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Attenzione!

Questo articolo contiene spoiler sul film. Per chi non lo avesse visto, recuperatelo!

«È quando il dolore svanisce che inizia la vera battaglia. Depressione, apatia. Ti senti così a terra che vorresti suicidarti.»
Recita così il flusso di coscienza di Mark, quando tutto il mondo scorre ed è preso da una partita di Bingo, mentre la macchina da presa si allontana dal suo volto perso nel vuoto, e rimugina su una nuova malattia che miracolosamente non lo ha colpito. A trent’anni dall’uscita, Trainspotting può parlare ancora, e oggi ancor di più, del disagio dello stare al mondo, dell’immobilismo sociale e, più in generale, delle vie d’uscita da una quotidianità preconfezionata da altri. L’eroina, in Trainspotting, è solo un pretesto. È solo una tra le vie d’uscita.
Se il secondo film di Danny Boyle ha qualcosa da dirci, è tutto condensato nel suo titolo.

Osservare treni, osservare la vita

I protagonisti di Trainspotting in una delle scene più iconiche del film
Una scena di Trainspotting – ©Medusa Film

Se il termine trainspotting si riferisce a un hobby assurdo, come quello di passare le ore davanti ai binari e segnare il numero di serie di ogni treno che passa, all’interno dell’economia del film quest’attività assume un significato metaforico più ampio. Nei novanta minuti della pellicola questa parola non viene mai pronunciata. Non c’è alcun riferimento all’hobby che la definisce. È solo citata nel romanzo di Irvine Welsh.

Lo Sapevi?

L’autore del romanzo, Irvine Welsh, compare nel ruolo di Mikey Forrester, che fornisce a Mark delle supposte di oppio.

Il film, dunque, pretende una sua autonomia interpretativa. Cos’è il guardare i treni che passano? Cosa simboleggia? Perché Boyle e Hodge (lo sceneggiatore) possono fare a meno di rendere esplicito il significato del titolo della loro creatura? Il primo treno che si vede nel film compare poco dopo la mezz’ora. È il treno che accompagna il gruppo di amici alle Highlands scozzesi. Un paradiso naturale che rende la Scozia famosa in tutto il mondo. Tra i quattro, è Tommy che incita gli altri a camminare e a perdersi nel verde; ma gli altri sono esausti.
«Non vi rende fieri di essere scozzesi?» urla il povero Tommy (unico pulito del gruppo, ma che di lì a poco cadrà).
La risposta di Mark è perentoria: «È uno schifo essere scozzesi». Se i primi trenta minuti sono stati una sorta di ritratto allucinato di queste personalità sbandate della Scozia dei primi anni ’90, che hanno perso qualsiasi treno per la vita iniettandosi in vena quella merda, il primo treno su cui decidono di salire dà loro (quantomeno a Mark) la consapevolezza dello squallore della “facciata” di sentirsi parte di un tutto. In questo caso, l’essere scozzesi.

L’omologazione, l’aderire al perbenismo imperante di una realtà provinciale, lo scegliere la vita, come recita il famoso monologo che apre il film, sono scelte impossibili da prendere. «Scelsi di non scegliere la vita».
La vita che attraversa le giornate di Mark è qualcosa che gli sfugge irrimediabilmente dalle mani. Mark non vive ma “si lascia vivere”: guarda i treni che passano, e quando decide di salire su uno di questi lo porta in un posto che a lui non piace. Lontano da tutto ma così irrimediabilmente vicino a ciò che profondamente detesta.
Mark è un personaggio che non può salire su un treno perché il suo è un destino già scritto: il suo soprannome, derivante dal suo cognome Renton, è Rent Boy, letteralmente “ragazzo in affitto”. Mark non è proprietario della sua vita, ha deciso di non sceglierla, di non prenderla in mano. Ne è un inquilino passeggero. Guarda le vite degli altri passare senza che lui possa dar forma alla sua. Mark non ha appigli: in costante evasione da una realtà senza sbocchi, viene inevitabilmente rincorso da quella stessa realtà, che finisce per inghiottirlo e risputarlo costantemente.

