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Esiste un confine sottile tra fiducia e ingenuità, tra amore e manipolazione. È una linea che Marcella ha attraversato senza rendersene conto, trascinata da una relazione nata online e alimentata per anni da promesse, vulnerabilità e richieste economiche sempre più pesanti. La sua storia, raccontata nel salotto de La volta buona su Rai 1, è il ritratto lucido di come una truffa sentimentale possa smantellare non solo un conto in banca, ma un’intera esistenza. Tutto inizia su un sito di incontri. Lui si presenta con una foto di Hugh Jackman, ma Marcella non riconosce l’attore. “Diceva di essere un medico“, racconta. Da lì parte una storia d’amore che sembra promettere un futuro condiviso, fatto di progetti concreti e sogni tangibili. La voglia di incontrarsi c’è, ma lui si ammala. Ed è proprio la malattia a diventare il fulcro emotivo attorno a cui ruota tutto: “Inizia a fare richieste di denaro per curarsi perché non riusciva a lavorare“.

La narrazione è costruita con una coerenza disarmante. Non ci sono incongruenze evidenti, nessun campanello d’allarme che squilla abbastanza forte. Al contrario, l’uomo entra progressivamente nella vita di Marcella, intrecciando relazioni con le persone a lei più care. “Parlava con la mia migliore amica, con mio fratello, mia madre e mio figlio“, spiega. Un livello di coinvolgimento così profondo da rendere l’inganno quasi impermeabile al dubbio. Il progetto che cementa il loro legame è una fattoria didattica sperimentale. “Pensavamo a una vita insieme“, dice Marcella. Un sogno concreto, quasi tangibile, che trasforma le richieste di denaro in investimenti per il futuro. Negli anni, Marcella versa quasi 900mila euro. Una cifra che non rappresenta solo risparmi, ma sacrifici, scelte radicali, rinunce. “Ho venduto lo studio per lui perché c’era questo progetto insieme, dovevamo realizzarlo“.

Marcella era mediatrice familiare, una professione che richiede empatia, capacità di ascolto, comprensione delle dinamiche relazionali. Oggi fa l’operaia. “Ho dovuto cambiare lavoro anche per la situazione economica in cui mi sono ritrovata“, racconta. Un declassamento sociale che pesa quanto la perdita economica, forse di più. È il simbolo di una vita riavvolta, ripartita da zero in condizioni che nessuno avrebbe scelto volontariamente. Eppure, anche di fronte ai primi sospetti, il dubbio fatica a emergere. “Inizialmente non gli dicevo niente, lui era comunque malato e io lo rispettavo e cercavo di aiutarlo in tutti i modi“. È il figlio più piccolo a farle aprire gli occhi: “Mi ha fatto capire che mi stava prendendo per i fondelli“. Ma il percorso verso la consapevolezza è lento, doloroso, pieno di resistenze interne.

Uno degli episodi più disturbanti riguarda la morte della madre di Marcella. L’uomo manda una corona di fiori con una scritta che ancora oggi la ferisce: “Il tuo genero Simone“. “Che coraggio“, commenta lei. È un gesto che va oltre la truffa economica, è una violazione affettiva, un’intrusione nel dolore più intimo. Un modo per consolidare la propria presenza, per rendersi indispensabile anche nei momenti di massima vulnerabilità. La denuncia arriva nel 2022. L’identificazione avviene l’anno successivo, nel 2023. “L’ho incontrato quando l’ho identificato, lui è stato identificato a casa sua, è sceso, ci siamo incontrati e ha confessato tutto“. Un faccia a faccia che chiude la lunga illusione, ma che non porta sollievo. Al contrario, apre una fase nuova, fatta di strascichi psicologici e paure legali.

Io sono in analisi perché ho gli attacchi di panico e non dormo perché ho paura che vada tutto in prescrizione“, spiega Marcella. La giustizia ha i suoi tempi, spesso incompatibili con il bisogno di chiusura delle vittime. E mentre il sistema procede con i suoi meccanismi, lei convive con l’ansia, con la sensazione che tutto possa sfuggire, che la verità accertata possa non tradursi in giustizia. Durante il racconto a La volta buona, Marcella chiarisce anche un punto importante: “Negli anni abbiamo fatto una videochiamata, non ho mai pensato che fosse Hugh Jackman, non l’ho riconosciuto“. Non si tratta quindi di una donna che credeva di parlare con una celebrità, ma di qualcuno che si fidava di un uomo che diceva di chiamarsi Simone, che aveva costruito una storia credibile, che aveva tessuto una rete relazionale solida attorno a sé.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.