avatar era questo, accogliere tutti, nessuno escluso, perché lo stesso fuoco, che si modella e cambia, si poteva trovare ovunque, anche in nuclei familiari disfunzionali.
Con Fuoco e Cenere la domanda cambia: cosa succede se questo legame viene improvvisamente reciso? Cosa rimane all’essere vivente, considerato primitivo e ignorante, quando i rami costruiti e coccolati cominciano a spezzarsi e morire? Qui entra in gioco, forse in modo più silenzioso del solito, la roccia emotiva di Jake Sully – che appare sempre fin troppo freddo, quasi disinteressato all’emotività della moglie, ma questo è il destino di chi ha il corpo Na’vi e il cuore umano.
La visione degli ibridi è quasi una loro stessa maledizione: essere come loro, ma avere un’esperienza e un ricordo di vita maggiore. Jack Sully dovrà combattere ancora contro il fuoco, tenerlo a bada e salvare nuovamente la sua famiglia.
Oltre l’acqua e il fuoco

Il franchise di Avatar si trova ora in una situazione di stallo. Questo capitolo conferma tutte le idee attorno alle infinite fatiche di James Cameron, con dei film tecnicamente ed esteticamente sontuosi, al limite della perfezione. Uno di quei prodotti dove vedi ogni singolo dollaro o minuto di tempo usato per perfezionare quel piccolo dettaglio che in pochi percepiranno.
Avatar: Fuoco e Cenere è, come avrete capito, anche il capitolo più viscerale: si parla poco e si combatte tantissimo, con la stessa storia che fa un po’ il giro largo, ripete alcuni schemi e cerca di dare una chiusura – assieme ad alcune questioni lasciate in sospeso – a quanto narrato fino a questo momento, dando sempre tempo e spazio ad altri personaggi di poter spiccare il volo e rimandarli al prossimo capitolo.
Dove la parola non arriva, c’è l’immagine, sacrificando moltissimo sull’altare della potenza audiovisiva. Che questo standard portato al cinema (con cadenza finalmente molto più breve) non diventi un’abitudine da accogliere con lo sbaglio, la noia o il disinteresse. Questa è davvero l’eredità di James Cameron al Cinema.


