Non tutti a Hogwarts sono entusiasti del ritorno della magia sul piccolo schermo. Miriam Margolyes, l’attrice britannica che ha interpretato la professoressa Pomona Sprite nei film di Harry Potter, ha espresso senza mezzi termini la sua perplessità riguardo al remake televisivo della celebre saga attualmente in produzione per HBO. E le sue parole risuonano come un incantesimo di verità in un’industria dell’intrattenimento sempre più orientata al profitto. Durante una recente apparizione a Capital Breakfast, la veterana dell’entertainment, oggi 84enne, non ha usato filtri quando le è stato chiesto se avrebbe partecipato alla nuova serie televisiva. La risposta è stata netta: “Non avrei accettato. Non capisco perché debbano farne un’altra“. Un rifiuto secco che arriva da chi la saga l’ha vissuta dall’interno, prestando il volto alla professoressa di Erbologia della Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts.
La Margolyes ha poi affondato il colpo con un’analisi che molti fan condividono ma che pochi nell’industria osano pronunciare ad alta voce: “Pensavo fosse perfetto così com’era. Ma suppongo che sia l’infinita ricerca di denaro. E non ne hanno nemmeno bisogno. I produttori hanno già fatto una fortuna“. Parole che mettono il dito nella piaga di una tendenza sempre più diffusa a Hollywood: il remake sistematico di proprietà intellettuali già di successo, piuttosto che investire in contenuti originali. Il progetto HBO è ambizioso: ogni stagione della serie dovrebbe adattare uno dei sette libri scritti da JK Rowling, con una produzione che si estenderà per un arco temporale stimato di dieci anni. Le riprese della prima stagione sono già in corso, nonostante le perplessità espresse non solo dalla Margolyes ma anche da altre figure chiave della saga cinematografica originale.
Chris Columbus, il regista che ha diretto i primi due capitoli della serie cinematografica, ha condiviso pubblicamente una confusione simile riguardo alla necessità di questo remake. Una convergenza di opinioni che solleva interrogativi legittimi: quando un franchise smette di essere un universo narrativo da esplorare e diventa semplicemente una miniera d’oro da sfruttare all’infinito? L’attrice ha anche offerto una prospettiva personale illuminante sul suo rapporto con Harry Potter. Quando le è stato ricordato di aver dichiarato in passato che i fan “dovrebbero averlo superato ormai“, ha spiegato con disarmante onestà: “Non faceva parte della mia infanzia, faceva parte del mio conto in banca“. Una battuta che nasconde una verità più profonda: per molti attori, specialmente quelli in ruoli secondari, questi grandi franchise rappresentano principalmente un lavoro ben pagato, non necessariamente un’esperienza trasformativa o un legame emotivo indissolubile.
La franchezza della Margolyes non è una novità. L’attrice si è distinta negli ultimi anni per non avere peli sulla lingua, specialmente quando si tratta di questioni delicate. Ha pubblicamente definito “troppo dura” JK Rowling nelle sue posizioni sulla comunità transgender, pur difendendo il diritto dei suoi giovani colleghi del cast, come Daniel Radcliffe ed Emma Watson, di prendere posizione su temi sociali. “Sono adulti e hanno opinioni. Quindi perché non possono esprimerle?” ha dichiarato in un’intervista al Telegraph. Le dichiarazioni della Margolyes arrivano in un momento particolare per l’industria dell’intrattenimento, sempre più dipendente da IP consolidate e sempre meno incline al rischio creativo. Il fenomeno dei reboot, remake e revival domina i palinsesti delle piattaforme streaming, con risultati alterni in termini di qualità e accoglienza da parte del pubblico.



