Il caso Epstein torna prepotentemente sotto i riflettori della politica americana. Il presidente Donald Trump si è trovato a dover rispondere a domande scomode a bordo dell’Air Force One lo scorso 14 novembre, quando i giornalisti gli hanno chiesto conto di alcune email recentemente rese pubbliche che coinvolgono il suo nome e quello di Jeffrey Epstein, il finanziere condannato per reati sessuali morto suicida nel 2019 mentre era in carcere in attesa di processo per traffico sessuale. La dichiarazione del presidente è stata secca e diretta: “Non so nulla di questo“. Le email in questione, rilasciate questa settimana dai democratici della Camera dei Rappresentanti, contengono riferimenti espliciti a Trump. In uno dei messaggi più controversi, Epstein scrive che Trump “sapeva delle ragazze“, un’affermazione che ha immediatamente sollevato interrogativi sul livello di consapevolezza che l’ex magnate immobiliare avrebbe potuto avere riguardo alle attività illecite del finanziere.
Ma le rivelazioni non si fermano qui. Un’altra email documenta come Epstein avrebbe detto che Trump “ha trascorso ore a casa mia” insieme a una vittima. Dettagli che, se confermati, getterebbero nuova luce su una frequentazione che Trump ha sempre minimizzato negli anni, pur ammettendo di aver conosciuto Epstein nei circoli dell’alta società newyorkese e floridiana degli anni Novanta e Duemila. La questione si intreccia con quella di Ghislaine Maxwell, la complice di Epstein condannata a 20 anni di carcere dopo essere stata riconosciuta colpevole di cinque capi d’accusa legati al traffico sessuale di minorenni. Quando gli è stato chiesto se avesse mai preso in considerazione l’idea di concederle la grazia, Trump ha risposto in modo volutamente ambiguo: “Non lo escludo né lo confermo, non ci penso nemmeno“. Una non-risposta che lascia aperta ogni possibilità, alimentando le speculazioni e la preoccupazione delle organizzazioni che si battono per i diritti delle vittime.
Nel frattempo, a Washington è esplosa una battaglia politica sui documenti ancora secretati. L’amministrazione Trump ha infatti deciso di non rilasciare ulteriore documentazione relativa al caso Epstein, una scelta che ha provocato immediate reazioni di protesta. Una petizione popolare per ottenere la declassificazione completa dei file ha raccolto un numero sufficiente di firme per forzare una votazione alla Camera dei Rappresentanti, un evento che testimonia quanto la questione sia sentita dall’opinione pubblica americana. Secondo quanto riportato da Axios, ci sarebbero state pressioni dirette da parte del presidente sui membri repubblicani del Congresso che avevano firmato la petizione, invitandoli a ritirarsi. Alcuni parlamentari repubblicani hanno effettivamente contribuito a forzare il voto sulla questione, un segnale che anche all’interno del partito di Trump esistono posizioni differenziate su quanto l’amministrazione debba essere trasparente riguardo ai rapporti del presidente con Epstein.
La vicenda si carica di ulteriori sfumature simboliche con la comparsa, in più occasioni, di una statua controversa sul National Mall di Washington. L’installazione, creata dal collettivo artistico Secret Handshake Project, raffigura Trump ed Epstein che si tengono per mano, con una targa che recita In onore del Mese dell’Amicizia. La scultura, intitolata Best Friends Forever, è stata installata, rimossa e reinstallata più volte dal giugno 2025, ultima delle provocazioni artistiche anti-Trump del gruppo. Ora è esposta di fronte al caffè Busboys and Poets sulla 14th Street, diventando un punto di riferimento per chi vuole manifestare il proprio dissenso rispetto alla gestione della vicenda da parte dell’amministrazione. Il caso Epstein ha perseguitato Trump durante tutta la sua seconda presidenza. Le foto d’epoca che li ritraggono insieme a feste esclusive, le testimonianze di chi li ha visti frequentarsi negli anni Novanta, le dichiarazioni in cui Trump stesso definiva Epstein “un tipo fantastico” che “ama le donne belle quanto me, e molte di loro sono decisamente giovani“, continuano a riemergere ogni volta che nuovi documenti vengono alla luce.
Quello che è certo è che la pressione per ottenere la piena trasparenza non accenna a diminuire. Le email rilasciate questa settimana rappresentano solo una frazione della documentazione esistente sul caso, e molti si chiedono cosa possano contenere i file ancora sotto chiave. Per le vittime di Epstein e per chi chiede giustizia, ogni documento non rilasciato rappresenta un’opportunità mancata di fare chiarezza completa su una rete di abusi che ha coinvolto alcuni degli uomini più potenti d’America. La questione non è solo giudiziaria ma profondamente politica. In un’epoca in cui la trasparenza e l’accountability sono al centro del dibattito pubblico, la scelta di cosa rivelare e cosa tenere nascosto diventa un atto carico di conseguenze. E mentre Trump continua a negare qualsiasi coinvolgimento o conoscenza dei crimini di Epstein, le email appena rese pubbliche raccontano una storia diversa, quella di una frequentazione che andava ben oltre i saluti di circostanza ai party dell’élite.



