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Donald Trump sta attraversando una delle fasi più turbolente della sua presidenza, con un crescente coro di voci che mette in discussione non solo le sue scelte politiche, ma la sua stessa stabilità mentale. La domanda che rimbalza da Washington ai talk show, dai circoli repubblicani alle chat dei movimenti Maga: il presidente èfurbo come una volpe” oppure “soltanto pazzo“? Un interrogativo che non è più sussurrato nei corridoi del potere, ma urlato in pubblico da ex alleati, funzionari e persino dai suoi più fedeli sostenitori.

Non è la prima volta che la salute mentale di un presidente americano finisce sotto i riflettori. Joe Biden aveva affrontato dubbi simili dopo il disastroso dibattito televisivo proprio contro Trump. Prima ancora, Abraham Lincoln aveva lottato contro la depressione e Ronald Reagan, negli ultimi mesi del suo secondo mandato, mostrava i primi segni di quello che sarebbe stato diagnosticato come Alzheimer. Ma il caso di Trump presenta caratteristiche peculiari: non si tratta di un declino fisico evidente, quanto piuttosto di un comportamento sempre più erratico, di una retorica senza freni, di decisioni che lasciano sbalorditi anche chi lo ha sempre difeso.

L’episodio che ha fatto traboccare il vaso è stato il duro attacco al primo Papa americano della storia, Leone XIV, accompagnato dalla pubblicazione su Truth Social di un’immagine generata dall’intelligenza artificiale che ritraeva Trump nelle vesti del messia. Una foto poi rimossa, ma non abbastanza rapidamente da evitare accuse di blasfemia che hanno scosso profondamente la base elettorale cattolica, quella stessa che aveva contribuito in modo decisivo alla sua vittoria. “Siamo sconcertati. Dopo che i cattolici lo hanno aiutato, sta mancando di rispetto alla nostra fede“, ha dichiarato al Wall Street Journal John Yep, presidente di Catholics for Catholics, organizzazione che aveva persino organizzato eventi religiosi a Mar-a-Lago e manteneva rapporti stretti con l’amministrazione.

La Casa Bianca si è affrettata a difendere il “genio stabile” del presidente, formula con cui Trump stesso ama definirsi. Il portavoce Davis Ingle ha cercato di rassicurare: “È energico e accessibile al pubblico, in contrasto rispetto a quanto abbiamo visto negli ultimi anni“. Ma le parole suonano vuote di fronte alla realtà dei fatti. I democratici evocano ormai apertamente il 25esimo emendamento della Costituzione, lo strumento che consente la rimozione di un presidente incapace di svolgere le sue funzioni. E questa volta non sono soli.

La crepa più significativa si è aperta proprio all’interno del movimento Maga, l’acronimo di Make America Great Again che rappresenta l’identità stessa del trumpismo. Candace Owens, fino a poco tempo fa tra le voci più ferventi della propaganda presidenziale, non ha usato mezzi termini: “È un lunatico genocida“. Nicholas Fuentes, estremista di destra che aveva appoggiato con convinzione la campagna elettorale, ha stilato un elenco spietato delle categorie elettorali che l’amministrazione si è alienata: “Buona fortuna a Trump e ai repubblicani senza il voto dei cattolici, dei musulmani, degli elettori no-war, e di chiunque voleva i file di Epstein e guarda Tucker Carlson, Alex Jones e Megyn Kelly. Ma almeno sono popolari in Israele“.

Anche tra i funzionari che hanno lavorato gomito a gomito con Trump durante il primo mandato emergono segnali di preoccupazione. Ty Cobb, avvocato della Casa Bianca nei primi quattro anni, ha parlato senza giri di parole: “È un follee i suoi ultimi commenti su Truth mettono in evidenzail livello della sua follia“. Non sono giudizi da poco, arrivano da persone che conoscono da vicino i meccanismi decisionali del presidente, che hanno visto come reagisce alle crisi, come elabora le informazioni, come prende decisioni che possono coinvolgere la sicurezza nazionale in un momento di guerra.

Ma le ripercussioni di questo momento di caos non riguardano solo la politica interna americana. La crisi si sta estendendo all’Europa, dove l’entusiasmo iniziale delle destre sovraniste per la presidenza Trump si è rapidamente raffreddato. La luna di miele tra il movimento Maga e i partiti conservatori europei sembra definitivamente conclusa. L’episodio più clamoroso ha coinvolto proprio l’Italia e Giorgia Meloni, che aveva costruito un rapporto privilegiato con Washington. La linea diretta tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca si è interrotta da un paio di mesi, da quando la premier ha deciso di non scendere in guerra contro l’Iran al pari degli alleati Nato, rifiutando di mettere a disposizione la base di Sigonella per i bombardamenti.

L’aggettivo “inaccettabili” usato da Meloni per definire le parole di Trump contro il Papa ha segnato una rottura pubblica e fragorosa. La reazione del presidente non si è fatta attendere: “Scioccato da Meloni, non vuole aiutarci nella guerra“. Un fallo di reazione che testimonia quanto profonda sia la frattura sull’asse Washington-Roma, un tempo considerato uno dei pilastri della nuova alleanza tra sovranismi atlantici ed europei.

Ma l’Italia non è un caso isolato. In Ungheria, Viktor Orban, vero riferimento dei Maga in Europa e agente disturbatore dell’Unione Europea per anni, ha subìto una netta sconfitta elettorale. Il successo di Magyar va letto alla luce dei problemi economici e della corruzione dilagante, ma è anche il segnale inequivocabile che l’ideologia Maga contro i migranti, contro l’integrazione europea, contro il deep state, non risolve i problemi interni degli Stati. Anzi, l’interventismo bellicista di Trump li sta aggravando, a colpi di inflazione e crisi energetiche.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.