La fuga di Mark è una corsa sul posto, mentre lascia che le vite degli altri lo sorpassino. Non ci sono sbocchi laterali, ma solo sotterranei – come nella bellissima scena dell’overdose accompagnata da Perfect Day di Lou Reed, o in quella della discesa nel water accompagnata da Deep Blue Day di Brian Eno. Ed è proprio dopo l’overdose che vediamo il secondo riferimento ai treni. I genitori di Mark decidono di rinchiuderlo nella sua stanza per disintossicarlo in maniera definitiva e non graduale. Le pareti che lo circondano sono rivestite da immagini di locomotive.

Le vite degli altri

Camera di Mark tappezzata di locomotive
La camera di Mark tappezzata di locomotive – ©Medusa Film

Il mondo da cui stava cercando di scappare diventa le quattro mura opprimenti della casa dei suoi, che sin dall’inizio del film lo guardano con commiserazione, ripetendogli «Se avevi anche una sola possibilità, figliolo, te la sei giocata». La stanza, quelle settimane (o mesi; è poco chiaro quanto tempo passi tra quelle mura) diventa il teatro delle sue più grandi paure, dei suoi più grandi rimorsi. Ma ciò che spaventa di più non è Spud in carcere (simbolo del senso di colpa) o Dawn (figlia di Sick Boy, neonata, lasciata morire di stenti nella sua culla) che gattona sul soffitto. Ciò che spaventa di più sono quelle locomotive: Mark è costretto, grondante di sudore nel suo letto, a fare definitivamente i conti con la miserabilità della sua non vita, con l’opprimente consapevolezza delle vite degli altri che ha lasciato passare per tutta la sua esistenza. Quelle stesse vite (locomotive) sulle quali non è voluto salire perché tutte uguali, tutte rivolte verso una sola direzione.

L’oppressione non sono le quattro mura fisiche, ma l’inevitabile consapevolezza dell’incombenza della vita che lui ha scelto di non vivere. L’overdose lo ha messo davanti ad un bivio: morire, o lasciarsi schiacciare da ciò che ha sempre rifuggito. Le vite degli altri che da sempre gli hanno imposto, e che proprio per questo ha deciso consapevolmente di eliminare dalle opzioni. La vita aveva solo quel significato; e piuttosto che abbracciarla non decide di risemantizzarla, ma la abbandona. Il peso schiacciante, a questo punto, è proprio quella mancata decisione. Piuttosto che vivere come gli altri, non vive, accontentandosi di lasciar passare la vita.

Come uscire da questa impasse?
Come scegliere la vita senza essere una tra le tante locomotive?
Mark “Rent Boy” Renton si sposta a Londra dopo la disintossicazione e lavora come agente immobiliare. Come anticipato, il destino è scritto nel suo nome: vende o affitta case agli estranei per permettere loro di vivere.
Nonostante la distanza, la grande città, l’aria diversa, che magari può avere una parvenza di pulito, Mark non spicca il volo. Non ha ancora trovato un’alternativa. Il piccolo monolocale dove ora vive verrà invaso, di lì a poco, proprio dal suo passato, nelle figure di Begbie e Sick Boy. Nonostante il fastidio, e il fetore che ritorna a tormentarlo, Mark rimane in silenzio. Se ne libera, ma solo per poco. È qui che compare il terzo treno del film. Siamo all’inizio della fine: il ritorno in Scozia per il funerale di Tommy, che si era ammalato di AIDS e aveva contratto la toxoplasmosi per un contatto con feci di gatto. Il ritorno a casa mette Mark di fronte ad una realtà più grande di lui, e dalla quale non può sfuggire: la consapevolezza di non riuscire a dire di no a quel manipolo di “amici”, che gli propone un affare di droga che gli avrebbe fruttato qualche migliaio di dollari. Questo gli costerà lo spogliarsi dell’abito elegante che indossava per “far vivere gli altri”, riprendendo di nuovo il suo vecchio stile. Ma gli costerà anche, e soprattutto, il drogarsi di nuovo. Mark non se n’era mai andato.

Il treno che ha preso per tornare era lo stesso treno che aveva rinnegato una volta alle Highlands.
La scelta di non scegliere è stata essa stessa una scelta: quella di rimanere sempre lo stesso. Mark evadeva, ma rimanendo immobile. Non è un caso che il viaggio verso Londra (l’ultimo, quello per il colpo) non si faccia su un treno, ma su un autobus. L’ultimo treno della vita Mark lo ha scelto: è stato quello di “ritorno”. L’atto finale non è altro che la perfetta e coerente conclusione di una parabola discendente che ritorna al punto di partenza, dopo una presa di coscienza. Se all’inizio della pellicola Mark, quasi sfacciatamente, rivendicava il suo non scegliere la vita, perché tutto ciò che lo circondava lo disgustava; alla fine del film lo ammette: «La verità è che sono una persona cattiva». La promessa finale, dopo aver fregato i suoi amici (tranne Spud, al quale farà recapitare la sua parte), è consapevolmente una promessa falsa: «È l’ultima volta che faccio una cosa simile. Voglio ripulirmi e andare avanti, filare dritto e scegliere la vita», mentre sullo sfondo sorride. È durante l’intero film che lo sentiamo ripetere che è l’ultima dose, che non lo avrebbe fatto mai più. Le scelta è stata compiuta, ed è un perenne mentire a sé stessi. È un perenne guardare i treni che passano, quando il proprio è quello che fa un giro in tondo, dove il capolinea e la partenza coincidono.

La bellezza dello sporco

Ewan McGregor in Trainspotting
La famosa scena del bagno – ©Medusa Film

Se Trainspotting ha ancora qualcosa da dirci, dopo trent’anni; al di la della centralità dell’eroina; è proprio questo ritratto crudo, grottesco, e alle volte involontariamente comico, della circolarità del disorientamento. La Scozia diventa periferia del mondo, il ritorno a drogarsi un salto nel vuoto, e la dipendenza una discesa nel peggior bagno del paese. È estremamente curioso come Boyle sia riuscito a restituire, in termini così realistici, le sensazioni del vivere quel disagio attraverso artifici propri del mezzo cinematografico. Trainspotting non vuole in alcun modo essere realista, anzi. La sua forza sta nella potenza delle invenzioni fantastiche del suo regista.
E non si sta facendo riferimento, ovviamente, alle allucinazioni di Mark durante il periodo di astinenza nella sua camera: è prassi restituire in maniera psichedelica situazioni simili. È proprio quello stile di vita che non ha bisogno di un tratto documentaristico, ma quasi surreale, per essere restituito nel modo più realistico possibile.
Il sopraccitato bagno, la discesa in quel water, la casa di “Madre Superiora” (il fornitore del gruppo). Tutte scene o luoghi “surreali” perfetti per restituire quell’aria devastata che ha reso la pellicola più che un cult degli anni ’90.

Lo Sapevi?

Per girare l’immersione di Mark nel water, quest’ultimo fu diviso a metà; ed Ewan McGregor scivolò su una rampa nascosta

L’importanza del cinema come mezzo diventa evidente nella famosa scena della festa in discoteca.
Il locale dove gli amici si ritrovano per ballare è il Volcano. La sala dove Tommy e Spud si raccontano le loro (dis)avventure amorose ricorda spudoratamente il Korova Milk Bar di Arancia Meccanica: la droga è la protagonista della serata. La pista da ballo, invece, ha sulle pareti la figura di Travis Bickle; mentre il bagno quella di Iris, direttamente da Taxi Driver. La scenografia già anticipa – e descrive – la situazione. Comparirà un’avvenente ragazzina che mostra più dei suoi anni come la Jodie Foster del film di Scorsese, e infatti lo sguardo di Mark è attirato da Diane (una giovane Kelly Macdonald al suo esordio), che solo la mattina dopo si rivelerà essere una studentessa minorenne. Sick Boy stesso è fissato col cinema di 007.

Se Trainspotting è un cult, oltre a essere forse il capolavoro della filmografia di Danny Boyle, è proprio per la centralità dell’immagine cinematografica. La bellezza “sporca” del film rimane nella mente per i suoi toni tendenti ai grigi, ai verdi; per i volti e i corpi dei suoi protagonisti, così riconoscibili anche solo per un piccolo particolare, per il tono di voce, per le movenze. Ricordare Trainspotting per i suoi trent’anni significa mettere al centro le sue tematiche, reinterpretarle alla luce della contemporaneità e rendersi conto della loro eternità proprio perché messe in scena con la potenza delle immagini del cinema.

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